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8 Settembre
  
di Loris LOLLI

8 settembre

A noi la morte non ci fa paura. Ci si fidanza, ci si fa l’amore. Se poi ci avvince e ci porta al cimitero, s’accende un cero. Non se ne parla più”.

Seicentomila volontari della Repubblica Sociale Italiana andarono cantando incontro alla morte. I più fortunati furono puntuali al promesso appuntamento. Gli involontari superstiti - io sono tra questi - rimasero a salutarne il grido a tutta voce “Presente!” la loro gloriosa uscita di vita. Poi a macerarsi di rabbia. Perché la Madre Italia, divenuta matrigna all’alba del malefico 8 settembre 1943, ignora da sessantuno anni quei Caduti e quelli ancor vivi.

Mentre scrivo, ricordando una storia patinata dal tempo ma non intaccata dalla ruggine dell’oblio, ho sottocchio “Viva l’Italia”. Ventinove poesie in romanesco di Mario Castellacci. Uno dei “nostri”. Che dico? L’aedo di quella nostra giovinezza meravigliosamente fedele e strafottente. L’amico Mario (nel dopoguerra con Luciano Cirri, Palumbo e Pingitore fu artefice del tuttora vivo “Bagaglino”) scrisse la canzone emblematica della RSI. Quella che accompagnò il passo dei seicentomila verso il fronte di guerra: “Le donne non ci vogliono più bene,/perché portiamo la camicia nera./Hanno detto che siamo da catene,/hanno detto che siamo da galera./Fare l’amore coi Fascisti non conviene./Meglio un vigliacco che non ha bandiera./Uno che non ha sangue nelle vene./Uno che serberà la pelle intera./Sorella Morte fa la civetta in mezzo alla battaglia/Forza ragazzi! Facciamole la corte sotto la mitraglia/Lasciamo le altre donne agli imboscati./ A noi!

Questo canto fu l’apogeo di tutti coloro che, saggiamente folli e follemente saggi, sapevano in partenza che dietro l’angolo della loro meravigliosa avventura avrebbero trovato subito e solo dolore e sangue. Poi una sconfitta che noi superstiti chiamiamo vittoria. Lo ha riconosciuto il nemico. Il comandante delle Forze americane, generale Dwight David Eisenhower, ha detto: “I combattenti della RSI hanno riscattato l’Onore dell’Italia dopo il disonorevole armistizio dell’8 settembre 1943”. Non dico altro. O meglio, dando a voi in lettura i versi di Mario Castellacci, rievoco quale molla di sublime ribellione al misfatto mosse uno e tutti i seicentomila a ritrovare il moschetto per accompagnarlo alla Fede. Che non si era mai perduta!.

La storiografia li ha chiamati “Ragazzi di Salò”. Io medesimo li chiamo tuttora “Ragazzi”. Quei giovani di allora appartenevano alle classi ‘23, ‘24, ‘25. Con loro qualche “bocia” del ‘26 e qualche “anziano” del 1922. Io tra questi ultimi. Ma nella Italia di allora si era maturi e coscienti anche più di quanto non siano i trentenni di oggi. Benestanti e mammoni. E mi sono tolto un sassolino dalle scarpe! Quei giovani, prima ancora che la RSI si costituisse, furono gli alfieri, gli artefici della nuova Italia. Del nuovo Risorgimento. Quello vero!

Quanti settembre, Peppe, so passati da quer settembre der Quarantatre…” canta e fa cantare noi ancora vivi, Mario Castellacci in “Gli ultimi sopravvissuti”. Poi ci trova concordi nel dire con Lui: “Passa er fiume. E noi stiamo su le rive aspettanno er momento de far’ botto. No. Quarcuno sta storia l’ha da scrive”. Ed io la sto scrivendo nel libro che sarà anche il mio testamento… Non ho avuto paura allora della Sorella Morte. Ne ho paura invece oggi, perché vorrei prima finire quest’opera. Chiudo l’inciso e torno all’8 settembre di sessantuno anni or sono. Scrive Castellacci: “…ne la fogna, laggiù tra na rosicata e un succhio, puro li sorci de le peggio razze, a disse fra de loro: Che vergogna!”.

All’Oppio (un colle di Roma. Nota per chi legge) …se ritrovammo in una quindicina…p’aritrovà du bricciole d’onore”. E poi “Agitanno nell’aria tre fucile, ce sistemammo a schiera cor tricolore su un manico de scopa”. Arrivò un capitano tedesco e disse: “Chi…tra voi ciabbi vaghezza/d’entrà ner grande esercito germano de fronte a me facesse avanti un passo. Ma noi tutti se movemmo de pezza./Guardanno dritt’all’occhi er Capitano ognuno restò fermo come un sasso…”…“Silenzio. E Pietro fa “Semo italiani. E co’ tutti i rispetti a voi dovuti, ce piacerebbe d’arifà l’Italia”.

E si da inizio alla ricostruzione. “Tre camion tedeschi, quella notte, portattero quaranti disperati giù giù per le campagne verso Ardea”. Per chi non sa spiego che Ardea è una cittadina dell’Agro Romano dove più forte infuriò la battaglia per la disperata e sfortunata difesa di Roma nell’inverno del 1944. Scusate l’inciso personale: c’ero e fui fatto prigioniero il 4 giugno quando gli “Alleati invasori” riuscirono ad entrare nella Città Eterna. Maledizione!!!

Ardea dicevo. “Nino (si chiamava Capotondi e fu poi un collega di professione) esperto de le storie dotte, disse solenne. “Cari Camerati. Sappiate che de qua ce passò Enea”…“Pietro, fece ammirato: “Me cojoni!”. Tra una battuta e l’altra un sonetto che sintetizza tutta intera nel suo spirito la ribellione de “la mejo gioventù” al maledetto 8 settembre: “Repubbricani e no “repubbrichini”. Noi ce se disse già da quer momento./Ce daveno coraggio e sentimento/l’ombre d’Orazio e de Mazzini./L’elmo de Scipio che cantammo ar vento/l’avevamo ‘mparato regazzini./È vero: erimo fiji de Mussolini/però nepoti d’ogni antico evento/Erimo camerati ossia fratelli/d’Italia ognuno in fila su la traccia/de su padre e der padre de su padre/ Rinnegavamo le gentacce ladre/i Maramaldi, i vili, i vortafaccia, i cacasotto, i servi dei bordelli”…“Se pensava: “L’Italia, in un domani/de quer che ho fatto se n’accorgerà/E ne sarà felice e consolata./Ma i posteri nun so’ boni cristiani./E fra cent’anni ancora se dirà/che la tu parte, Peppe, era sbajata”.

Castellacci medesimo dice: “L’espressione corrente “parte sbagliata”, messa a conclusione dell’ultimo sonetto, può apparire un amaro congedo”. Ma poi conclude: “Nessuno più di noi si trovò allora con tanta coscienza e fierezza dalla parte sbagliata”.

E dice il vero. Perché io, nel ricordo di mio fratello Emilio e di mio cugino Camillo, il primo di diciotto anni e l’altro di cinquantasei uccisi a freddo dai partigiani, so che noi, involontari superstiti, abbiamo un compito che travalica gli uomini meschini di oggi ed i loro più meschini giudizi: “Portare ai vivi che sono morti, la fede e la parola dei Morti che sono vivi”. E così sia e cosi è e così sarà!

 

 

 


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