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FILOSOFIA/ L’illusione dell’apparire |
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Millenni di progresso, di guerre, di crescita economica ed
evoluzione culturale. Millenni di storia per la conquista dei diritti umani,
per la democrazia e la libertà di tutti i popoli. Oggi sembra che l’umanità sia
arrivata al traguardo, appagata dalle scoperte e dalle rivoluzioni che hanno
permesso il benessere e invece si scopre che no, non è così. Nell’anima e nella
mente dell’uomo rimane l’insoddisfazione per non aver ancora trovato risposte
convincenti alle domande esistenziali. Qual è il ruolo dell’uomo del mondo?
L’uomo può davvero conoscere la realtà nella sua essenza? E riuscirà a capire
la verità, come principio rivelatore dell’esistenza? Oggi come ieri ci viene in soccorso la filosofia,
l’attività di pensiero contraddistinta da una logica rigorosa che permette di
aprire la mente e cominciare a intraprendere la strada verso la conoscenza. Uno
degli aspetti più affascinanti e complessi del disagio contemporaneo è legato
alla superficialità, solitamente associata all’errore, e al profondo, che
sembra invece rispecchiare la verità. Ma la vita non è così lineare e si
potrebbe scoprire che una verità esiste anche sulla superficie. “Il profondo o
la verità della superficie” (motto preso in prestito da Nietzsche) è quindi la
tesi di Carlo Sini, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Milano e
socio dell’Accademia dei Lincei dal 1994. Proprio da una profonda analisi della superficie, che
nella nostra ottica ha una valenza prettamente negativa, Sini arriva poi ad
analizzare la verità in quanto tale: “Nella nostra società tutto è superficie –
sostiene – tutto è effimero e affetto da sofferenza e inquietudine. I rapporti
interpersonali si disgregano, l’eros rifugge dai legami profondi,
l’informazione è appunto superficiale. Allora emerge la richiesta di un ritorno
ai valori e alla profondità”. Il ritorno alla ‘moralità’ potrebbe però anche
essere dannoso, come aveva ipotizzato il filosofo inglese Bernard De Mandeville
nel 1705 scrivendo la “Favola delle api”. La “Favola delle api” è la storia di
un alveare fiorente e prosperoso paragonato all’Inghilterra, che basa la sua
floridezza sui vizi e non sulle virtù. Nell’alveare sono perciò i desideri,
l’amore per il lusso, la gara nel mostrarsi superiori agli altri che portano
avanti la società. Quando i litigi delle api giungono alle orecchie di Giove,
il dio decide di intervenire rendendole virtuose e facendo scomparire i vizi.
Nulla fu mai più dannoso: il commercio si inceppa e l’economia si blocca,
perché tutti si accontentano. “Estirpare il vizio, nella Favola, equivale alla
rovina della società, poiché non si avverte più il bisogno del superfluo,
dell’inutile, dell’impossibile. Ciò che voglio dire è che non dobbiamo esaltare
il vizio ma cercare di essere meno ipocriti e dire la verità, anche se
invischiata nella superficie”. Con un forte aggancio al mondo contemporaneo, Sini
sostiene che esistono due tipi di società.
La prima è quella primitiva, sacrale, la cosiddetta ‘società del dono’,
dove i rapporti tra i membri della tribù sono basati su un debito
inestinguibile; qui tutto è dono degli dei, le ricchezze sono poste in comune,
ma gli individui sono legati indissolubilmente dal dovere di contraccambiare il
dono offerto dall’altro e, siccome il dono è qualitativo e rilanciato in
progressione, l’uomo non è mai veramente libero. In questo tipo di società si
avverte il clima familiare per cui tutti i membri sono uniti, ma allo stesso
tempo oppressi, in quanto il debito è infinito e incalcolabile. Quando poi si
sostituisce la relazione del dono con quella del denaro, la società diventa più
numerosa, estesa e organizzata. Qui i debiti possono essere pagati e allora
inizia la ‘società dei pari’, la nostra. Non lasciamoci ingannare, però, avverte
il filosofo: “C’è molto da preoccuparsi nella nostra società, che non ha
mantenuto la promessa di rendere ogni uomo libero, non ha prodotto una
ricchezza universale che pure è la sua unica giustificazione. Permangono il
conformismo, la schiavitù e un’economia liberista che inventa miti ma di fatto
crea una forbice tra i ricchi e i poveri; basti pensare che siamo succubi delle
venti famiglie più ricche del mondo. Questo mi porta a concludere che siamo
ancora in una ‘società del dono’”. Con questo taglio filosofico il tanto osannato progresso
dell’attuale società perde la sua aura di grandezza. “Non facciamoci incantare
dalle sirene arcaiche – è l’esortazione di Sini – apriamo gli occhi, non
torniamo indietro ma abbiamo il coraggio della superficie e di portare questa
società con i suoi nichilismi e la sua corruzione ad una libertà nuova. Per
questo dobbiamo arrivare alla distruzione del soggetto in sé e per sé, ma
pensare al soggetto là dove produce effetti; l’individuo non è intangibile,
intoccabile ma è un nodo di relazioni” Una rivoluzione dell’ethos e della cultura porterà forse a
svestire i panni da una parte del vizio eccessivo dall’altra del moralismo
estremo per arrivare a riconoscere una verità anche nella superficie, pur senza
arrendersi alla ricerca del profondo.
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