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I pizzini del boss
Catturato Bernardo Provenzano, la mafia colpita al cuore |
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Conserva il suo aplomb, Alfredo
Mantovano, lo conserva anche in questi giorni che vedono chiudersi
brillantemente la sua esperienza di Governo grazie alla cattura di Bernardo
Provenzano. Conserva il suo aplomb nonostante la soddisfazione per l’elezione a
senatore. Racconta con lucida onestà il lavoro di anni e anni sulle tracce del superboss, racconta gli sforzi di tanti che,
con abnegazione, si impegnano giorno dopo giorno, anno dopo anno. Con coraggio
affronta il problema delle connivenze tra criminalità e politica, analizza il
ruolo del capo di Cosa Nostra, tratteggia ipotesi di lavoro da affrontare nella
prossima legislatura su questo specifico problema. Colloquio con Alfredo Mantovano LA CATTURA Un vecchio signore. Così l’avremmo definito se
avessimo avuto occasione di ritrovarlo al nostro fianco. Alle 11.45 dell’11
aprile 30 poliziotti fanno irruzione in un casolare della campagna di Corleone
e ci mostrano un ometto in maglione e jeans. Nato a Corleone nel 1933, era
tornato a Corleone. Non ha opposto alcuna resistenza. Non sono mancati gli
apprezzamenti del Presidente della Repubblica al Ministro dell’Interno Pisanu e
al pool di investigatori per l’arresto di “Binnu
ùtratturi” alias Provenzano, già condannato per le stragi più crudeli
che hanno insanguinato la Sicilia. Il pool
di investigatori lavorava da anni a Palermo alla
cattura di Bernardo Provenzano, un team nutrito composto da investigatori
specializzati nella cattura di latitanti del Servizio centrale operativo e
della squadra mobile di Palermo, da esperti informatici, elettronici, da
specialisti della Polizia Scientifica e da analisti criminali della Direzione
centrale. Senatore Mantovano, nella cattura di Provenzano ha avuto un ruolo di
primo piano? Il mio ruolo non c’è, nel senso
che questa indagine è iniziata circa dieci anni fa ad opera dei Ross e degli
Sco, i reparti speciali di Polizia e Carabinieri coordinati dalla Procura di
Palermo. Si è intensificata negli ultimi tre anni con una serie di operazioni
che hanno permesso di smantellare varie reti di complicità nella Sicilia
occidentale. Chi ha la delega politica sulla sicurezza deve preoccuparsi di
favorire la lotta alla criminalità con il sostegno finanziario che, in questa
operazione, ha permesso l’impiego di tecnologia sofisticatissima e deve fare in
modo che tutta la legislazioni sia di supporto alla lotta. In definitiva non è
un incarico operativo. Pietro Grasso, Procuratore capo di Palermo, ha affermato che la
cattura di Provenzano è un passaggio intermedio nella lotta alla mafia. Questa
cattura è stata possibile perché lo Stato ha vinto una battaglia o la mafia lo
ha “regalato” allo Stato non essendogli più utile averlo come capo? È stato catturato per
l’attenzione maniacale riservata a un pacco uscito da casa della moglie e che
si ipotizzava diretto a lui. Questo pacco è passato di mano in mano impiegando
quattro giorni prima di arrivare nelle mani di Provenzano. Se uno per cambiare
la sua biancheria si affida ad un meccanismo così complicato, se vive nel
tugurio che abbiamo visto senza mettere mai il naso fuori dalla porta, se
oscura le pochissime finestre per evitare che dall’esterno si possa vedere la
luce artificiale, se usa cautele anche per vedere la televisione, insomma tutti
questi non sono gli atteggiamenti di un pollicino che semina tracce. Lui certamente no! L’interrogativo è: quanto fosse ancora utile a Cosa
Nostra. La risposta a questa domanda
potremo darla quando saranno decifrati tutti i pizzini (i bigliettini in codice
che il boss usava per comunicare con l’esterno. ndr) sequestrati. Da un primo
esame, non pare fosse in una fase di pensionamento. Questa è la mia personale
valutazione. Sono state trovate tracce di interessi in appalti, rete di
sottoposti a racket, quindi si presume che avesse un ruolo primario e attivo.
