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Abuso sessuale su minori, la letteratura che conquista gli 'pseudo intellettuali' italiani
  
di Maddalena MONGIO'

Se in una foto fosse ritratta una donna intenta a mostrare i propri genitali a un bambino, quella stessa foto sarebbe oggetto del reato e l’autore dello scatto assieme alla donna intenta alla singolare performance sarebbero autori di un reato

Se in una foto fosse ritratta una donna intenta a mostrare i propri genitali a un bambino, quella stessa foto sarebbe oggetto di reato e l’autore dello scatto assieme alla donna intenta alla singolare performance sarebbero autori di un reato. Stesse considerazioni se in una foto si ritraesse un bimbo sodomizzato da una donna con il dito medio. Queste stesse immagini descritte con dovizia di particolari in un romanzo, per la legge italiana, non sono reato perché si presume che un’opera letteraria sia frutto della fantasia. Queste stesse immagini sono narrate nel romanzo di Massimiliano Parente “La macinatrice” sbarcato in Puglia e accolto dalle trombe trionfalistiche dovute a un presunto capolavoro. Anticipato dal brodo di giuggiole di alcuni critici letterari e di alcuni scrittori, la Pequod ha dato alle stampe questo tomo di oltre 400 pagine.

Il libro è noioso con la sua esasperante e puntigliosa descrizione di perversioni e pornografia intervallate da un superficiale mulinare tra dialoghi scontati alla Rocco Siffredi, citazione di nomi illustri, discettazioni pseudo intellettuali, ma lascia storditi l’ossessione dell’autore nel trattare con tanta minuzia l’abuso sessuale sui bambini. In un suo precedente romanzo, “Mamma”, racconta in prima persona, la storia di un incesto, la storia di una donna che decide di avere giovanissima un figlio per poter essere ancora attraente quando lui avrebbe avuto la capacità di avere rapporti sessuali. Una storia ricca di dettagli sugli incontri intimi tra madre e figlio. Per non farci mancare nulla, Parente sguinzaglia la sua penna per descrivere, momento per momento, un rapporto sessuale tra questo ragazzo ormai corrotto e un neonato di tre mesi.

Più volte i supporter dell’autore hanno sostenuto che i suoi romanzi pagano il prezzo della miopia dei “perbenisti” e degli “ipocriti”, di una editoria asservita a trend e mode. Ma i supporter hanno letto questi romanzi? E se li hanno letti, perché non hanno mai segnalato che il tema della pedofilia è importante nella narrazione di Parente? Vittorio Sgarbi nell’introduzione di mamma afferma che solo gli “stronzi borghesi possono scandalizzarsi” leggendo un simile racconto, ma gli sfugge che il sostare compiacenti su morbosità che hanno a protagonista un bambino può sollevare questioni etiche. I bambini devono o non devono essere protetti? Deve o non deve essere salvaguardata e rispettata la loro innocenza? Scene come quelle descritte in questi romanzi fanno inutilmente accapponare la pelle. È giusto che il manto letterario debba essere una zona franca per violare qualsiasi confine, qualsiasi sensibilità? Spesso, in occasione di fatti cruenti, psicologi e psichiatri hanno messo in guardia dall’effetto imitativo, è consequenziale chiedersi: un testo narrativo può essere stimolo per orrendi passaggi dalla fantasia alla realtà? Certo, mille obiezioni potrebbero rimbalzare da più parti a difesa della libertà d’espressione sostenendo che se passasse una sorta di limite o censura dovrebbero essere messi in discussione molti generi letterari. Anche alla scienza vengono posti dei limiti, anche alla scienza viene chiesta una mediazione tra le proprie esigenze di ricerca e progresso e le istanze etiche della collettività, perché non interrogarsi se non sia il caso che su tematiche delicate anche l’uso della penna sia fatto con rispetto?

 

 

 


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