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Sacrificio e politica
  
di Francesco CACCETTA

Sacrificio e politica

Se qualcosa di nuovo doveva scaturire da questa stagione politica ed elettorale, a ben guardare l’unica novità è che tutto è come prima. Se questa doveva essere l’occasione buona ed utile per rompere gli schemi, per dare un giusto dinamismo alla politica, per creare un’aspettativa diversa in tutto il paese, per parlare finalmente in termini di verità e non di utilità, nulla di ciò è comparso all’orizzonte se non una forma frusta e sterile di cambiamento, in altri termini un altro tentativo a vuoto in cui l’apparenza e l’illusione ne sono il tratto saliente. La composizione delle liste, le candidature, i temi ed il linguaggio sembrano essere una variante molto modesta nella continuità politica degli ultimi quindici anni. Se cambiamento e rottura c’è stata è solo per una lotta all’interno delle precedenti coalizioni, una sorta di redde rationem che ha reso giustizia di ostilità, incomprensioni, cordate di interessi e di prospettive diverse.

Larvatamente e molto probabilmente temporaneamente: divisi al centro, unitissimi nella periferia dell’amministrazione locale. Tatticismo dunque. Ma tutto ciò, per l’utilità del cosiddetti sistema Paese, poco conta. Se insomma si voleva la tanto osannata rupture sarà per una prossima volta. E così si continua con accuse vicendevoli più utili allo spettacolo, all’effetto mediatico, si continua con sterili ammiccamenti e con facili distinguo su temi di nessun conto, si continua nel gioco inutile e fanciullesco di estrapolare frasi, parole e concetti per buttarli in pasto ai commenti più banali, per scrivere e riempire pagine dedicate a quel nulla che evapora inesorabilmente il giorno dopo. Ed è così che trovano linfa e spazio le speculazioni sul fascismo, sulle leggi razziali, sulle pensioni giovanili, su programmi platealmente stracciati e su altre amenità che servono allo spettacolo.

Sullo sfondo i temi oggi più in voga, quelli più spendibili e sui quali è facile l’ammiccamento e la facile soluzione, la promessa giusta al momento giusto: dal lavoro, all’occupazione, al precariato, al sistema pensionistico, alla sicurezza. Un percorso tematico che alla fine accomuna tutti nell’individuazione dei problemi e nella risoluzione delle cause. Stessi obiettivi, rimedi pressoché identici. Ed è qui che in fondo si interrompe il percorso ideale e fascinoso della politica. Muore tanto per intenderci quella spinta speculativa, quella tensione profonda, quella voglia e quella curiosità di guardare oltre il visibile, di scandagliare le zone buie, di intraprendere itinerari coraggiosi, di rompere insomma l’abitudine di un pensiero unico, oggi risultato fin troppo debole. Manca cioè la ragione stessa della politica alta che tanto viene ipocritamente invocata e che non è fatta di continue mediazioni al ribasso, di percorsi sempre uguali per accontentare tutti, di cinematografiche e spettacolari esibizioni.

Politica è sfida, è onesta morale della guida di un Paese, è responsabilità, è sogno, è conoscenza, è progettazione, programmazione, modernizzazione, efficienza, qualità. Ed è questo che continua a mancare per la presenza di candidati deboli e piccoli, per programmi modesti e sempre uguali, per consuetudini e poteri diversi che si mescolano e si sovrappongono. Ed è questa dunque la novità di oggi, di ciò che ci si aspettava dopo un lungo periodo di fallimento della politica e per le prospettive economiche severissime per le famiglie italiane. Siamo come ieri, uguali nei toni, nelle domande e nelle risposte, perché nulla è cambiato. Ci si poteva spettare ad esempio una chiarezza di linguaggio diverso più crudo con meno tonalità spettacolari da imbonitori o da predicatori della domenica, ci si poteva aspettare un’analisi ed una prospettiva più credibile in risposta alle innumerevoli emergenze italiane, europee ed oggi mondiali. Chiarezza, logica ed onestà per parlare non solo al cuore degli italiani ma anche e soprattutto alle ragioni di ognuno, senza blandire con facili promesse, con finti buonismi, con pie illusioni. Non è promettendo così con facilità che si dà contenuto e linfa al tessuto produttivo italiano o che si incentivano le politiche occupazionali, quelle giovanili o quelle della famiglia. Bastava forse esprimere con coraggio le preoccupazioni e le scelte necessarie a partire dal sacrificio a cui ognuno di noi nel prossimo futuro sarà chiamato a rispondere. Sacrificio che vuol dire rinuncia, che vuol dire privazione, che vuol significare presa di coscienza di una preoccupazione generale. E così lealmente. In altre parole sacrificio per tutti in ugual misura, sacrificio al posto delle vecchie procedure di concertazione, di sfinite ed inutili mediazioni, di contenitori delle problematiche sociali oggi fin troppo dispersivi, di perniciose leggi finanziarie utili ad appagare bacini elettorali ed esigenze di visibilità. Sacrificio dunque per abbattere le rendite di posizioni consolidate nel tempo, per chiudere con quei legami blindati alimentati da una politica miope e dispendiosa. Sacrificio ed onestà in politica, nel mondo del lavoro, negli ambiti produttivi, sacrificio nella società nel suo insieme. Rottura quindi per ridare concretezza  e costrutto a partire dalla formazione, dal mondo della scuola, a partire dal lavoro, dai luoghi di lavoro, rottura nelle istituzioni, contro il mondo dei mandarini e delle cordate, delle rappresentanze vuote. Rottura nel nome del sacrificio e della responsabilità individuale, di una nuova etica pionieristica per una nuova fondazione. Rottura e sacrificio nel nome dell’Italia e degli italiani. Ma molto probabilmente sarà il futuro.

 

 

 


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