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I debiti della politica |
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Gli intricati nodi da
sciogliere, le grandi questioni del Terzo Millennio, la grande sfida della
politica Può sembrare un mero
prodotto della casualità, quasi un gioco degli eventi, per certi versi una
sorta di fatalità o qualcosa di paradossale, ma è certo che gli avvenimenti
della storia e della politica che si sono concentrati in quest’ultimo scorcio
dell’anno rappresentano qualcosa su cui riflettere profondamente. Un
incredibile e forse unico intreccio di nodi concatenati che sembra giungere
così quasi al suo punto finale e da cui si dipanano, quasi per incanto, per una
sorta di redde rationem, tutte le problematiche e tutte le questioni
internazionali che grande rilievo hanno avuto e continuano ad avere nel
palcoscenico mondiale. Un intrappolamento ed una fusione che avviene oggi in un
tempo brevissimo. È l’autunno più caldo,
è l’autunno di Bush, del terrorismo, dell’unilateralismo, della guerra
preventiva, è l’autunno di Arafat e del popolo palestinese, è l’autunno di
Barroso e di Buttiglione, è l’autunno della cristianità e dell’Europa. È questa
la rete mirabile che oggi si presenta al mondo dispiegata contemporaneamente in
tutto il suo insieme. Per una soluzione forse, per tentare, per uno dei giochi
bizzarri del destino, di costruire il futuro proprio dai suoi ultimi fili,
dalle propaggini di un nodo che sembra terminale, dai debiti non pagati della
politica, dalle grandi questioni politiche non risolte. È l’autunno di una
intera generazione. Ed è questo che di unico si presenta oggi a noi. Un intrigo
storico e politico che può risultare snodo decisionale di immensa portata. Siamo
all’alba del Terzo Millennio e questi ne sono i primi riverberi. È la questione
americana innanzitutto che emerge prepotentemente al termine di una estenuante
campagna elettorale. Sono stati i giorni di Bush e di Kerry, i giorni di due
visioni dell’America, di due mondi culturali, di un continente estremamente
complesso. Sono stati i giorni di due differenti proposte politiche. Ha vinto
Bush. Ha vinto l’America che sta dentro i confini della Nazione più forte del
mondo, quell’America profonda che ha avuto paura a partire dall’11 Settembre,
che ha percepito la vulnerabilità del suo territorio e che forse ha risposto
con egoismo al terrorismo che è sempre presente sulla scena mondiale.
Quell’America che così vuole decidere per sé, che vuole difendere i suoi
interessi, che non vuole trovare attenuanti di internazionalismo politico per
proteggere se stessa e salvare così la famiglia americana. Questo il
significato intimo del voto: ha vinto il senso di appartenenza proprio a
partire dall’America come nazione, dall’America come famiglia. L’America ha
parlato per sé, ha parlato nel suo interno, fra i suoi confini. Non vi è stato
alcun sogno americano in questa campagna elettorale. È stato il tramonto
dell’American dream che tanto ha fatto sognare l’Europa ed il mondo intero. È l’autunno di Yasser
Arafat, il rais palestinese che oggi riempie le prime pagine dei giornali di
tutto il mondo per la sua malattia, per gli annunci di morte. È il capitolo
finale di una lunga e dolorosa pagina della politica e del terrorismo, del
fanatismo religioso. Una questione irrisolta che oggi è ancor più attuale e
complicata da risolvere. È la storia infinita di tutto il popolo palestinese e
dei suoi territori, degli errori e degli orrori commessi per un lungo ed
insopportabile tempo. È la pagina delle tante stragi, dei muri rozzi e
vergognosi delle road map, della pace inesistente, dell’odio continuo ed
incessante. Una pagina della storia che dal dopoguerra ad oggi si è presentata
lunghissima per le tante vittime, per le troppe incomprensioni, per le inutili
divisioni, per i troppi egoismi, per le troppe coperture. Un debito della
politica non ancora saldato e che oggi Arafat chiede di onorare. È l’autunno
dell’Europa nel suo insieme. È l’autunno dell’Europa che oggi si riscopre profondamente
laica negando con tenacia ed intima convinzione le sue radici cristiane. Un’Europa che non riesce a trovare nella sua
Costituzione un comune denominatore alla sua storia, un filo guida che ci porti
al cuore delle sue idealità, che dia spessore e risalto al suo passato, che
spieghi l’intima essenza dell’animo europeo. E così la firma avvenuta a Roma
della Costituzione Europea è la firma dei compromessi. È una firma che non
esalta. Una costituzione che è la risultante della ricerca di un equilibrio
politico e che di certo configura un’Europa più divisa. La firma di Roma non ha
sicuramente generato un popolo europeo. La vera Europa non è ancora nata
nonostante l’introduzione dell’euro ed il varo della costituzione europea. Ed è anche l’autunno di
quell’Europa che inciampa sulle questioni ideologiche sollevate contro Buttiglione.
Su quelle questioni che, anche se volute e ricercate per strategia politica,
hanno fatto riemergere il problema religioso e cristiano in tutta la sua
interezza. L’Europa di fatto ha oggi un comune denominatore solo ed unicamente
nella sua anima laica e tecnologica, nei suoi principi di rigore finanziario,
nelle sue regole di bilancio. Nulla ci dice sulle finalità etiche dell’Europa,
sulla famiglia europea, sulle grandi problematiche delle nuove scoperte
scientifiche che, a partire dal mondo della genetica, profondamente possono
incidere e condizionare il futuro. Ed è in fondo la negazione di quella
religiosità e di quella spiritualità che ha attraversato la storia dell’Europa
nei secoli a renderci più vulnerabili e più indecisi. Questo dunque lo
scenario internazionale che si presenta in quest’autunno di grande incertezza.
Questi i grandi debiti che la politica oggi ci consegna. Questi i nodi da
sciogliere. Queste le grandi questioni del Terzo Millennio. Questa la grande
sfida della politica.
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