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Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi |
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Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi. Come ha bisogno di
eroi. Eroi che dimostrino, qualche volta, che il valore può
prescindere nella storia dell’umanità dal prezzo troppo alto e radicato
nell’immaginario e nell’esperienza comuni, della morte, del dolore, della
guerra e che, sebbene imponga il sacrificio, la costanza, e soprattutto la
feroce voglia di inseguire un sogno e una passione, celebri l’uomo per un solo
istante chiamato vittoria, ma anche,
perchè no, sconfitta, come segno
superbo e incancellabile della civiltà.
Così le vollero i Greci, dopo una guerra a festeggiare la vita. Così, in fondo,
sono rimaste e ce ne siamo accorti quest’anno, che sono tornate a casa. Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi anche se ci è evidente
solo quando ci piombano addosso, ogni 4 anni, durante i quali facciamo in tempo
a dimenticarne il senso, narcotizzati dalla dimensione scintillante all’ultimo
sponsor e al più eclatante contratto, cui abbiamo ridotto lo sport. Però ogni volta ce ne ri-innamoriamo. Ogni volta, come se fosse la prima. Ogni volta che nomi diversi, volti diversi, anonimi per lo
più, raccolgono sotto la fiamma olimpica un attimo d’infinito a farli, anche
solo nello spazio di un inno e di due occhi lucidi, storia. Così come anche nel campione riconosciuto, eppure così
inarrivabile sul suo piedistallo di perfezione che siamo abituati a
riconoscergli, quando sale sul podio olimpico,
ritroviamo una dimensione più vicina a noi. E della storia li sappiamo
essere la parte pulita, il riscatto di un ideale profondo che diventa la nostra
emozione dilagante, inaspettata, la sorpresa che ogni volta riesce ad
appassionarci. Ma sono soprattutto i ragazzi che vengono da anni di silenzio e
d’ombra, figli di sport non premiati dal patinato interesse mediatico, a
diventare una scintilla d’imprevedibile e un’ammirazione, che nasce dalla
constatazione del disinteresse autentico nella pratica di quella loro
disciplina. Sono loro a diventare l’essenza autentica dello sport, la
carne viva dell’agonismo che non è un valore che si compra: si sente, si
avverte, si nutre di un qualcosa che va “oltre” lo spazio di una gara o di un
prezzo. Sono loro che indossano ogni 4 anni una verità scomoda per il sistema
delle discipline intoccabili, degli sport nazionali: denunciano una falsità di
fondo, un valore sballato e lo rovesciano, lo riscattano nel momento stesso in
cui, attraverso le prove dettate da una passione autentica e scarsamente
ricompensata sul piano materiale, aderiscono come un miracolo all’identità
delle nazioni cui appartengono e, talvolta, riescono a oltrepassare anche il
confine nazionale, fino a incarnare il valore universale dello sport in sé: ci
sono campioni che appartengono al mondo e
all’uomo prima di un confine e sono le Olimpiadi a illuminarli,
facendoci tutti, davvero una sola umanità, attraverso intorno a una pista di
atletica, una piscina, un campo. Sono loro. I ragazzini con un sogno nel cassetto che
diventa una storia d’amore tra un campione e il suo sport. Igor Cassina, ad esempio:con quel visetto pulito, un po’ infantile,
gli occhini azzurri dannatamente seri che regala alla storia olimpica una
figura alla sbarra che la federazione riconosce come “movimento cassina”. Un
volteggio, che lui stesso ha inventato, si fa in pochi secondi, il respiro di
milioni di italiani, sospeso e orgoglioso. Stefano
Baldini, quella rabbia sana, che si chiama rivincita contro anni di
risultati mediocri: contro, contro gli schemi e l’opinionismo standardizzato,
eccolo, a conquistare la maratona, la disciplina simbolo ed essenza delle
Olimpiadi stesse; l’ultima medaglia e un nodo in gola, quando quel tricolore
chiude l’intera manifestazione. Ma anche
il Sette rosa: una squadra di
ragazze che le guardi e le immagini sul pianerottolo, o al bar sotto casa, la
mattina a incrociare il tuo anonimato: ma sembrano dee dell’Olimpo, quando
esplodono di gioia meritando, contro ogni pronostico, quell’oro che è
stato anni di costanza e impegno. Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi. Perché è alle
Olimpiadi che si ricorda di amare anche i secondi. Persino i terzi. In un mondo
in cui educhiamo i nostri figli che la sopravvivenza impone di essere il
migliore, per il loro bene, diciamo, questa parentesi che regala una sacralità
d’argento e di bronzo anche a chi, di fatto, perde per un soffio quel
“migliore” che non “deve” essere, ma “cerca” di essere, diventa una salvezza e
un monito. E’ alle Olimpiadi che anche una sconfitta è il segno della
vittoria autentica e che l’impegno, il cuore e l’anima tornano ad essere la cifra
che distingue e che fa il “campione”. Colui che partecipa, dando tutto se
stesso: è il miracolo che continua a dar ragione alla decoubertiana memoria,
l’intuizione profonda che rende immortali le Olimpiadi. Prendi le sei ragazzine che conquistano un impensabile
argento nella ritmica, tra
bielorusse, russe e bulgare, colossi della storia e della tradizione. Prendi il
“signore degli anelli” Yuri Chechi,
che pensi abbia fatto il suo tempo, e invece dice la sua e diventa un bronzo di
trionfo sul tempo che passa ma che non lo sconfigge. Secondi, terzi. E perché
no? Ottavi: Tania Cagnotto diventa
un “risultato” anche se guadagna una finale e non il podio. Perché un ottavo
posto alle Olimpiadi non è un fallimento, non sempre: qui diventa una speranza
e una promessa in cui si ha ancora la voglia di credere. Il mondo ha bisogno delle Olimpiadi. E crediamo se ne
renda conto, soprattutto quando esse tornano a vestire una toga bianca e una
corona di ulivo e passeggiano tra le colonne del Partenone, nel sorriso del Mar
Greco, accoccolate nell’aria salmastra del Pireo. E forse perché sono tornate a
casa, ce lo siamo ricordato meglio che lo sport non è e non sarà mai la scatola
di business in cui ci ostiniamo, oggi, a relegarlo: è nato per insegnare al
mondo quanto straordinario può essere l’uomo che si misura con se stesso e i
propri limiti, per quella sua esigenza di fondo, quella sua necessità naturale
dello spirito e del cuore di “migliorarsi” e di crescere, di superare le
colonne d’Ercole e guardare oltre. In quel confine tra se stesso e se stesso,
oggi e sempre, c’è il senso profondo della sua dignità, nel provarci ogni volta
e nel dare tutto se stesso nel perseguire, nonostante la difficoltà, il valore
profondo di un ideale in cui crede e a cui dedica la vita.
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