|
|
|
|
Le oscure origini dei Celti |
|
|
In tempi remoti i Celti
popolavano il nord dell’Europa; con questo nome, (Kheltoi), le fonti greche
indicano un gruppo di popoli della famiglia indoeuropea le cui origini sono
ancora oscure, ma presumibilmente giunsero in Europa dall’Asia centrale
nell’età del ferro, circa 5000 anni fa. Più tardi divennero i “Galli” per i
Romani (dal termine Galati, cioè “bianchi”, per via della loro pelle chiara),
col quale venivano chiamati nell’Europa dell’est, ma il primo a darne cenno è Ecateo,
attorno al VI secolo a.C. Essi si insediarono tra l’attuale Francia e la
Germania; successivamente si mossero ad ovest, giungendo anche in Gran Bretagna
e nella Penisola Iberica, dove assunsero il nome di “Celtiberi”. Erano un
popolo di guerrieri liberi, diviso in tribù, a loro volta divise in clan o
genti, che facevano capo ad un re. Solo al contatto con i Romani, conobbero
anch’essi l’asservimento. Giulio Cesare ci parla di questi popoli nel suo “De
Bellum Gallicum”, una sorta di diario in cui egli ci descrive il rapporto con i
Celti della Germania di allora e la sconfitta del loro capo Vercingetorige, che
aveva tentato fino all’ultimo di aggregare
intorno a sé le sparse tribù galliche. Nel III secolo a.C. i Romani
conquistarono definitivamente il nord Italia, sconfiggendo i Celti, costretti
ad emigrare ancora più a nord. Ma i culti ed i miti celtici, in seguito, si
fusero con le altre religioni dell’Impero; ciò portò alla scomparsa, da lì a
breve, dei “Druidi”, i sacerdoti celtici a cui la tradizione attribuisce la
costruzione del complesso megalitico di Stonehenge, in Inghilterra. Non si sa
molto della loro cultura e dei loro usi e costumi, perché prevalentemente
venivano trasmessi oralmente, da padre in figlio; non vi sono forme scritte nel
vero senso della parola, se non grandi e piccoli complessi megalitici, come a
Carnac in Francia e Stonehenge,
appunto, e altri isolati menhir. Questi blocchi di pietra servivano ai Druidi
come osservatori astronomici, grandi orologi solari, come catalizzatori di
energie telluriche. Al tempo, molto più che nel nostro presente, era molto
importante l’osservazione degli astri, che i sacerdoti celtici collegavano al
ciclo delle stagioni, utile per l’agricoltura, fonte primaria per la
sopravvivenza di quei popoli. I Celti erano anche un popolo
con poteri straordinari: usavano predire eventi futuri tramite divinazione e
l’osservazione di segni naturali, che interpretati correttamente, potevano
fornire importanti indicazioni per vivere regolarmente. Il loro sistema di
scrittura, trovato impresso sui monoliti, era costituito da “Rune”, dipinte o
intagliate su sassi, ossa o legnetti; le rune erano anch’esse, delle pietre
usate per predire il futuro. La leggenda vuole che le Rune siano state raccolte
direttamente da Odino, dopo essersi appeso a testa in giù dall’albero
“yggdrasil” e da lui donate agli uomini. La caduta dei Celti fu dovuta
soprattutto per via della loro mancanza di unità, ma i loro culti, le loro
pratiche religiose e magiche, la loro mitologia è sopravvissuta fino ai giorni
nostri. Il pantheon celtico era molto vasto e le divinità più importanti ed
idolatrate erano: “Arawn”, dio dell’oltretomba, signore dell’inganno e del
doppio gioco che dava consiglio a chi lo pregava, rivelando passato, presente e
futuro ma spesso raggirando colui che lo invocava, al solo scopo di
accaparrarsi la sua anima; “Coventina”, personificazione della sacra fonte
situata lungo il Vallo di Adriano, dea guaritrice e propiziatrice di un parto
sicuro; “Brigit”, dea della sapienza, del fuoco, del focolare domestico, della
poesia; è una delle divinità più complesse ma anche la più amata, tanto che la
Chiesa Cristiana per sradicarne il culto, la trasformò in Santa Brigida. Le feste celtiche celebravano i
momenti dell’anno nei quali il mondo terreno e il mondo degli dei si
sovrapponevano, i momenti in cui gli spiriti dei morti potevano comunicare con
i vivi. Il tempo era ciclico, le giornate non iniziavano all’alba ma venivano
contate partendo dalla notte; le stagioni scandivano i ritmi della vita e della morte, e la morte, per i Celti, non
era la fine ma un nuovo inizio; inoltre l’anno celtico constava di 13 mesi (12 come i nostri, più in mese di
soli 3 giorni che collegava l’anno vecchio al nuovo). Diodoro Siculo riporta
che tra le popolazioni celtiche era diffusa la credenza che le anime degli
uomini fossero immortali e che dopo un determinato periodo di tempo tornassero
a vivere in un altro corpo, come druidi; e solo dietro un prestabilito ciclo di
vite, lo spirito veniva considerato purificato ed elevato e quindi ammesso nel
“Tir Na Nog” ossia la “Terra dell’Eterna Giovinezza”. Infine la religione druidica
conosceva i sacrifici e ne faceva uso, poiché sacrificare era rendere sacro un
oggetto o un essere, farlo passare nel mondo divino, caricandolo di tutti i
desideri, di tutte le pulsioni, di tutti i sentimenti della comunità che
operava il sacrificio. I sacrifici consistevano in diverse oblazioni: vegetali,
primizie del raccolto, rami d’albero e fiori; sacrifici di animali: tori, arieti,
sempre giovani maschi; infine sacrifici umani (Cesare accenna a tali sacrifici
e ci dice che sul vaso di “Gundeenstrup” sono raffigurate tre vittime: l’uomo,
il toro, il cervo). I Celti custodivano i malfattori per un periodo di cinque
anni e poi, in onore dei loro Dei, li impalavano e ne facevano degli olocausti;
essi li praticavano per il tramite di un simulacro o di un simbolo. Molto
ancora c’è da scoprire riguardo ai miti celtici; siamo nel 2005 e ancora
notevoli sono le cose cui l’uomo non riesce a dare una spiegazione esauriente:
misteri insoluti che da sempre ci affascinano; ma è proprio indagando
l'improbabile che si potranno illuminare quei numerosi dubbi ancora insiti
nella mente degli studiosi.
|
|
|
|
|