|
|
|
|
Il sistema pensionistico italiano |
|
|
Qualunque
progetto di riforma fiscale che si prefigga di diminuire le aliquote d'imposta
si fonda sulla capacità di tagliare la spesa pubblica e sulla possibilità di
contare, nel breve periodo, su un margine di deficit piuttosto ampio. Se su questo versante
l'azione del governo è fortemente limitata dai vincoli del Patto di Stabilità,
riguardo ai tagli di spesa molto si potrebbe fare intervenendo ad esempio, su
quella previdenziale. Una
riforma inderogabile
Il sistema pensionistico italiano, nonostante
le riforme dei precedenti governi (Dini e Tremonti), permane afflitto da due
mali: il primo riguarda l'evasione dal sistema da parte di molti contribuenti,
con le conseguenti perdite che ne derivano; il secondo, ancora più preoccupante
perché molto più radicale, riguarda l'andamento demografico nazionale che
registra un progressivo invecchiamento della popolazione a fronte di un saldo
di natalità pari a zero. Sulla
struttura della popolazione l'economista non si può più interrogare perché la
risposta dovrebbe arrivare soprattutto dalla politica. Vi sono tuttavia
studi molto sofisticati che pongono in relazione la dinamica demografica con lo
sviluppo economico. A grandi linee si può riassumere che una popolazione che
non cresce e che sposta la sua mediana verso i valori alti, non favorisce lo
sviluppo. Ma, sorprendentemente, una crescita impetuosa con mediana verso il
basso pone altrettanti problemi… In Italia ci troviamo nel primo caso e un
riequilibrio può avvenire favorendo l'immigrazione; purché non sia fatta da un
lavoratore adulto ogni dieci bambini o anziani. In altre parole, non è facile
coniugare sviluppo e diritti agli immigrati: un compromesso lo si deve per
forza accettare, lasciando da parte i radicalismi e gli universalismi. Quanto
al problema della spesa pensionistica, esso non è affrontabile unicamente con
la finalità del suo contenimento in rapporto al prodotto interno lordo, ma
migliorandone le condizioni di sostenibilità macroeconomica. Se sotto il profilo
strettamente economico può essere consigliabile una gestione del sistema
pensionistico retta in ripartizione pura, non si possono tuttavia trascurare,
dovendone studiare una riforma, anche le ragioni sociali e le esigenze
contingenti proprie del settore della tutela assicurativa. La tendenza attuale, riscontrabile anche nelle
ultime insufficienti riforme, è quella di far coesistere e sviluppare due
diversi sistemi, quello a ripartizione e quello a capitalizzazione, con la
segreta speranza che sia possibile prendere il meglio da ognuno e nello stesso
tempo attutire gli aspetti negativi di entrambi. Tuttavia si è voluto fin qui procedere attraverso un passaggio più morbido
rispetto all’applicazione diretta per tutti del sistema di calcolo contributivo
per non pagare, a livello politico-elettoralistico, le conseguenze di una
decisa azione di abbattimento di ingiustificati privilegi. I risparmi
possibili con le riforme sin qui attuate sono modesti e i loro vantaggi sono
individuabili unicamente in una maggiore trasparenza e intelligibilità riguardo
il principio secondo il quale vengono tradotti in pensione i contributi che
vengono versati. Ma se l'equità che si vuol perseguire
significa soltanto l'introduzione del principio che per ciascuno (a parte i
casi socialmente riconosciuti come quelli relativi ai lavori usuranti) i
contributi versati si traducano in pensione con gli stessi tassi di
accumulazione, in modo che la pensione sia rapportata ai contributi e collegata
agli anni che restano da vivere, ebbene si
tratta di una falsa equità finché non si intacca il nodo delle pensioni
d'anzianità, quello che rende davvero iniquo (oltre che insostenibile) il
nostro sistema rispetto a quello di altri Paesi. Tutte le proposte che ho potuto finora
valutare (abolizione del divieto di cumulo e parziale distribuzione in busta
