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Il sistema pensionistico italiano
  
di Valerio PECORARO

Oltre al linguaggio estremamente elaborato, l'altra qualità che distingue il genere umano è l'innata propensione alla tecnologi

Qualunque progetto di riforma fiscale che si prefigga di diminuire le aliquote d'imposta si fonda sulla capacità di tagliare la spesa pubblica e sulla possibilità di contare, nel breve periodo, su un margine di deficit piuttosto ampio. Se su questo versante l'azione del governo è fortemente limitata dai vincoli del Patto di Stabilità, riguardo ai tagli di spesa molto si potrebbe fare intervenendo ad esempio, su quella previdenziale.

 

Una riforma inderogabile

 

Il sistema pensionistico italiano, nonostante le riforme dei precedenti governi (Dini e Tremonti), permane afflitto da due mali: il primo riguarda l'evasione dal sistema da parte di molti contribuenti, con le conseguenti perdite che ne derivano; il secondo, ancora più preoccupante perché molto più radicale, riguarda l'andamento demografico nazionale che registra un progressivo invecchiamento della popolazione a fronte di un saldo di natalità pari a zero.

Sulla struttura della popolazione l'economista non si può più interrogare perché la risposta dovrebbe arrivare soprattutto dalla politica. Vi sono tuttavia studi molto sofisticati che pongono in relazione la dinamica demografica con lo sviluppo economico. A grandi linee si può riassumere che una popolazione che non cresce e che sposta la sua mediana verso i valori alti, non favorisce lo sviluppo. Ma, sorprendentemente, una crescita impetuosa con mediana verso il basso pone altrettanti problemi…

In Italia ci troviamo nel primo caso e un riequilibrio può avvenire favorendo l'immigrazione; purché non sia fatta da un lavoratore adulto ogni dieci bambini o anziani. In altre parole, non è facile coniugare sviluppo e diritti agli immigrati: un compromesso lo si deve per forza accettare, lasciando da parte i radicalismi e gli universalismi.

 

Quanto al problema della spesa pensionistica, esso non è affrontabile unicamente con la finalità del suo contenimento in rapporto al prodotto interno lordo, ma migliorandone le condizioni di sostenibilità macroeconomica. Se sotto il profilo strettamente economico può essere consigliabile una gestione del sistema pensionistico retta in ripartizione pura, non si possono tuttavia trascurare, dovendone studiare una riforma, anche le ragioni sociali e le esigenze contingenti proprie del settore della tutela assicurativa.

 

La tendenza attuale, riscontrabile anche nelle ultime insufficienti riforme, è quella di far coesistere e sviluppare due diversi sistemi, quello a ripartizione e quello a capitalizzazione, con la segreta speranza che sia possibile prendere il meglio da ognuno e nello stesso tempo attutire gli aspetti negativi di entrambi. Tuttavia si è voluto fin qui procedere attraverso un passaggio più morbido rispetto all’applicazione diretta per tutti del sistema di calcolo contributivo per non pagare, a livello politico-elettoralistico, le conseguenze di una decisa azione di abbattimento di ingiustificati privilegi. I risparmi possibili con le riforme sin qui attuate sono modesti e i loro vantaggi sono individuabili unicamente in una maggiore trasparenza e intelligibilità riguardo il principio secondo il quale vengono tradotti in pensione i contributi che vengono versati.

Ma se l'equità che si vuol perseguire significa soltanto l'introduzione del principio che per ciascuno (a parte i casi socialmente riconosciuti come quelli relativi ai lavori usuranti) i contributi versati si traducano in pensione con gli stessi tassi di accumulazione, in modo che la pensione sia rapportata ai contributi e collegata agli anni che restano da vivere, ebbene si tratta di una falsa equità finché non si intacca il nodo delle pensioni d'anzianità, quello che rende davvero iniquo (oltre che insostenibile) il nostro sistema rispetto a quello di altri Paesi.