Provenzano non è stato catturato casualmente, né ha commesso ingenuità. Si
trovava a Corleone perché lo riteneva un luogo più sicuro dopo l’arresto di
tantissimi suoi fiancheggiatori: professionisti, che gli hanno prestato cure
mediche; sottoufficiali di polizia presenti nella Procura di Palermo dove è in
corso un processo denominato “Talpe in Procura”. Tutto questo ha permesso di
stringere la morsa attorno a lui. Perché abbiamo dovuto aspettare 43 anni per giungere all’arresto di
Provenzano? Questa storia dei 43 anni deve
essere ridimensionata. Provenzano è ricercato attivamente da circa 10 anni, dal
periodo immediatamente seguente alla cattura di Riina quando gli assetti di
vertice si sono riconfigurati con un
ruolo di primo piano per lui. Prima era latitante, ma in Italia ci sono
centinaia di latitanti che vengono suddivisi per fasce di importanza e i più
significativi diventano oggetto di attenzione continua per le Forze
dell’ordine. Quando ha saputo che Provenzano sarebbe stato catturato? Tre minuti dopo la cattura,
queste cose non si dicono mai prima. Anche perché non lo sapevano neppure gli
operatori. Ho parlato a lungo con il vicequestore Cortese che ha diretto
l’operazione e mi ha detto che sino a quando non l’ha visto non era sicuro che
nel casolare ci fosse il boss. Era comunque a conoscenza che si fosse stretto il cerchio attorno a
lui? Questo certamente. MAFIA E POLITICA Serve una volontà politica che dia impulso e sostegno alla lotta
contro la criminalità, per risultati come quello dell’arresto di Provenzano? Io distinguerei l’antimafia dei
fatti e quella delle chiacchiere che spesso ha come unico scopo la costruzione
delle carriere politiche. L’antimafia dei fatti è poco conosciuta. In questi
cinque anni di governo ci siamo preoccupati di far crescere la cultura della
legalità anche con incontri tra i collaboratori di giustizia e le scuole. In
Puglia è un’esperienza che è stata fatta più volte. È poco conosciuta per il
vezzo di dar rilievo alle cose negative trascurando quelle positive. Abbiamo
catturato centinaia di latitanti delle varie cosche mafiose, abbiamo
sequestrato e confiscato migliaia di beni di provenienza illecita, abbiamo
disposto lo scioglimento di molti consigli comunali per infiltrazioni mafiosi a
prescindere dal colore politico dell’amministrazione. È significativo che
l’esperienza di governo si sia conclusa con la cattura del latitante numero
uno: Bernardo Provenzano. Una società civile, non ha diritto di chiedere che vi sia un’assoluta
trasparenza nelle forze politiche? Non dovrebbe essere questo il primo impegno
dei partiti? Altrimenti parlare di famiglia, lotta alla droga, valori, diviene
un nulla. La realtà è che in alcune zone
si viene eletti anche grazie a forti condizionamenti elettorali da parte della
mafia, pensiamo ad esempio all’entroterra reggino o ad alcune zone della
Sicilia o dell’entroterra napoletano. Sotto questo profilo è difficile fare un
distinguo di sigle politiche. Una forza politica può decidere cinicamente di
stringere patti con queste realtà o combatterle senza esitazioni per rispondere
a un dovere di coscienza, ma in un contesto mafioso non dobbiamo pensare che
l’unica parte la giochi la politica. Si crea una rete, in cui troviamo imprenditori,
professionisti, sindacati. Purtroppo è noto che la mafia prospera non solo per le connivenze
nella società civile, ma anche per gli intrecci con la politica. Le connivenze con la politica
non sono necessarie per la latitanza, ma per alcuni affari. Penso ad esempio
agli appalti che non richiedono complicità ad alto livello, bensì con gli
amministratori o i funzionari locali che gestiscono gli appalti. Ritengo non vi
siano, in questo momento, altre reti di complicità. Gli appalti sono un nervo scoperto per gli appetiti che suscitano e
per le conseguenti connivenze. A parer suo vi è la necessità di leggi ad hoc
per contrastare il fenomeno mafioso? Le leggi ci sono, possono essere
migliorate sul fronte specifico degli appalti mantenendo l’equilibrio tra necessità
di sviluppo e legalità. Quindici anni fa fu introdotto il certificato
antimafia, oggi è una fonte di ritardi spesso inutili. Non c’è un’istruttoria
tale che ci metta al riparo, ma può far perdere un’occasione all’imprenditore
onesto. Alcune norme introdotte a seguito delle stragi andrebbero riviste, a
mio avviso bisogna lavorare sulle norme che regolano il processo penale. Nel
corso dell’ultimo decennio si sono accavallate, in modo disorganico, delle
norme che aprono maglie che possono favorire il grosso criminale. Mantenendo il
livello di garanzie bisogna correggere la norma. Bisogna chiedersi se le norme
procedurali valide per qualsiasi forma di criminalità, siano sufficienti anche
per le organizzazioni mafiose e terroristiche. Il Parlamento ha già risposto
più volte di no. È un interessante argomento di riflessione per la prossima
legislatura. Sulla sicurezza non possono esserci scontri frontali tra le forze
politiche, pur nella diversità delle opinioni.
MAFIA E FEDE Senatore, si dice che Provengano abbia anche crisi mistiche e un
rapporto forte con la fede. Sono state trovate varie copie
della Sacra Scrittura, rosari: al momento della cattura ne aveva tre al collo.