paga del TFR), riguardano operazioni di belletto dalla dubbia efficacia nel
tentare di costringere i lavoratori a permanere sul posto di lavoro fino a 65
anni. Invece si dovrebbe, coraggiosamente ed inequivocabilmente, obbligare
ciascuno ad attendere 65 anni (se non 67) prima di avere la rendita vitalizia. Le operazioni per rendere accettabile un tale
indubbio sacrificio sarebbero molteplici (ne indicheremo di seguito due), ma il
loro effetto combinato potrebbe (salve pregiudiziali ideologiche) rendere quasi
indolore quell'abolizione della pensioni di anzianità che sola potrebbe
determinare la sostenibilità della spesa pensionistica e l'abbattimento degli
oneri contributivi per le aziende e i lavoratori. Due
rimedi necessari
La prima operazione consisterebbe in sostanza
di strutturare i fondi di gestione dei contributi in modo che rendano molto di
più, facendo accettare al singolo aderente un ragionevole margine di rischio di
insolvenza. Si potrebbe compensare questo rischio per il lavoratore che versa i
suoi contributi nel fondo, con l'assoluta libertà di aderirvi o non aderirvi,
oppure aderirvi in parte consentendogli di scegliersi forme alternative
d'investimento (ad esempio in azioni o obbligazioni dell'azienda presso cui
lavora e di cui contribuisce con la sua opera a determinarne il destino). In
altre parole, lo Stato garantisce per
tutti i lavoratori una pensione media (oggi 9500 euro, pari ad un costo di
110 miliardi per 11,5 milioni di pensionati, con un risparmio annuale intorno
ai 50 miliardi) da una minima base
contributiva, benché diseguale dal dirigente, al libero professionista,
all'operaio, lasciando a ciascuno la libertà di scegliersi il metodo
d'integrazione, salvo l'obbligo di dimostrare d'averne scelto uno qualsiasi
anziché nessuno. La modulazione dei contributi che ciascuna
categoria verserebbe (diversi dal dirigente all'operaio) sarebbe determinata
dai risparmi attuali sulle aliquote irpef. Il dirigente, a fronte di una
pensione garantita pari a quella dell'operaio, verserebbe più contributi non
perché obbligato a farlo (sarebbe ingiusto) ma perché, essendo dotato di una
maggiore propensione all'investimento finanziario rispetto all'operaio, avrebbe
interesse a disporre ora (con un risparmio sull'irpef) delle maggiori somme che
in alternativa il sistema pensionistico attuale gli garantirebbe solo tra
vent'anni. E queste risorse liberate nel sistema irrobustirebbero gli
investimenti totali nonché, di riflesso, proprio il rendimento di quei fondi
pensione che devono garantire la quota complementare. La seconda operazione ha l'obiettivo di
rendere meno traumatica per chi si mette ora a lavorare, l'abolizione
dell'aspettativa di andare in pensione a 55 anni. Si tratta di utilizzare parte del TFR accumulato nella aziende per
finanziare (stipendio tipo cig più formazione) un anno sabbatico ogni cinque
lavorativi per tutti i lavoratori che lo richiedono, i quali avrebbero un
anno di sostanziale riposo che attenuerebbe l'impatto dei lavori usuranti,
unito alla possibilità di riqualificazione e aggiornamento garantita dallo
Stato, che ne aumenterebbe la forza contrattuale alla ripresa del lavoro. Una
specie di scuola dell'obbligo aggiuntiva per l'adeguamento delle competenze al
mutare della società della durata di sette anni, distribuiti lungo la vita
lavorativa di 35. In questo modo sarebbe enormemente più agevole far terminare
la vita lavorativa vicino ai 65 anni anche per quei lavoratori che hanno
iniziato precocemente a lavorare e che oggi si ritrovano invece a 55 col
massimo dei contributi e la necessità di continuare a lavorare in nero per non
rinunciare alla pensione di anzianità. Ci sarebbero ulteriori correttivi che si
sommano a questi senza escluderli per rendere accettabile da subito
l'abolizione delle pensioni di anzianità, ma è indubbio che i suddetti siano
quelli di maggiore efficacia.
|
|
|
|
|