 

Tutte le proposte che ho potuto finora valutare (abolizione del divieto di cumulo e parziale distribuzione in busta paga del TFR), riguardano operazioni di belletto dalla dubbia efficacia nel tentare di costringere i lavoratori a permanere sul posto di lavoro fino a 65 anni. Invece si dovrebbe, coraggiosamente ed inequivocabilmente, obbligare ciascuno ad attendere 65 anni (se non 67) prima di avere la rendita vitalizia.

Le operazioni per rendere accettabile un tale indubbio sacrificio sarebbero molteplici (ne indicheremo di seguito due), ma il loro effetto combinato potrebbe (salve pregiudiziali ideologiche) rendere quasi indolore quell'abolizione della pensioni di anzianità che sola potrebbe determinare la sostenibilità della spesa pensionistica e l'abbattimento degli oneri contributivi per le aziende e i lavoratori.

 

Due rimedi necessari

 

La prima operazione consisterebbe in sostanza di strutturare i fondi di gestione dei contributi in modo che rendano molto di più, facendo accettare al singolo aderente un ragionevole margine di rischio di insolvenza. Si potrebbe compensare questo rischio per il lavoratore che versa i suoi contributi nel fondo, con l'assoluta libertà di aderirvi o non aderirvi, oppure aderirvi in parte consentendogli di scegliersi forme alternative d'investimento (ad esempio in azioni o obbligazioni dell'azienda presso cui lavora e di cui contribuisce con la sua opera a determinarne il destino). In altre parole, lo Stato garantisce per tutti i lavoratori una pensione media (oggi 9500 euro, pari ad un costo di 110 miliardi per 11,5 milioni di pensionati, con un risparmio annuale intorno ai 50 miliardi) da una minima base contributiva, benché diseguale dal dirigente, al libero professionista, all'operaio, lasciando a ciascuno la libertà di scegliersi il metodo d'integrazione, salvo l'obbligo di dimostrare d'averne scelto uno qualsiasi anziché nessuno.

La modulazione dei contributi che ciascuna categoria verserebbe (diversi dal dirigente all'operaio) sarebbe determinata dai risparmi attuali sulle aliquote irpef. Il dirigente, a fronte di una pensione garantita pari a quella dell'operaio, verserebbe più contributi non perché obbligato a farlo (sarebbe ingiusto) ma perché, essendo dotato di una maggiore propensione all'investimento finanziario rispetto all'operaio, avrebbe interesse a disporre ora (con un risparmio sull'irpef) delle maggiori somme che in alternativa il sistema pensionistico attuale gli garantirebbe solo tra vent'anni. E queste risorse liberate nel sistema irrobustirebbero gli investimenti totali nonché, di riflesso, proprio il rendimento di quei fondi pensione che devono garantire la quota complementare.

 

La seconda operazione ha l'obiettivo di rendere meno traumatica per chi si mette ora a lavorare, l'abolizione dell'aspettativa di andare in pensione a 55 anni. Si tratta di utilizzare parte del TFR accumulato nella aziende per finanziare (stipendio tipo cig più formazione) un anno sabbatico ogni cinque lavorativi per tutti i lavoratori che lo richiedono, i quali avrebbero un anno di sostanziale riposo che attenuerebbe l'impatto dei lavori usuranti, unito alla possibilità di riqualificazione e aggiornamento garantita dallo Stato, che ne aumenterebbe la forza contrattuale alla ripresa del lavoro. Una specie di scuola dell'obbligo aggiuntiva per l'adeguamento delle competenze al mutare della società della durata di sette anni, distribuiti lungo la vita lavorativa di 35. In questo modo sarebbe enormemente più agevole far terminare la vita lavorativa vicino ai 65 anni anche per quei lavoratori che hanno iniziato precocemente a lavorare e che oggi si ritrovano invece a 55 col massimo dei contributi e la necessità di continuare a lavorare in nero per non rinunciare alla pensione di anzianità.

 

Ci sarebbero ulteriori correttivi che si sommano a questi senza escluderli per rendere accettabile da subito l'abolizione delle pensioni di anzianità, ma è indubbio che i suddetti siano quelli di maggiore efficacia.

 

 


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