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Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi

  
di Giuditta SIMONCELLI

Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi

Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi. Come ha bisogno di eroi.

Eroi che dimostrino, qualche volta, che il valore può prescindere nella storia dell’umanità dal prezzo troppo alto e radicato nell’immaginario e nell’esperienza comuni, della morte, del dolore, della guerra e che, sebbene imponga il sacrificio, la costanza, e soprattutto la feroce voglia di inseguire un sogno e una passione, celebri l’uomo per un solo istante chiamato vittoria, ma anche, perchè no, sconfitta, come segno superbo e incancellabile della civiltà. Così le vollero i Greci, dopo una guerra a festeggiare la vita. Così, in fondo, sono rimaste e ce ne siamo accorti quest’anno, che sono tornate a casa.

 

Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi anche se ci è evidente solo quando ci piombano addosso, ogni 4 anni, durante i quali facciamo in tempo a dimenticarne il senso, narcotizzati dalla dimensione scintillante all’ultimo sponsor e al più eclatante contratto, cui abbiamo ridotto lo sport.

Però ogni volta ce ne ri-innamoriamo.  Ogni volta, come se fosse la prima.

Ogni volta che nomi diversi, volti diversi, anonimi per lo più, raccolgono sotto la fiamma olimpica un attimo d’infinito a farli, anche solo nello spazio di un inno e di due occhi lucidi, storia. Così come anche nel campione riconosciuto, eppure così inarrivabile sul suo piedistallo di perfezione che siamo abituati a riconoscergli, quando sale sul podio olimpico,  ritroviamo una dimensione più vicina a noi. E della storia li sappiamo essere la parte pulita, il riscatto di un ideale profondo che diventa la nostra emozione dilagante, inaspettata, la sorpresa che ogni volta riesce ad appassionarci. Ma sono soprattutto i ragazzi che vengono da anni di silenzio e d’ombra, figli di sport non premiati dal patinato interesse mediatico, a diventare una scintilla d’imprevedibile e un’ammirazione, che nasce dalla constatazione del disinteresse autentico nella pratica di quella loro disciplina.

Sono loro a diventare l’essenza autentica dello sport, la carne viva dell’agonismo che non è un valore che si compra: si sente, si avverte, si nutre di un qualcosa che va “oltre” lo spazio di una gara o di un prezzo. Sono loro che indossano ogni 4 anni una verità scomoda per il sistema delle discipline intoccabili, degli sport nazionali: denunciano una falsità di fondo, un valore sballato e lo rovesciano, lo riscattano nel momento stesso in cui, attraverso le prove dettate da una passione autentica e scarsamente ricompensata sul piano materiale, aderiscono come un miracolo all’identità delle nazioni cui appartengono e, talvolta, riescono a oltrepassare anche il confine nazionale, fino a incarnare il valore universale dello sport in sé: ci sono campioni che appartengono al mondo e  all’uomo prima di un confine e sono le Olimpiadi a illuminarli, facendoci tutti, davvero una sola umanità, attraverso intorno a una pista di atletica, una piscina, un campo.

Sono loro. I ragazzini con un sogno nel cassetto che diventa una storia d’amore tra un campione e il suo sport. Igor Cassina, ad esempio:con quel visetto pulito, un po’ infantile, gli occhini azzurri dannatamente seri che regala alla storia olimpica una figura alla sbarra che la federazione riconosce come “movimento cassina”. Un volteggio, che lui stesso ha inventato, si fa in pochi secondi, il respiro di milioni di italiani, sospeso e orgoglioso. Stefano Baldini, quella rabbia sana, che si chiama rivincita contro anni di risultati mediocri: contro, contro gli schemi e l’opinionismo standardizzato, eccolo, a conquistare la maratona, la disciplina simbolo ed essenza delle Olimpiadi stesse; l’ultima medaglia e un nodo in gola, quando quel tricolore chiude l’intera manifestazione. Ma anche  il Sette rosa: una squadra di ragazze che le guardi e le immagini sul pianerottolo, o al bar sotto casa, la mattina a incrociare il tuo anonimato: ma sembrano dee dell’Olimpo, quando esplodono di gioia meritando, contro ogni pronostico, quell’oro che è stato  anni di costanza e impegno.

 

Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi. Perché è alle Olimpiadi che si ricorda di amare anche i secondi. Persino i terzi. In un mondo in cui educhiamo i nostri figli che la sopravvivenza impone di essere il migliore, per il loro bene, diciamo, questa parentesi che regala una sacralità d’argento e di bronzo anche a chi, di fatto, perde per un soffio quel “migliore” che non “deve” essere, ma “cerca” di essere, diventa una salvezza e un monito.

E’ alle Olimpiadi che anche una sconfitta è il segno della vittoria autentica e che l’impegno, il cuore e l’anima tornano ad essere la cifra che distingue e che fa il “campione”. Colui che partecipa, dando tutto se stesso: è il miracolo che continua a dar ragione alla decoubertiana memoria, l’intuizione profonda che rende immortali le Olimpiadi.

Prendi le sei ragazzine che conquistano un impensabile argento nella ritmica, tra bielorusse, russe e bulgare, colossi della storia e della tradizione. Prendi il “signore degli anelli” Yuri Chechi, che pensi abbia fatto il suo tempo, e invece dice la sua e diventa un bronzo di trionfo sul tempo che passa ma che non lo sconfigge. Secondi, terzi. E perché no? Ottavi: Tania Cagnotto diventa un “risultato” anche se guadagna una finale e non il podio. Perché un ottavo posto alle Olimpiadi non è un fallimento, non sempre: qui diventa una speranza e una promessa in cui si ha ancora la voglia di credere.

 

Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi. E crediamo se ne renda conto, soprattutto quando esse tornano a vestire una toga bianca e una corona di ulivo e passeggiano tra le colonne del Partenone, nel sorriso del Mar Greco, accoccolate nell’aria salmastra del Pireo. E forse perché sono tornate a casa, ce lo siamo ricordato meglio che lo sport non è e non sarà mai la scatola di business in cui ci ostiniamo, oggi, a relegarlo: è nato per insegnare al mondo quanto straordinario può essere l’uomo che si misura con se stesso e i propri limiti, per quella sua esigenza di fondo, quella sua necessità naturale dello spirito e del cuore di “migliorarsi” e di crescere, di superare le colonne d’Ercole e guardare oltre. In quel confine tra se stesso e se stesso, oggi e sempre, c’è il senso profondo della sua dignità, nel provarci ogni volta e nel dare tutto se stesso nel perseguire, nonostante la difficoltà, il valore profondo di un ideale in cui crede e a cui dedica la vita.

 

 

 

 


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