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I debiti della politica
  
di Francesco CACCETTA

Può sembrare un mero prodotto della casualità, quasi un gioco degli eventi, per certi versi una sorta di fatalità o qualcosa di paradossale, ma è certo che gli avvenimenti della storia e della politica che si sono concentrati in quest’ultimo scorcio dell

Gli intricati nodi da sciogliere, le grandi questioni del Terzo Millennio, la grande sfida della politica

 

Può sembrare un mero prodotto della casualità, quasi un gioco degli eventi, per certi versi una sorta di fatalità o qualcosa di paradossale, ma è certo che gli avvenimenti della storia e della politica che si sono concentrati in quest’ultimo scorcio dell’anno rappresentano qualcosa su cui riflettere profondamente. Un incredibile e forse unico intreccio di nodi concatenati che sembra giungere così quasi al suo punto finale e da cui si dipanano, quasi per incanto, per una sorta di redde rationem, tutte le problematiche e tutte le questioni internazionali che grande rilievo hanno avuto e continuano ad avere nel palcoscenico mondiale. Un intrappolamento ed una fusione che avviene oggi in un tempo brevissimo.

È l’autunno più caldo, è l’autunno di Bush, del terrorismo, dell’unilateralismo, della guerra preventiva, è l’autunno di Arafat e del popolo palestinese, è l’autunno di Barroso e di Buttiglione, è l’autunno della cristianità e dell’Europa. È questa la rete mirabile che oggi si presenta al mondo dispiegata contemporaneamente in tutto il suo insieme. Per una soluzione forse, per tentare, per uno dei giochi bizzarri del destino, di costruire il futuro proprio dai suoi ultimi fili, dalle propaggini di un nodo che sembra terminale, dai debiti non pagati della politica, dalle grandi questioni politiche non risolte.

È l’autunno di una intera generazione. Ed è questo che di unico si presenta oggi a noi. Un intrigo storico e politico che può risultare snodo decisionale di immensa portata. Siamo all’alba del Terzo Millennio e questi ne sono i primi riverberi. È la questione americana innanzitutto che emerge prepotentemente al termine di una estenuante campagna elettorale. Sono stati i giorni di Bush e di Kerry, i giorni di due visioni dell’America, di due mondi culturali, di un continente estremamente complesso. Sono stati i giorni di due differenti proposte politiche. Ha vinto Bush. Ha vinto l’America che sta dentro i confini della Nazione più forte del mondo, quell’America profonda che ha avuto paura a partire dall’11 Settembre, che ha percepito la vulnerabilità del suo territorio e che forse ha risposto con egoismo al terrorismo che è sempre presente sulla scena mondiale. Quell’America che così vuole decidere per sé, che vuole difendere i suoi interessi, che non vuole trovare attenuanti di internazionalismo politico per proteggere se stessa e salvare così la famiglia americana. Questo il significato intimo del voto: ha vinto il senso di appartenenza proprio a partire dall’America come nazione, dall’America come famiglia. L’America ha parlato per sé, ha parlato nel suo interno, fra i suoi confini. Non vi è stato alcun sogno americano in questa campagna elettorale. È stato il tramonto dell’American dream che tanto ha fatto sognare l’Europa ed il mondo intero.

È l’autunno di Yasser Arafat, il rais palestinese che oggi riempie le prime pagine dei giornali di tutto il mondo per la sua malattia, per gli annunci di morte. È il capitolo finale di una lunga e dolorosa pagina della politica e del terrorismo, del fanatismo religioso. Una questione irrisolta che oggi è ancor più attuale e complicata da risolvere. È la storia infinita di tutto il popolo palestinese e dei suoi territori, degli errori e degli orrori commessi per un lungo ed insopportabile tempo. È la pagina delle tante stragi, dei muri rozzi e vergognosi delle road map, della pace inesistente, dell’odio continuo ed incessante. Una pagina della storia che dal dopoguerra ad oggi si è presentata lunghissima per le tante vittime, per le troppe incomprensioni, per le inutili divisioni, per i troppi egoismi, per le troppe coperture. Un debito della politica non ancora saldato e che oggi Arafat chiede di onorare.

È l’autunno dell’Europa nel suo insieme. È l’autunno dell’Europa che oggi si riscopre profondamente laica negando con tenacia ed intima convinzione le sue radici cristiane.  Un’Europa che non riesce a trovare nella sua Costituzione un comune denominatore alla sua storia, un filo guida che ci porti al cuore delle sue idealità, che dia spessore e risalto al suo passato, che spieghi l’intima essenza dell’animo europeo. E così la firma avvenuta a Roma della Costituzione Europea è la firma dei compromessi. È una firma che non esalta. Una costituzione che è la risultante della ricerca di un equilibrio politico e che di certo configura un’Europa più divisa. La firma di Roma non ha sicuramente generato un popolo europeo. La vera Europa non è ancora nata nonostante l’introduzione dell’euro ed il varo della costituzione europea.

Ed è anche l’autunno di quell’Europa che inciampa sulle questioni ideologiche sollevate contro Buttiglione. Su quelle questioni che, anche se volute e ricercate per strategia politica, hanno fatto riemergere il problema religioso e cristiano in tutta la sua interezza. L’Europa di fatto ha oggi un comune denominatore solo ed unicamente nella sua anima laica e tecnologica, nei suoi principi di rigore finanziario, nelle sue regole di bilancio. Nulla ci dice sulle finalità etiche dell’Europa, sulla famiglia europea, sulle grandi problematiche delle nuove scoperte scientifiche che, a partire dal mondo della genetica, profondamente possono incidere e condizionare il futuro. Ed è in fondo la negazione di quella religiosità e di quella spiritualità che ha attraversato la storia dell’Europa nei secoli a renderci più vulnerabili e più indecisi.

Questo dunque lo scenario internazionale che si presenta in quest’autunno di grande incertezza. Questi i grandi debiti che la politica oggi ci consegna. Questi i nodi da sciogliere. Queste le grandi questioni del Terzo Millennio. Questa la grande sfida della politica.

 

 


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