|
|
|
|
Crisi di sistema |
|
|
Sarebbe sciocco e per molti aspetti pretestuoso non
guardare con estrema attenzione alla crisi che attraversa profondamente la
maggioranza di centrodestra e che, a ben vedere, per certi versi non risparmia
neppure il centrosinistra. Una crisi che è crisi di tutto un sistema, una sorta
di redde rationem a cui siamo chiamati in ordine alla scelta di un bipolarismo,
rivelatosi sbagliato nei termini e nei contenuti, dettata nel passato dallo
sgretolarsi improvviso di un establishment nato e formatosi nel dopoguerra e
franato dal venir meno dei suoi sostegni ideologici. Un bipolarismo nato per
semplificare, per aggregare, per governare ma che paradossalmente ha prodotto
una elefantiasica proliferazione di partiti, gruppi, movimenti e reso così più
forte e sentito il ruolo di interdizione, di divisione, di distinguo. Una crisi
che viene poi oltremodo amplificata dal vuoto di identità e di prospettive che
riguarda anche l’Europa a partire da una confusa e del tutto evidente
compromissoria Costituzione Europea che non rende onore del passato, che non
caratterizza il nostro futuro. Una crisi che detta purtroppo negativamente
l’agenda del futuro italiano. Una crisi politica che in Italia oggi, al termine
di una tornata elettorale estremamente intensa, mette innanzitutto a nudo la
fragilità del cosiddetto berlusconismo, di quel fenomeno politico, nuovo per il
nostro Paese, di quell’idea di partito leggero, di partito azienda, di quel
sogno tutto americano del self made man. Un’esperienza politica, allora sicuramente necessaria, per
segnare la differenza con l’agonia dei partiti politici tradizionali confusi
fra affarismo e clientelismo, smarriti nel crollo ideologico che ha
contraddistinto la fine del Novecento e riscritto del tutto un secolo, lungo
per complessità ed innovazioni. L’azienda dunque come punto di riferimento,
come crogiuolo di valori, come esaltazione dell’efficienza, della
competitività, della concretezza e del pragmatismo, della velocità decisionale,
della snellezza delle procedure, della modernità. Una azienda che trovava così
il suo melieu proprio nelle politiche del liberismo o neo liberismo che fossero
guida verso il nuovo e che determinassero nei fatti una evidente rottura con il
passato, propedeutica per il cambiamento. Nuovi schemi di politica sociale ed economica mutuati dal
mondo anglosassone dalle esperienze, sicuramente innovative e vincenti, che
furono di Reagan e della Tachter. Una visione politica, nuova per l’Italia, per
rompere con il passato, per predisporre ed instaurare nuovi equilibri nei
centri direzionali, nel cuore sostanziale del sistema Italia. Oggi dunque una
crisi vera, non più procrastinabile, non solo in ordine a quel tanto di azione
legislativa che non è stata realizzata, ma soprattutto per quella mancanza di
caratterizzazione di un cambiamento politico globale delle cose italiane. È
mancato in altri termini quella realizzazione di una Nuova Italia che era nelle
premesse e nelle aspettative. Una politica così priva di una sua specificità
sostanziale, di una precisa stigmatizzazione. Una politica che nel suo
complesso non è stata capace di tradurre in azioni il castello programmatico
della Casa delle Libertà e che non ha saputo determinare nei fatti un cambiamento
reale in termini innanzitutto culturali. A partire da una confusione fra spinte marcatamente
liberiste ed esigenze del mantenimento di un centralismo statale, fra ragioni
del settentrione e ragioni di un nuovo meridionalismo, fra politiche del libero
mercato e politiche di antica valenza corporativa, fra politiche spinte nel
campo del lavoro ed esigenze di un dialogo sociale. Da questo scenario, da
questo lungo braccio di ferro, dal tentativo egemone di Forza Italia, le
ragioni della paralisi decisionale, dello stallo legislativo, di una verifica
lunga a finire, di una politica non più credibile. Questa dunque la crisi del
centrodestra. Ma l’affermazione politica del centrodestra ha sviluppato nel
Paese una precisa contrapposizione a questo fenomeno: il cosiddetto
antiberlusconismo, nato a partire dal tentativo di demonizzare un personaggio
dichiaratamente fuori dal contesto della società politica tradizionale. Una
sorta di difesa per salvaguardare il sé, per arginare l’antipolitica. Un
antiberlusconismo cieco, totale, asfissiante. Un antiberlusconismo che
sicuramente è riuscito ad unire uomini ed esperienze politiche e culturali
profondamente diverse e che oggi vince nelle elezioni di medio termine ma che
non riesce a nascondere le vistose crepe di un edificio politico, di un
centrosinistra diviso fra listoni, correntoni, no global, girotondini,
pacifisti tout court, prodiani e tricicli vari. Un melting pot in termini
politici che oggi ha il suo collant proprio nell’antiberlusconismo ma che
domani, proprio per la sua variegata natura, costituirà la fonte del riemergere
di vecchie contrapposizioni, di vecchie divisioni, di modi estremamente
differenti di rapportarsi e di legiferare in ordine a temi di economia, di
politica estera, di welfare. Uniti nell’intento di vincere, divisi
profondamente nella gestione della cosa pubblica. Diversità emerse anche oggi
con l’archiviazione del Triciclo e con la messa in mora di Prodi. Prodi e Berlusconi dunque insieme per contrapposizione,
insieme per nascita e per declino. Simul stabunt, simul
cadunt. Ed oggi il
declino del progetto politico di Forza Italia ed il mancato decollo del listone
che fosse da premessa ad un partito riformista e democratico di sinistra e che
potesse così costituire l’avvio di una forma di bipartitismo e realizzare nei
fatti una nuova geografia politica, porta di fatto a spinte fortissime in
direzione neocentrista. Porta a rivedere la legge elettorale, porta a rifondare
gli equilibri interni al sistema politico nel suo complesso. Non è dunque solo
crisi di una coalizione, crisi di uomini, crisi di partiti, di scelte sbagliate
o frutto di situazioni economiche e politiche contingenti. È purtroppo crisi di
sistema, crisi di idee. Ed il buio in questi casi è profondo.
|
|
|
|
|