elenco articoli 

Pablo Neruda compie cent’anni
La sua poesia rivive ancora più intensa e affascinante

  
di Giorgia CIPELLI

Pablo Neruda compie cent’anni

Era il lontano 12 luglio 1904, esattamente cento anni fa, quando nasceva, in Cile, un uomo che avrebbe regalato al mondo alcuni tra i più bei versi della poesia novecentesca. Lui si chiamava Neftalì Ricardo Reyes Basalto. Ma tutti noi lo ricordiamo come Pablo Neruda, con lo pseudonimo che lui stesso volle darsi all’età di sedici anni e che nel 1964 divenne ufficialmente il suo nome.

Neruda, Premio Nobel per la letteratura nel 1971, grazie alla sua fervida attività in campo poetico e politico, ha segnato un’epoca. Cresciuto nel Cile meridionale, terminati gli studi universitari a Santiago, ha viaggiato per il mondo con incarichi diplomatici: l’Oriente, la Spagna dell’amico Garcìa Lorca e della guerra civile. Poi la seconda guerra mondiale, il fascismo che si intrecciano, nell’esperienza del poeta, alle vicende politiche della sua terra; Neruda sostiene il governo di Salvador Allende e morirà, alle fine del settembre 1973, poco dopo il golpe di Pinochet.

La vita di Pablo Neruda fu assai intensa, così come la sua produzione letteraria, profondamente segnate dalle vicende personali, dall’amore alla politica, dall’impegno poetico ai ricordi dell’infanzia.

I primi frutti della sua sperimentazione poetica si hanno nel 1923, quando viene pubblicato “Crepuscolario”, seguito a distanza di un anno dalla raccolta giovanile che è stata un po’ la sua consacrazione “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, a carattere amoroso e intimista, forse una delle opere dell’autore ancora più popolari ai nostri giorni. Sempre a carattere sentimentale usciranno poi nel 1959 i “Cento sonetti d’amore”, mentre “Residenze sulla terra”, pur mantenendo il carattere intimista, rivelano un Neruda un po’ deluso o forse sfiduciato della vita. L’impegno politico e in particolare la guerra civile spagnola irrompono in “Residenza sulla terra”, che porterà poi al “Canto generale”. Nel periodo successivo, caratterizzato dal ritorno ad una prospettiva privata della poesia, nascono le “Odi elementari”, le “Nuove odi elementari” e l’“Estravagario”, dove si scorge una punta d’ironia e serenità nell’affrontare la vita.

Nel 1964 esce il “Memoriale di Isla Negra”, da cui emerge un Neruda maturato per la propria esperienza umana e intellettuale. Le poesie hanno una chiara impronta autobiografica, con rimandi al padre ferroviere “capitano del suo treno”, “marinaio a terra/e nei piccoli porti senza mare”, alla matrigna ricordata con l’affetto di una vera madre “dolce come la timida freschezza/del sole delle terre tempestose,/lanternina/minuta che si spegne/e si riaccende/perché tutti distinguano il sentiero”. E c’è spazio anche per una fresca, bellissima dichiarazione di poetica “e scrissi la prima riga incerta,/vaga, senza corpo, pura/sciocchezza,/pura saggezza/di chi non sa nulla”, “ed io, minimo essere,/ebbro del grande vuoto/costellato,/a somiglianza, a immagine/del mistero,/mi sentii parte pura/dell’abisso,/ruotai con le stelle,/il mio cuore si sparpagliò nel vento”.

Il ritorno autobiografico, alla fine, è inevitabile, perché la poesia di Neruda celebra gli aspetti umili e quotidiani dell’amore e della vita con uno slancio e una carica emozionale che la rendono universale. Dominata dall’impegno civile, è una poesia sempre viva, generosa, che si concede al lettore di ogni epoca e continua a parlargli della storia, della natura, della guerra e dei sentimenti.

In occasione del centenario il presidente del Cile Ricardo Lagos, in riferimento all’impegno del poeta profuso per il paese, ha affermato che <La poetica e la politica hanno appena una differenza fonetica. Sia per essere poeta che per essere governate ci si deve muovere fra la realtà e l’irrealtà>.

Pablo Neruda è riuscito a raccontare di tutto ciò che permeava la sua sensibilità, sganciandosi dalle convenzioni, dai sentimenti codificati e dalla pura ricerca formale delle poesie moderniste. Il poeta si è posto di fronte alla realtà, se ne è innamorato o indignato, in ogni caso ne è stato portavoce, nel bene e nel male.

Quella di Neruda è un’arte poetica che sa commuoversi e lottare. Un’arte poetica che, oggi più che mai, consacra la nascita – e il vissuto – di un uomo dalla penna estremamente felice, ancora in grado di mostrarci un mondo perennemente in bilico tra esuberanza e malinconia, tra la resa e la vittoria, tra la sensibilità che esalta la poesia e il materialismo che la soffoca.

 

Da “Memoriale di Isla Negra”

 

O terra, aspettami

 

Riportami, sole,

al mio destino agreste,

pioggia del vecchio bosco,

riportami il profumo e le spade

che cadevano dal cielo,

la solitaria pace d’erba e pietra,

l’umidità dei margini del fiume,

il profumo del larice,

il vento vivo come un cuore

che palpita tra la scontrosa massa

della grande araucaria.

 

Terra, rendimi i tuoi doni puri,

le torri del silenzio che salirono

dalla solennità delle radici:

voglio essere di nuovo ciò che non sono stato,

imparare a tornare così dal profondo

che fra tutte le cose naturali

io possa vivere o non vivere: non importa

essere un’altra pietra, la pietra oscura,

la pietra pura che il fiume porta via.

 

 

 

 

 


elenco articoli