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I pizzini del boss Catturato Bernardo Provenzano, la mafia colpita al cuore
  
di Maddalena MONGIO'

Io conosco un ex operaio dei cantieri navali di Palermo che negli anni ’80 denunciò le infiltrazioni mafiose e per questo fu licenziato da Fimcantieri ed espulso dalla CGIL

Conserva il suo aplomb, Alfredo Mantovano, lo conserva anche in questi giorni che vedono chiudersi brillantemente la sua esperienza di Governo grazie alla cattura di Bernardo Provenzano. Conserva il suo aplomb nonostante la soddisfazione per l’elezione a senatore. Racconta con lucida onestà il lavoro di anni e anni sulle tracce del superboss, racconta gli sforzi di tanti che, con abnegazione, si impegnano giorno dopo giorno, anno dopo anno. Con coraggio affronta il problema delle connivenze tra criminalità e politica, analizza il ruolo del capo di Cosa Nostra, tratteggia ipotesi di lavoro da affrontare nella prossima legislatura su questo specifico problema.

 

Colloquio con Alfredo Mantovano

 

LA CATTURA

Un vecchio signore. Così l’avremmo definito se avessimo avuto occasione di ritrovarlo al nostro fianco. Alle 11.45 dell’11 aprile 30 poliziotti fanno irruzione in un casolare della campagna di Corleone e ci mostrano un ometto in maglione e jeans. Nato a Corleone nel 1933, era tornato a Corleone. Non ha opposto alcuna resistenza. Non sono mancati gli apprezzamenti del Presidente della Repubblica al Ministro dell’Interno Pisanu e al pool di investigatori per l’arresto di “Binnu ùtratturi” alias Provenzano, già condannato per le stragi più crudeli che hanno insanguinato la Sicilia. Il pool di investigatori lavorava da anni a Palermo alla cattura di Bernardo Provenzano, un team nutrito composto da investigatori specializzati nella cattura di latitanti del Servizio centrale operativo e della squadra mobile di Palermo, da esperti informatici, elettronici, da specialisti della Polizia Scientifica e da analisti criminali della Direzione centrale.

Senatore Mantovano, nella cattura di Provenzano ha avuto un ruolo di primo piano?

Il mio ruolo non c’è, nel senso che questa indagine è iniziata circa dieci anni fa ad opera dei Ross e degli Sco, i reparti speciali di Polizia e Carabinieri coordinati dalla Procura di Palermo. Si è intensificata negli ultimi tre anni con una serie di operazioni che hanno permesso di smantellare varie reti di complicità nella Sicilia occidentale. Chi ha la delega politica sulla sicurezza deve preoccuparsi di favorire la lotta alla criminalità con il sostegno finanziario che, in questa operazione, ha permesso l’impiego di tecnologia sofisticatissima e deve fare in modo che tutta la legislazioni sia di supporto alla lotta. In definitiva non è un incarico operativo.

Pietro Grasso, Procuratore capo di Palermo, ha affermato che la cattura di Provenzano è un passaggio intermedio nella lotta alla mafia. Questa cattura è stata possibile perché lo Stato ha vinto una battaglia o la mafia lo ha “regalato” allo Stato non essendogli più utile averlo come capo?

È stato catturato per l’attenzione maniacale riservata a un pacco uscito da casa della moglie e che si ipotizzava diretto a lui. Questo pacco è passato di mano in mano impiegando quattro giorni prima di arrivare nelle mani di Provenzano. Se uno per cambiare la sua biancheria si affida ad un meccanismo così complicato, se vive nel tugurio che abbiamo visto senza mettere mai il naso fuori dalla porta, se oscura le pochissime finestre per evitare che dall’esterno si possa vedere la luce artificiale, se usa cautele anche per vedere la televisione, insomma tutti questi non sono gli atteggiamenti di un pollicino che semina tracce.

Lui certamente no! L’interrogativo è: quanto fosse ancora utile a Cosa Nostra.

La risposta a questa domanda potremo darla quando saranno decifrati tutti i pizzini (i bigliettini in codice che il boss usava per comunicare con l’esterno. ndr) sequestrati. Da un primo esame, non pare fosse in una fase di pensionamento. Questa è la mia personale valutazione. Sono state trovate tracce di interessi in appalti, rete di sottoposti a racket, quindi si presume che avesse un ruolo primario e attivo. Provenzano non è stato catturato casualmente, né ha commesso ingenuità. Si trovava a Corleone perché lo riteneva un luogo più sicuro dopo l’arresto di tantissimi suoi fiancheggiatori: professionisti, che gli hanno prestato cure mediche; sottoufficiali di polizia presenti nella Procura di Palermo dove è in corso un processo denominato “Talpe in Procura”. Tutto questo ha permesso di stringere la morsa attorno a lui.

Perché abbiamo dovuto aspettare 43 anni per giungere all’arresto di Provenzano?

