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CINEMA - Mostra del Cinema di Venezia, Italia a mani vuote |
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Amara delusione per il cinema
italiano alla 61ª Mostra del Cinema di Venezia conclusasi lo scorso 11
settembre. Come era già avvenuto lo scorso anno con Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, anche in questa edizione il
film italiano favorito ritorna a casa a mani vuote, nonostante il successo di
critica e pubblico. Parliamo di Le chiavi di casa di Gianni Amelio,
regista che già nel 1998 ha avuto l’ onore di ritirare il Leone d’ Oro per il
suo Così ridevano, e che purtroppo
quest’ anno non è riuscito a bissare. Un fatto che ha riportato alla memoria il
clamoroso scandalo di cinquant’ anni fa, nel 1954, quando né Senso di Luchino Visconti né La strada di Federico Fellini, due
titoli poi entrati nella storia, vinsero alcunché. Tratto da una storia vera,
vissuta e raccontata da Giuseppe Pontiggia nel suo romanzo Nati due volte, il film narra la drammatica vicenda di un padre,
interpretato da Kim Rossi Stuart,
che trova il coraggio di rivedere il figlio handicappato, interpretato da Andrea Rossi, dopo averlo abbandonato
alle cure degli zii quindici anni prima. Padre e figlio cercheranno ora di
ricucire un rapporto tra paure, ansie e angosce. Il film, definito da Rossi
Stuart “delle tre r” per i cognomi dei due protagonisti più quello di Vasco Rossi, che ha prestato alla
colonna sonora la sua Quanti anni hai,
affronta un difficile tema senza retorica né lacrime (perciò “antitelevisivo”,
come ha affermato polemicamente Amelio) e può contare sull’ eccezionale capacità
mimica e l’ energia dei due attori principali. In secondo piano invece le altre
due pellicole italiane in concorso: Lavorare con lentezza di Guido Chiesa,
in cui la storia di due ragazzi bolognesi (Marco
Luisi e Tommaso Ramenghi,
vincitori della coppa Mastroianni) si intreccia con le vicissitudini di Radio
Alice, stazione del movimento studentesco del ’76-’77, rievocando i mille
stereotipi dell’ epoca come la lotta contro il potere, la polizia assassina, il
rifiuto del lavoro e la libertà sessuale, e Ovunque sei di Michele
Placido, film ispirato a due racconti di Pirandello che viaggia su una
linea di confine non troppo convincente tra la vita e la morte, tra la realtà e
il paranormale, tra Il sesto senso e Al di là della vita, con protagonisti Stefano Accorsi e Violante Placido. L’ opera ha cominciato e concluso l’ avventura
veneziana tra le critiche, prima quelle lanciate da Placido al metodo di
selezione dei film della mostra e poi quelle subìte violentemente durante l’
anteprima per la stampa, quando alcuni critici hanno fischiato e lanciato buu
ai dialoghi giudicati ridicoli e al nudo integrale di Accorsi, su cui tuttavia
l’ attore ha avuto modo di ironizzare. Aspettando di sapere come reagirà il
pubblico al botteghino, lo stesso Gianni Amelio ha fatto i complimenti al
vincitore del Leone d’ Oro, Il segreto di Vera Drake, firmato
dal regista inglese Mike Leigh. L’
eclatante caso giudiziario della donna piccolo borghese che, nell’ Inghilterra
degli anni ’50, praticava clandestinamente l’aborto ha convinto la giuria della
kermesse lagunare. Il Leone d’ Argento Premio Speciale per la Regia è andato
nelle mani del regista coreano Kim
Ki-Duk per Binjip, mentre il Leone d’ Argento Gran Premio della Giuria è
stato assegnato ad Alejandro Amenabar, regista
di Mar adentro; la coppa Volpi come
miglior attrice è stata assegnata a Imelda
Staunton, protagonista di Vera Drake,
e quella come miglior attore a Javier
Bardem, protagonista di Mar adentro.
Bilancio finale? Sembra che la Mostra curata da Marco
Müller, il direttore, e Davide Croff, presidente della Biennale, da quest’ anno
sia tornata agli antichi splendori, risorgendo proprio come il Teatro La
Fenice, che ha fatto da lussuosa cornice all’ultima serata: una pioggia di
stelle hollywoodiane come non si vedeva da anni (Quentin Tarantino, testimonial di una restrospettiva dedicata ai
B-movies italiani, Steven Spielberg,
Tom Hanks, Robert De Niro, Al Pacino,
Angelina Jolie, Tom Cruise, Nicole
Kidman, Johnny Depp e Scarlett
Joahnsson, fra i giurati), una ritrovata mondanità, decine di film di
grande livello (forse troppi), e una serata conclusiva con la mitica Sophia Loren e Stanley Donen, che ha ricevuto il Leone alla carriera. Uniche due
note stonate: la macchina organizzativa (film in ritardo di due ore, biglietti
in surplus, code chilometriche) e la serata finale, affidata ad una
imbarazzante quanto incolpevole Claudia
Gerini, mandata allo sbaraglio in diretta tv su Raidue senza aver fatto
alcuna prova e completamente isolata tra innumerevoli gaffe. massimo.deluca@email.it
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