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Libero professionista o precario?
  
di Ottavio PIRELLI

Il mondo del lavoro sta cambiando, e questa trasformazione verso un quadro occupazionale più “flessibile” non risparmia propri

La società dell’informazione ha creato le sue nuove fabbriche, quelle del sapere e della comunicazione, della parola e dell’immagine. Mentre le grandi manifatture si spostano inesorabilmente verso i paradisi della produzione low cost, continua a crescere in Occidente, e quindi anche in Italia, l’esercito dei lavoratori del terziario. Call center, internet, telefonia mobile, televisione, informazione, intrattenimento mediatico: sono questi alcuni degli ambiti che assorbono in maniera sempre più massiccia la manodopera intellettuale necessaria al sostentamento dei servizi. Non ci sarebbe nulla da lamentare, se non fosse che allo sviluppo di questo tipo di occupazioni si accompagna l’aumento del lavoro precario, mal retribuito e poco sicuro. Una condizione che oggi non sembra risparmiare neppure professioni un tempo protette, come quella del giornalista.

E’ un rapporto della Federazione Europea dei Giornalisti, realizzato con il sostegno dell’Unione Europea, a lanciare il grido d’allarme. Chi sono i precari della carta stampata? Sono i cosiddetti free-lance, giornalisti che operano in regime di semiautonomia vendendo i propri pezzi alle testate di informazione. Una specie di limbo giornalistico è l’habitat di questi ‘liberi professionisti’: sono ufficialmente indipendenti, ma spesso dipendono da un unico datore di lavoro; non godono delle tutele sindacali al pari degli assunti, ma di frequente svolgono le loro stesse mansioni, negli stessi uffici e per le stesse ore di lavoro.

Le cifre ricostruiscono un quadro della situazione molto chiaro. Un giornalista professionista su tre in Europa lavora come free-lance, mentre in Italia si arriva a quasi uno su due, con 12 mila free-lance sui 27 mila giornalisti in attività. Sono numeri di non poco conto soprattutto se confrontati con le percentuali che descrivono la diffusione generale di questo tipo di forme di lavoro. In Italia, infatti, i lavoratori indipendenti raggiungono il 22,8% del totale dei lavoratori, mentre nel settore giornalistico questo dato si aggira intorno al 47% con un incremento dal 1995 al 2003 del 10%.

I motivi di questo aumento sono svariati e riguardano da un lato il necessario ampliamento della copertura mediatica ad un panorama transnazionale e da un altro lato un fenomeno di razionalizzazione e alleggerimento delle strutture organizzative.

Di fatto, oggi si può affermare che ‘i free-lance rappresentano una parte importante del mondo dei media – come nello stesso rapporto della IFJ si dice - e giocano un ruolo di primo piano per la libertà e la qualità della stampa e dell’informazione’. Il problema principale non sembra in assoluto l’esistenza delle collaborazioni da parte dei professionisti, visto che quasi due terzi dei free-lance preferiscono questo tipo di rapporto a forme occupazionali più rigide. Ad allarmare, invece, è la quasi totale assenza di protezioni di tipo sindacale e salariale, che espone pericolosamente questa particolare categoria di occupati. ‘In un’attività così delicata – si afferma ancora nel rapporto - come quella del giornalismo sono proprio la stabilità dei rapporti professionali e la stabilità economica che ne deriva che contribuiscono in modo significativo all’efficacia dell’indipendenza e dell’autonomia nell’esercizio di questa professione’, parole con le quali non si può non essere d’accordo, per lo meno se si vuole ancora riconoscere a chi produce informazione un ruolo di utilità sociale e istituzionale.

 

 

 


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