Questa storia dei 43 anni deve essere ridimensionata. Provenzano è ricercato attivamente da circa 10 anni, dal periodo immediatamente seguente alla cattura di Riina quando gli assetti di vertice si sono riconfigurati con un  ruolo di primo piano per lui. Prima era latitante, ma in Italia ci sono centinaia di latitanti che vengono suddivisi per fasce di importanza e i più significativi diventano oggetto di attenzione continua per le Forze dell’ordine.

Quando ha saputo che Provenzano sarebbe stato catturato?

Tre minuti dopo la cattura, queste cose non si dicono mai prima. Anche perché non lo sapevano neppure gli operatori. Ho parlato a lungo con il vicequestore Cortese che ha diretto l’operazione e mi ha detto che sino a quando non l’ha visto non era sicuro che nel casolare ci fosse il boss.

Era comunque a conoscenza che si fosse stretto il cerchio attorno a lui?

Questo certamente.

 

MAFIA E POLITICA

Serve una volontà politica che dia impulso e sostegno alla lotta contro la criminalità, per risultati come quello dell’arresto di Provenzano?

Io distinguerei l’antimafia dei fatti e quella delle chiacchiere che spesso ha come unico scopo la costruzione delle carriere politiche. L’antimafia dei fatti è poco conosciuta. In questi cinque anni di governo ci siamo preoccupati di far crescere la cultura della legalità anche con incontri tra i collaboratori di giustizia e le scuole. In Puglia è un’esperienza che è stata fatta più volte. È poco conosciuta per il vezzo di dar rilievo alle cose negative trascurando quelle positive. Abbiamo catturato centinaia di latitanti delle varie cosche mafiose, abbiamo sequestrato e confiscato migliaia di beni di provenienza illecita, abbiamo disposto lo scioglimento di molti consigli comunali per infiltrazioni mafiosi a prescindere dal colore politico dell’amministrazione. È significativo che l’esperienza di governo si sia conclusa con la cattura del latitante numero uno: Bernardo Provenzano.

Una società civile, non ha diritto di chiedere che vi sia un’assoluta trasparenza nelle forze politiche? Non dovrebbe essere questo il primo impegno dei partiti? Altrimenti parlare di famiglia, lotta alla droga, valori, diviene un nulla.

La realtà è che in alcune zone si viene eletti anche grazie a forti condizionamenti elettorali da parte della mafia, pensiamo ad esempio all’entroterra reggino o ad alcune zone della Sicilia o dell’entroterra napoletano. Sotto questo profilo è difficile fare un distinguo di sigle politiche. Una forza politica può decidere cinicamente di stringere patti con queste realtà o combatterle senza esitazioni per rispondere a un dovere di coscienza, ma in un contesto mafioso non dobbiamo pensare che l’unica parte la giochi la politica. Si crea una rete, in cui troviamo imprenditori, professionisti, sindacati.

Purtroppo è noto che la mafia prospera non solo per le connivenze nella società civile, ma anche per gli intrecci con la politica.

Le connivenze con la politica non sono necessarie per la latitanza, ma per alcuni affari. Penso ad esempio agli appalti che non richiedono complicità ad alto livello, bensì con gli amministratori o i funzionari locali che gestiscono gli appalti. Ritengo non vi siano, in questo momento, altre reti di complicità.

Gli appalti sono un nervo scoperto per gli appetiti che suscitano e per le conseguenti connivenze. A parer suo vi è la necessità di leggi ad hoc per contrastare il fenomeno mafioso?

Le leggi ci sono, possono essere migliorate sul fronte specifico degli appalti mantenendo l’equilibrio tra necessità di sviluppo e legalità. Quindici anni fa fu introdotto il certificato antimafia, oggi è una fonte di ritardi spesso inutili. Non c’è un’istruttoria tale che ci metta al riparo, ma può far perdere un’occasione all’imprenditore onesto. Alcune norme introdotte a seguito delle stragi andrebbero riviste, a mio avviso bisogna lavorare sulle norme che regolano il processo penale. Nel corso dell’ultimo decennio si sono accavallate, in modo disorganico, delle norme che aprono maglie che possono favorire il grosso criminale. Mantenendo il livello di garanzie bisogna correggere la norma. Bisogna chiedersi se le norme procedurali valide per qualsiasi forma di criminalità, siano sufficienti anche per le organizzazioni mafiose e terroristiche. Il Parlamento ha già risposto più volte di no. È un interessante argomento di riflessione per la prossima legislatura. Sulla sicurezza non possono esserci scontri frontali tra le forze politiche, pur nella diversità delle opinioni. 

 

MAFIA E FEDE

Senatore, si dice che Provengano abbia anche crisi mistiche e un rapporto forte con la fede.

