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Crisi di sistema
  
di Francesco CACCETTA

Crisi di sistema

Sarebbe sciocco e per molti aspetti pretestuoso non guardare con estrema attenzione alla crisi che attraversa profondamente la maggioranza di centrodestra e che, a ben vedere, per certi versi non risparmia neppure il centrosinistra. Una crisi che è crisi di tutto un sistema, una sorta di redde rationem a cui siamo chiamati in ordine alla scelta di un bipolarismo, rivelatosi sbagliato nei termini e nei contenuti, dettata nel passato dallo sgretolarsi improvviso di un establishment nato e formatosi nel dopoguerra e franato dal venir meno dei suoi sostegni ideologici. Un bipolarismo nato per semplificare, per aggregare, per governare ma che paradossalmente ha prodotto una elefantiasica proliferazione di partiti, gruppi, movimenti e reso così più forte e sentito il ruolo di interdizione, di divisione, di distinguo. Una crisi che viene poi oltremodo amplificata dal vuoto di identità e di prospettive che riguarda anche l’Europa a partire da una confusa e del tutto evidente compromissoria Costituzione Europea che non rende onore del passato, che non caratterizza il nostro futuro. Una crisi che detta purtroppo negativamente l’agenda del futuro italiano. Una crisi politica che in Italia oggi, al termine di una tornata elettorale estremamente intensa, mette innanzitutto a nudo la fragilità del cosiddetto berlusconismo, di quel fenomeno politico, nuovo per il nostro Paese, di quell’idea di partito leggero, di partito azienda, di quel sogno tutto americano del self made man.

Un’esperienza politica, allora sicuramente necessaria, per segnare la differenza con l’agonia dei partiti politici tradizionali confusi fra affarismo e clientelismo, smarriti nel crollo ideologico che ha contraddistinto la fine del Novecento e riscritto del tutto un secolo, lungo per complessità ed innovazioni. L’azienda dunque come punto di riferimento, come crogiuolo di valori, come esaltazione dell’efficienza, della competitività, della concretezza e del pragmatismo, della velocità decisionale, della snellezza delle procedure, della modernità. Una azienda che trovava così il suo melieu proprio nelle politiche del liberismo o neo liberismo che fossero guida verso il nuovo e che determinassero nei fatti una evidente rottura con il passato, propedeutica per il cambiamento.

Nuovi schemi di politica sociale ed economica mutuati dal mondo anglosassone dalle esperienze, sicuramente innovative e vincenti, che furono di Reagan e della Tachter. Una visione politica, nuova per l’Italia, per rompere con il passato, per predisporre ed instaurare nuovi equilibri nei centri direzionali, nel cuore sostanziale del sistema Italia. Oggi dunque una crisi vera, non più procrastinabile, non solo in ordine a quel tanto di azione legislativa che non è stata realizzata, ma soprattutto per quella mancanza di caratterizzazione di un cambiamento politico globale delle cose italiane. È mancato in altri termini quella realizzazione di una Nuova Italia che era nelle premesse e nelle aspettative. Una politica così priva di una sua specificità sostanziale, di una precisa stigmatizzazione. Una politica che nel suo complesso non è stata capace di tradurre in azioni il castello programmatico della Casa delle Libertà e che non ha saputo determinare nei fatti un cambiamento reale in termini innanzitutto culturali.

A partire da una confusione fra spinte marcatamente liberiste ed esigenze del mantenimento di un centralismo statale, fra ragioni del settentrione e ragioni di un nuovo meridionalismo, fra politiche del libero mercato e politiche di antica valenza corporativa, fra politiche spinte nel campo del lavoro ed esigenze di un dialogo sociale. Da questo scenario, da questo lungo braccio di ferro, dal tentativo egemone di Forza Italia, le ragioni della paralisi decisionale, dello stallo legislativo, di una verifica lunga a finire, di una politica non più credibile. Questa dunque la crisi del centrodestra. Ma l’affermazione politica del centrodestra ha sviluppato nel Paese una precisa contrapposizione a questo fenomeno: il cosiddetto antiberlusconismo, nato a partire dal tentativo di demonizzare un personaggio dichiaratamente fuori dal contesto della società politica tradizionale. Una sorta di difesa per salvaguardare il sé, per arginare l’antipolitica. Un antiberlusconismo cieco, totale, asfissiante. Un antiberlusconismo che sicuramente è riuscito ad unire uomini ed esperienze politiche e culturali profondamente diverse e che oggi vince nelle elezioni di medio termine ma che non riesce a nascondere le vistose crepe di un edificio politico, di un centrosinistra diviso fra listoni, correntoni, no global, girotondini, pacifisti tout court, prodiani e tricicli vari. Un melting pot in termini politici che oggi ha il suo collant proprio nell’antiberlusconismo ma che domani, proprio per la sua variegata natura, costituirà la fonte del riemergere di vecchie contrapposizioni, di vecchie divisioni, di modi estremamente differenti di rapportarsi e di legiferare in ordine a temi di economia, di politica estera, di welfare. Uniti nell’intento di vincere, divisi profondamente nella gestione della cosa pubblica. Diversità emerse anche oggi con l’archiviazione del Triciclo e con la messa in mora di Prodi.

Prodi e Berlusconi dunque insieme per contrapposizione, insieme per nascita e per declino. Simul stabunt, simul cadunt. Ed oggi il declino del progetto politico di Forza Italia ed il mancato decollo del listone che fosse da premessa ad un partito riformista e democratico di sinistra e che potesse così costituire l’avvio di una forma di bipartitismo e realizzare nei fatti una nuova geografia politica, porta di fatto a spinte fortissime in direzione neocentrista. Porta a rivedere la legge elettorale, porta a rifondare gli equilibri interni al sistema politico nel suo complesso. Non è dunque solo crisi di una coalizione, crisi di uomini, crisi di partiti, di scelte sbagliate o frutto di situazioni economiche e politiche contingenti. È purtroppo crisi di sistema, crisi di idee. Ed il buio in questi casi è profondo.

 

 

 


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