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Ramir in viaggio per la vita |
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È il 22 ottobre e sono passati
quasi dieci giorni da quando Ramir è chiuso in un container nella nave che
partita dal porto di Dakar in Senegal, sta per arrivare in Sicilia. Sono dieci giorni che Ramir non
vede la luce, dieci giorni che vive delle poche provviste che è riuscito a
portarsi dietro, dieci giorni che Ramir scappa dal suo Senegal perchè li c’è la
guerra e la gente muore di fame, di Aids e di altre malattie. Ramir ha deciso di scappare, di
cercare in Italia o Dio solo sa dove, un po’ di soldi per vivere in modo meno
miserabile. Ramir è l’emblema, povero e disgraziato di una condizione che oggi
in Italia ci interessa molto, molto da vicino, che è appunto l’immigrazione
clandestina, uomini donne e bambini che fuggono dalla loro terra in cerca di
fortuna, che affrontano viaggi massacranti nella completa negazione delle più
normali e necessarie condizioni igieniche, che si lasciano morire e vengono
buttati a mare per non intralciare il “viaggio”, Ramir evidentemente queste
cose le sa, ma nonostante tutto la sua voglia di evadere dall’inferno che la
povertà della sua terra gli causa tutti i giorni, è più forte. La nave con a bordo il
clandestino nascosto nel container arriva all’alba del dodicesimo giorno in
Sicilia, ma Ramir non sa che caricati altri container avrebbe dovuto continuare
per Napoli, capisce però che qualcosa non sta andando per il verso giusto, il
ritardo, che la gru sta facendo per prendere il suo container e scaricarlo
sulla terraferma, lo allarma, e lo atterrisce. Le sue oramai precarissime
condizioni lo fanno indugiare, vacillare; nell’attesa quasi eterna di quella
gru, Ramir vede li la sua macabra sepoltura…non ha più cibo ormai da giorni, e
il puzzo nauseabondo lo strangola. L’istinto alla sopravvivenza prevale
nell’animo di Ramir che decide così di uscire allo scoperto, costi quel che
costi, decide di urlare: Help! Help! Aiuto! Aiuto! Con la voce che gli è
rimasta, con le forze che gli sono rimaste: Aiuto! Aiuto! La divina
provvidenza, o se volete, il caso, hanno voluto che proprio in quel momento di
li passasse un mozzo. Presa una torcia, il personale
di bordo ha illuminato nel container: la prima cosa che si è presentata dinanzi
i loro occhi, sono stati gli occhioni grossi e neri di Ramir, occhioni che
chiedevano aiuto nella lingua universale di chi non vuol morire, occhioni
grossi e neri che spuntavano dal buco praticato nel container, occhi che per
dodici giorni non hanno visto luce, ma che per dodici giorni sono stati
illuminati dalla luce della speranza di farcela. Ramir così si è salvato, ma di
sicuro non era questo il finale che avrebbe voluto raccontare un giorno, forse
ai suoi bambini.
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