Sono state trovate varie copie della Sacra Scrittura, rosari: al momento della cattura ne aveva tre al collo. Nel luogo dove era conservato il formaggio sono state trovate varie immagini di Padre Pio e della Madonna di Fatima. È l’ennesima conferma che la fede cristiana ha bisogno di essere mediata dalla Chiesa. D’altra parte il motto di Hitler era: “Dio è con noi”. Io so per cento, come tutti sappiamo, che nel ‘93 a pochi km di distanza dal luogo dove era latitante Provenzano, Giovanni Paolo II pronunciò un anatema contro la mafia.

La mafia usa i paradigmi sociali adattandoli a sé. Il rifugio nella chiesa cattolica da parte di esponenti della mafia non è nuovo, qual è la ragione di questo bisogno?

Certo, utilizzano formule parareligiose per i loro riti di affiliazione. L’organizzazione mafiosa e Cosa Nostra in particolare vuole essere uno Stato parallelo. Lo Stato è popolo, territorio e capacità di farsi rispettare. Cosa Nostra ha sempre puntato al controllo del territorio, a un popolo obbediente, e a farsi rispettare. Per questo è importante la cattura di Provenzano. Abbiamo dimostrato che lo Stato c’è, anche in territori che si presume siano isole impenetrabili.

 

IL DOPO PROVENZANO

Il padrino è ormai rinchiuso in isolamento nel carcere di Terni. Niente televisione, radio, libri e giornali. Isolamento assoluto, giorno e notte, per tre anni, così come prescrivono le sentenze di condanna ormai definitive per la strage Falcone e l'omicidio del giornalista Mario Francese. Il boss ha chiesto di incontrare il cappellano, padre Rino.

Senatore, ora ci sono i segreti di Provenzano, tanti segreti. Quarant’anni di latitanza sono tanti. È in isolamento, si può ipotizzare una sua possibile collaborazione?

Se devo fare una previsione, avendo in questi anni presieduto la commissione dei collaboratori di giustizia, dovrei ragionevolmente escludere un’ipotesi di pentimento. Anche in regime di carcere duro il capo continua a essere riconosciuto come tale. Se hanno collaborato personaggi di rilievo come Brusca e tanti prima e dopo di lui, non ha mai collaborato Totò Riina e quindi non collaborerà Provenzano perché verrebbe meno il suo stesso ruolo di guida di Cosa Nostra. Non solo, Riina come Provenzano sono lontani dalla figura di capomafia come ci è stata descritta dalla cinematografia. “Il Padrino” ci ha raccontato di ville sontuose, champagne, matrimoni fastosi, noi ci troviamo di fronte a un signore di 72 anni che non vedeva neppure la luce del sole, che arrivava a sera mangiando un po’ di formaggio e insalata, che non se la spassava. Tutto questo per un solo obiettivo: mantenere il potere e la guida di Cosa Nostra. Un personaggio del genere che è arrivato a un simile livello di “ascesi” criminale, difficilmente cede.

Oggi i riflettori, per quanto riguarda la sicurezza, sono puntati su questo territorio? La cattura di Provenzano apre interrogativi su eventuali lotte per il potere.

Io inviterei a distinguere tra attenzione mediatica e lavoro reale. Con questa cattura si sono accesi i riflettori sulla criminalità, ma le Forze dell’ordine hanno lavorato costantemente anche negli anni scorsi e si è giunti a questa cattura perché c’è stata gente che per mesi e mesi ha trascorso le giornate a guardare con il cannocchiale personaggi che potevano essere utili alla cattura del boss. Le conseguenze, se ci saranno, sono difficili da ipotizzare. Bisogna aspettare. La criminalità è come la fisica, non conosce il vuoto. Il posto lasciato vuoto da Provenzano sarà occupato da altri. Ritengo improbabile una faida per la successione perché Cosa Nostra ha un assetto ben definito, non credo possa accadere ciò che accadde tre anni fa a Napoli quando gli arresti in massa originarono un’escalation di violenza tra i vari gruppi criminali.

 

MAFIA E FICTION

Quasi un appuntamento quello tra Alfredo Mantovano e le reti televisive. Dopo la fiction “Il testimone”, trasmessa dalle reti Mediaset, tratta dal saggio “Testimoni a perdere” Manni ed. di cui ne è autore, tra circa un mese andrà in onda sulle reti RAI una fiction tratta da una sua relazione parlamentare dove ripercorre la storia di un ex operaio dei cantieri navali di Palermo che negli anni ‘80 denunciò le infiltrazioni mafiose e per questo fu licenziato da FINCANTIERI ed espulso dalla CGIL. Questo operaio che ha avuto un coraggio straordinario, ha una moglie all’epoca proprietaria di un negozio di scarpe nel quartiere dell’acquasanta, dove si trovano i cantieri navali. Un negozio aperto dopo averne coltivato il sogno per tantissimo tempo. Dopo la denuncia fatta dal marito, dalla sera alla mattina questo negozio non ebbe più clienti e dovette essere chiuso. Alfredo Mantovano è autore di numerosi saggi. Recentemente con Rubettino ed. ha pubblicato “Prima del Kamikaze”.

 

 


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