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CINEMA/ Spider-Man 3, una occasione sprecata

  
di Elio CASTELLANA

Il vuoto non omofobico della morte

La scelta del formato seriale per uno dei fumetti più famosi del mondo non sembra aver giovato al suo protagonista, almeno non alla sua trasposizione cinematografica più recente. Spider-Man, il mitico “Uomo ragno” partorito dalla matita di Stan Lee e Steve Ditko nel 1962 per la casa editrice Marvel Comics, ha sempre attratto generazioni di adolescenti per la spontaneità e la semplicità del suo alter ego, Peter Parker, un ragazzetto un po’ impacciato, secchione e ingenuo, ma generoso, con cui era facile identificarsi.

Giunto al numero tre della serie cinematografica, il protagonista, incarnato da Tobey Maguire, affiancato dall’incantevole Kirsten Dunst, interprete della Marie Antoinette di Sophia Coppola, è risucchiato in un pastiche stilistico che sfugge di mano agli sceneggiatori e al pur apprezzabile regista Sam Raimi.

Inseguimenti funambolici fra i grattacieli di una New-York iperrealista, scaramucce amorose, vecchie vendette e nuovi rancori, insperate alleanze fra amici, tentazioni di un potere malefico, anziane zie piene d’amore, ombrosi paesaggi metropolitani, gotiche visioni post-atomiche, mostri feroci, grotteschi cambi di registro di gusto post-moderno: sono questi gli ingredienti che infarciscono le due ore abbondanti del film. Se nel secondo episodio della serie, però, questi elementi erano utilizzati al servizio di un’idea narrativa di grande tensione, che seguiva i risvolti psicologici della crisi esistenziale del protagonista, tentato di gettare la spugna a favore di una vita magari piatta, ma più serena, nel terzo episodio quegli stessi elementi vengono centrifugati e riproposti secondo una formula artefatta che, privata di urgenza espressiva, rivela tutta la sua vacuità.

Forse senza neppure rendersene conto, il regista arriva a creare una parodia involontaria di Spider-Man stesso, trasformando Peter Parker in un individuo tanto superficiale e prevedibile, a tratti odiosamente ammiccante, quanto, nel secondo episodio, era stato complesso e tormentato. Un’occasione sprecata che fa riflettere sui limiti insiti nel ricorso compulsivo e puramente commerciale al genere letterario e alla formula seriale come macchine narrative automatiche.

 

 

 

 


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