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“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”
Canto d’amore e omaggio al piacere della lettura

  
di Giorgia CIPELLI

“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”

La vita di Antonio Josè Bolivar Proaño è al tramonto e, in fondo, non gli è rimasto granché: gli anni, i ricordi della moglie scomparsa, una capanna sulla riva del fiume. E i suoi adorati romanzi d’amore, che raccontano storie struggenti, di amori impossibili e autentici. Antonio Josè Bolivar Proaño è il protagonista de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, il libro di Luis Sepùlveda che, con un forte respiro epico dovuto agli straordinari ambienti naturali che fanno da cornice alle vicende, trasporta il lettore in una realtà lontana e verdeggiante, dove l’industrializzazione e le tecnologie non hanno ancora intaccato l’aspetto più vero dell’uomo.

Antonio è un abitante solitario di El Idilio, un villaggio sperduto tra il Rio delle Amazzoni e la giungla. Rimasto solo dopo la dolorosa morte della moglie, che ha lasciato in lui una profonda e inestinguibile malinconia, ha vissuto parte della sua esistenza nella tribù indigena degli Shuar, dai quali ha imparato l’arte della caccia e uno stile di vita rituale e dedito al rispetto della natura. Ma un tragico evento ha fatto in modo che Antonio fosse cacciato dagli Shuar e andasse a stabilirsi proprio a El Idilio. Un paese di poche pretese: gli uomini sono poveracci la cui unica occasione di svago è bere rhum e fare scommesse, il sindaco, nemico di Antonio, è l’emblema dell’ottusità, dell’incapacità delle istituzioni e dall’abuso del potere. I rapporti tra il sindaco e gli abitanti sono insofferenti, riconducibili al circolo vizioso corruzione-potere-ricatto. Pochi altri personaggi orbitano intorno al villaggio: c’è il dentista, Rubicundo Loachamìn, con uno spiccato e amaro senso dell’ironia, che rifornisce Antonio dei suoi adorati romanzi d’amore. E infine i turisti occasionali, che inseguono, nei loro viaggi, il mito del buon selvaggio e della bellezza di una natura incontaminata. Giorno dopo giorno tutto è uguale a se stesso, invischiato nell’immobilismo. Finchè la scoperta che una femmina di tigrillo, un felino accecato dalla rabbia per l’uccisione dei cuccioli, ha aggredito a morte alcuni uomini, mette in fermento il paese. Alcuni cacciatori del posto, sindaco compreso, decidono di armarsi per annientare la belva. Ma solo Antonio, il vecchio che in silenzio, di fronte al fiume, legge i romanzi d’amore, conosce a fondo i ritmi della foresta e può quindi cacciare il tigrillo.

Di notevole intensità visiva ed emotiva, questo libro trasporta il lettore in una dimensione naturale e sociale molto diversa da quella in cui è inserito: El Idilio è un angolo di mondo remoto e poco civilizzato, dove però è fondamentale l’equilibrio con la natura. Il rispetto per la foresta e per i suoi abitanti non è esposto come una bandiera di facile e pretestuoso ambientalismo, ma come un’autentica necessità di salvaguardare un patrimonio spesso non considerato tale.

“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” – già nel titolo – rivela l’esaltazione del piacere della lettura. È grazie alla lettura che Antonio può salvarsi dalla tristezza della vecchiaia, dalla malinconia dei ricordi, dalla paura della morte: “Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere. Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia”. Il libro, come viene rimarcato nel finale, è l’unico affetto rimasto al vecchio. Le vicende di amori passionali, costruite su parole di cui a volte ignora il significato, sono l’ultimo appiglio che permettono ad Antonio di continuare a sognare, di evadere da una società che non ha nulla da offrirgli e da un passato che riapre antiche ferite: “…gli permise di portarsi via il libro, e con esso tornò a El Idilio, a leggerlo e rileggerlo cento volte davanti alla finestra, proprio come si disponeva a fare ora con i romanzi che gli aveva dato il dentista, che lo aspettavano, tentatori, distesi sul tavolo alto, estranei al passato disordinato a cui Antonio Josè Bolivar Proaño preferiva non pensare, lasciando aperti i pozzi della memoria per riempirli con le gioie e i tormenti di amori più forti del tempo”. Antonio è vecchio, non ha niente o nessuno di cui occuparsi. I romanzi d’amore gli inventano un’altra vita, quella che non ha mai vissuto, reincarnano il legame con la moglie amata per un tempo troppo breve.

La caccia del tigrillo diventa un viaggio nella memoria, nel lungo e sereno periodo vissuto con gli indigeni. I ricordi di vita e d’amicizia s’intersecano ai messaggi della natura e al pericolo della bestia che si fa sempre più vicino. Il finale è dolceamaro, come l’esistenza di Antonio. Ha sconfitto l’animale, certo. Ma la battaglia vera è quella tra l’umanità e le leggi millenarie della natura. A questo punto il vecchio depone le armi. Torna alla “sua capanna, e verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana”.

 

 

 

 

 

 

 


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