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Il Potere delle reti |
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Da mesi gli spot televisivi cercano di incoraggiare
all’acquisto del box interattivo. È l’avvento di quella che molti chiamano
‘rivoluzione del digitale terrestre’. In poche parole, si tratta della
possibilità di sostituire nell’etere il tradizionale segnale analogico, in
grado di trasmettere un programma per volta, con un segnale digitale, capace
invece di diffondere per ogni frequenza un multiplex, ossia un insieme di cinque
programmi. Il risultato sarà quello di veder quintuplicare i vecchi canali,
passando da 12 a 60 trasmissioni a carattere nazionale. Il vantaggio è evidente
e immediato, se si pensa che il principale cruccio del governo, come il
ministro di consueto ribadisce, è il pluralismo nelle comunicazioni. Eppure questo moltiplicatore tecnologico, dal meccanismo
così evidentemente semplice, sembra avere qualche punto oscuro su cui è
necessario soffermarsi. In primo luogo, nonostante la propaganda attraverso il
martellamento pubblicitario, la diffusione del segnale sul territorio è ancora
molto scarsa. Guardando la cartina appare evidente l’esiguità delle zone
irradiate dal segnale digitale. Ad eccezione della Puglia, quasi interamente
coperta, il resto della penisola presenta poche isole felici e grandi vuoti di
segnale. I brodcaster nazionali raggiungono quasi il 50% della popolazione
secondo il Ministero delle Comunicazioni, mentre secondo i dati Mediaset
saremmo al 51%, con una previsione del 63% per la fine del 2004, sempre in
termini di popolazione. I due grandi poli televisivi nostrani hanno cominciato
le sperimentazioni da mesi, eppure tra i tecnici il passaggio dall’analogico al
digitale appare una delle difficoltà più grandi. Due sono le osservazioni che si possono avanzare in merito
alla situazione attuale. La prima riguarda le scelte strategiche del governo:
perché puntare tutto unicamente sullo sviluppo del digitale terrestre? Fino ad
oggi l’alternativa alla tv tradizionale sembrava essere il satellite. Questo
permetteva di decongestionare l’etere, che in Italia serve l’88% degli utenti a
fronte della media Ue del 51%, e di aprire il mercato ad un digitale dalle
potenzialità molto vaste. Inoltre, le difficoltà tecniche del passaggio, aggravate
nel nostro Paese da un sovraffollamento dell’etere, porranno solo i due attuali
grandi network nazionali a poter gestire una transizione verso la nuova tecnica
di trasmissione. Questa seconda osservazione è in realtà legata alla prima. A
differenza del satellite e del cavo, infatti la diffusione via etere permette
alla medesima persona di essere il possessore della rete di trasmissione e
l’utilizzatore della rete stessa, determinando un costo d’accesso al mercato
insostenibile. Questo sembra essere il nodo principale del problema: il
possesso delle reti di trasmissione da parte dei network non permette la
nascita di nuovi soggetti e pone quelli già presenti sul mercato in una
posizione di predominio. Il digitale terrestre, così come disegnato dalla legge
Gasparri, non spezza questo circolo perverso, come invece è in grado di fare la
tecnologia satellitare, e questo ci fa pensare che la rivoluzione pluralista
del digitale si tradurrà nell’ennesima vittoria del duopolio.
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