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Le oscure origini dei Celti

  
di Roberta AIELLO

Le “oscure” origini dei Celti

In tempi remoti i Celti popolavano il nord dell’Europa; con questo nome, (Kheltoi), le fonti greche indicano un gruppo di popoli della famiglia indoeuropea le cui origini sono ancora oscure, ma presumibilmente giunsero in Europa dall’Asia centrale nell’età del ferro, circa 5000 anni fa. Più tardi divennero i “Galli” per i Romani (dal termine Galati, cioè “bianchi”, per via della loro pelle chiara), col quale venivano chiamati nell’Europa dell’est, ma il primo a darne cenno è Ecateo, attorno al VI secolo a.C. Essi si insediarono tra l’attuale Francia e la Germania; successivamente si mossero ad ovest, giungendo anche in Gran Bretagna e nella Penisola Iberica, dove assunsero il nome di “Celtiberi”. Erano un popolo di guerrieri liberi, diviso in tribù, a loro volta divise in clan o genti, che facevano capo ad un re. Solo al contatto con i Romani, conobbero anch’essi l’asservimento. Giulio Cesare ci parla di questi popoli nel suo “De Bellum Gallicum”, una sorta di diario in cui egli ci descrive il rapporto con i Celti della Germania di allora e la sconfitta del loro capo Vercingetorige, che aveva tentato fino all’ultimo di aggregare  intorno a sé le sparse tribù galliche.

Nel III secolo a.C. i Romani conquistarono definitivamente il nord Italia, sconfiggendo i Celti, costretti ad emigrare ancora più a nord. Ma i culti ed i miti celtici, in seguito, si fusero con le altre religioni dell’Impero; ciò portò alla scomparsa, da lì a breve, dei “Druidi”, i sacerdoti celtici a cui la tradizione attribuisce la costruzione del complesso megalitico di Stonehenge, in Inghilterra. Non si sa molto della loro cultura e dei loro usi e costumi, perché prevalentemente venivano trasmessi oralmente, da padre in figlio; non vi sono forme scritte nel vero senso della parola, se non grandi e piccoli complessi megalitici, come a Carnac in Francia e  Stonehenge, appunto, e altri isolati menhir. Questi blocchi di pietra servivano ai Druidi come osservatori astronomici, grandi orologi solari, come catalizzatori di energie telluriche. Al tempo, molto più che nel nostro presente, era molto importante l’osservazione degli astri, che i sacerdoti celtici collegavano al ciclo delle stagioni, utile per l’agricoltura, fonte primaria per la sopravvivenza di quei popoli.

I Celti erano anche un popolo con poteri straordinari: usavano predire eventi futuri tramite divinazione e l’osservazione di segni naturali, che interpretati correttamente, potevano fornire importanti indicazioni per vivere regolarmente. Il loro sistema di scrittura, trovato impresso sui monoliti, era costituito da “Rune”, dipinte o intagliate su sassi, ossa o legnetti; le rune erano anch’esse, delle pietre usate per predire il futuro. La leggenda vuole che le Rune siano state raccolte direttamente da Odino, dopo essersi appeso a testa in giù dall’albero “yggdrasil” e da lui donate agli uomini. La caduta dei Celti fu dovuta soprattutto per via della loro mancanza di unità, ma i loro culti, le loro pratiche religiose e magiche, la loro mitologia è sopravvissuta fino ai giorni nostri. Il pantheon celtico era molto vasto e le divinità più importanti ed idolatrate erano: “Arawn”, dio dell’oltretomba, signore dell’inganno e del doppio gioco che dava consiglio a chi lo pregava, rivelando passato, presente e futuro ma spesso raggirando colui che lo invocava, al solo scopo di accaparrarsi la sua anima; “Coventina”, personificazione della sacra fonte situata lungo il Vallo di Adriano, dea guaritrice e propiziatrice di un parto sicuro; “Brigit”, dea della sapienza, del fuoco, del focolare domestico, della poesia; è una delle divinità più complesse ma anche la più amata, tanto che la Chiesa Cristiana per sradicarne il culto, la trasformò in Santa Brigida.

Le feste celtiche celebravano i momenti dell’anno nei quali il mondo terreno e il mondo degli dei si sovrapponevano, i momenti in cui gli spiriti dei morti potevano comunicare con i vivi. Il tempo era ciclico, le giornate non iniziavano all’alba ma venivano contate partendo dalla notte; le stagioni scandivano i ritmi della vita  e della morte, e la morte, per i Celti, non era la fine ma un nuovo inizio; inoltre l’anno celtico constava  di 13 mesi (12 come i nostri, più in mese di soli 3 giorni che collegava l’anno vecchio al nuovo). Diodoro Siculo riporta che tra le popolazioni celtiche era diffusa la credenza che le anime degli uomini fossero immortali e che dopo un determinato periodo di tempo tornassero a vivere in un altro corpo, come druidi; e solo dietro un prestabilito ciclo di vite, lo spirito veniva considerato purificato ed elevato e quindi ammesso nel “Tir Na Nog” ossia la “Terra dell’Eterna Giovinezza”. 

Infine la religione druidica conosceva i sacrifici e ne faceva uso, poiché sacrificare era rendere sacro un oggetto o un essere, farlo passare nel mondo divino, caricandolo di tutti i desideri, di tutte le pulsioni, di tutti i sentimenti della comunità che operava il sacrificio. I sacrifici consistevano in diverse oblazioni: vegetali, primizie del raccolto, rami d’albero e fiori; sacrifici di animali: tori, arieti, sempre giovani maschi; infine sacrifici umani (Cesare accenna a tali sacrifici e ci dice che sul vaso di “Gundeenstrup” sono raffigurate tre vittime: l’uomo, il toro, il cervo). I Celti custodivano i malfattori per un periodo di cinque anni e poi, in onore dei loro Dei, li impalavano e ne facevano degli olocausti; essi li praticavano per il tramite di un simulacro o di un simbolo. Molto ancora c’è da scoprire riguardo ai miti celtici; siamo nel 2005 e ancora notevoli sono le cose cui l’uomo non riesce a dare una spiegazione esauriente: misteri insoluti che da sempre ci affascinano; ma è proprio indagando l'improbabile che si potranno illuminare quei numerosi dubbi ancora insiti nella mente degli studiosi.

 

 


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