Nel luogo dove era conservato il formaggio sono state trovate varie immagini di
Padre Pio e della Madonna di Fatima. È l’ennesima conferma che la fede
cristiana ha bisogno di essere mediata dalla Chiesa. D’altra parte il motto di
Hitler era: “Dio è con noi”. Io so per cento, come tutti sappiamo, che nel ‘93
a pochi km di distanza dal luogo dove era latitante Provenzano, Giovanni Paolo
II pronunciò un anatema contro la mafia. La mafia usa i paradigmi sociali adattandoli a sé. Il rifugio nella
chiesa cattolica da parte di esponenti della mafia non è nuovo, qual è la
ragione di questo bisogno? Certo, utilizzano formule
parareligiose per i loro riti di affiliazione. L’organizzazione mafiosa e Cosa
Nostra in particolare vuole essere uno Stato parallelo. Lo Stato è popolo,
territorio e capacità di farsi rispettare. Cosa Nostra ha sempre puntato al
controllo del territorio, a un popolo obbediente, e a farsi rispettare. Per
questo è importante la cattura di Provenzano. Abbiamo dimostrato che lo Stato
c’è, anche in territori che si presume siano isole impenetrabili. IL DOPO PROVENZANO Il padrino
è ormai rinchiuso in isolamento nel carcere di Terni. Niente televisione,
radio, libri e giornali. Isolamento assoluto, giorno e notte, per tre anni,
così come prescrivono le sentenze di condanna ormai definitive per la strage
Falcone e l'omicidio del giornalista Mario Francese. Il boss ha chiesto di
incontrare il cappellano, padre Rino. Senatore, ora ci sono i segreti di Provenzano, tanti segreti.
Quarant’anni di latitanza sono tanti. È in isolamento, si può ipotizzare una
sua possibile collaborazione? Se devo fare una previsione,
avendo in questi anni presieduto la commissione dei collaboratori di giustizia,
dovrei ragionevolmente escludere un’ipotesi di pentimento. Anche in regime di
carcere duro il capo continua a essere riconosciuto come tale. Se hanno
collaborato personaggi di rilievo come Brusca e tanti prima e dopo di lui, non
ha mai collaborato Totò Riina e quindi non collaborerà Provenzano perché
verrebbe meno il suo stesso ruolo di guida di Cosa Nostra. Non solo, Riina come
Provenzano sono lontani dalla figura di capomafia come ci è stata descritta
dalla cinematografia. “Il Padrino” ci ha raccontato di ville sontuose,
champagne, matrimoni fastosi, noi ci troviamo di fronte a un signore di 72 anni
che non vedeva neppure la luce del sole, che arrivava a sera mangiando un po’
di formaggio e insalata, che non se la spassava. Tutto questo per un solo
obiettivo: mantenere il potere e la guida di Cosa Nostra. Un personaggio del
genere che è arrivato a un simile livello di “ascesi” criminale, difficilmente
cede. Oggi i riflettori, per quanto riguarda la sicurezza, sono puntati su questo territorio? La cattura di
Provenzano apre interrogativi su eventuali lotte per il potere. Io inviterei a distinguere tra
attenzione mediatica e lavoro reale. Con questa cattura si sono accesi i
riflettori sulla criminalità, ma le Forze dell’ordine hanno lavorato
costantemente anche negli anni scorsi e si è giunti a questa cattura perché c’è
stata gente che per mesi e mesi ha trascorso le giornate a guardare con il
cannocchiale personaggi che potevano essere utili alla cattura del boss. Le
conseguenze, se ci saranno, sono difficili da ipotizzare. Bisogna aspettare. La
criminalità è come la fisica, non conosce il vuoto. Il posto lasciato vuoto da
Provenzano sarà occupato da altri. Ritengo improbabile una faida per la
successione perché Cosa Nostra ha un assetto ben definito, non credo possa
accadere ciò che accadde tre anni fa a Napoli quando gli arresti in massa
originarono un’escalation di violenza tra i vari gruppi criminali. MAFIA E FICTION Quasi un appuntamento quello tra
Alfredo Mantovano e le reti televisive. Dopo la fiction “Il testimone”,
trasmessa dalle reti Mediaset, tratta dal saggio “Testimoni a perdere” Manni
ed. di cui ne è autore, tra circa un mese andrà in onda sulle reti RAI una
fiction tratta da una sua relazione parlamentare dove ripercorre la storia di
un ex operaio dei cantieri navali di Palermo che negli anni ‘80 denunciò le
infiltrazioni mafiose e per questo fu licenziato da FINCANTIERI ed espulso
dalla CGIL. Questo operaio che ha avuto un coraggio straordinario, ha una
moglie all’epoca proprietaria di un negozio di scarpe nel quartiere
dell’acquasanta, dove si trovano i
cantieri navali. Un negozio aperto dopo averne coltivato il sogno per
tantissimo tempo. Dopo la denuncia fatta dal marito, dalla sera alla mattina
questo negozio non ebbe più clienti e dovette essere chiuso. Alfredo Mantovano
è autore di numerosi saggi. Recentemente con Rubettino ed. ha pubblicato “Prima
del Kamikaze”.
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