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Luce, sole dell’arte |
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Tutte le arti visive (pittura,
scultura, grafica, fotografia), com’è assolutamente intuibile, non solo non
possono prescindere dalla luce in quanto le rende “visibili”, ma, dai suoi
effetti, dalle sue gradazioni, dalle sue suggestioni derivano scelte
linguistiche e stilistiche che alimentano la creatività e la capacità
espressiva degli artisti. Tuttavia, nel contesto della produzione artistica ci
sono autori che hanno una particolare e più manifesta predisposizione per la
luce, che pongono al centro della propria indagine riuscendone a coglierne i
valori sensibili e simbolici più autentici e profondi. A questo affascinante rapporto è
dedicata una grande mostra che fino a tutto luglio potrà essere visitata al
Museo d’arte delle Generazioni italiane del ‘900 – G. Bargellini di Pieve di
Cento (Bologna), che propone un avvincente itinerario attraverso oltre
centotrenta opere di a La mostra, in modo che non
potrebbe essere più pertinente, salda doverosamente un debito con il fondatore
del museo, l’imprenditore Giulio Bargellini, grande appassionato d’arte e fine
collezionista, fondatore della OVA, in occasione dei quarant’anni di attività
di un’azienda leader nella progettazione e produzione di materiali e
strumentazioni nel settore di illuminazione d’emergenza. Circostanza che è
arricchita da un altro evento espositivo offerto contemporaneamente in altre
sale del Museo che accolgono la mostra dedicata ad Alberto Martini per
ricordare il grande maestro di Oderzo, precursore del Surrealismo, a
cinquant’anni dalla sua scomparsa: cinquanta opere, in gran parte inedite, tra
quadri a olio, pastelli, chine, disegni e litografie. Per entrambe le mostre il
catalogo è stato realizzato, con la consueta accuratezza, dalle Edizioni Bora
di Bologna. Nella mostra suggestivamente
intitolata “Luce, vero sole dell’arte”, emergono di prepotenza le personalità
di alcuni grandi maestri, quali Carlo Belli, Corrado Cagli, Fabrizio Clerici,
Gerardo Dottori, Lucio Fontana, lo stesso Alberto Martini, Alfio Mongelli,
Ernesto Thayaht, Cesare Zavattini, la cui presenza non potrà che
esercitare un motivo di forte richiamo
nei confronti del pubblico; il quale però avrà soprattutto modo di immergersi
in uno scenario estremamente variegato e stimolante, in cui si troverà a
percorrere stagioni, soluzioni linguistiche, tendenze comuni e enormi distanze,
continuità e fratture, nell’ambito di una produzione artistica lussureggiante,
nella quale, tutt’al più è possibile individuare delle ”zone” in cui, solo per
favorire una lettura meno frastagliata dell’esposizione, si possono ricondurre
i percorsi dei singoli artisti, ben lontani a volte per generazione, area geografica
o ambito di ricerca. E così è possibile spaziare (ma
l’itinerario che qui si suggerisce non può che essere estremamente riduttivo,
dato il cospicuo numero di artisti presenti) dai giochi di luce che sostanziano
il mondo onirico di Paolo Pasotto, le incursioni nella memoria di Pino
Reggiani, la vena lirica di Ada Franco, alle apparizioni (bellissima l’Isola di San Giorgio di Virgilio Guidi)
del paesaggio “rivelato” dalla luce, come nelle opere di Eugenio Amadori, Lori
Scalpellini, Giovanni Soccol, Tonino Caputo, cantore degli spazi urbani
newyorchesi, e di Raffaele De Rosa. Su versanti estremamente distanti, la luce
si fa protagonista nel delineare vibrazioni e contrasti nell’arte astratta e
geometrica di autori come Romano Rizzato, Pier Giulio Bonifacio, Aldo Pancheri,
Ennio Bencini, Luigi Di Fabrizio,Sergio Agosti, Gloria Persiani; o nelle
“accensioni” di Ferruccio Gard, Anna Ramenghi, Cuqui Trujillo e Pietro Volpe;
nei “monocromi” di Rino Carrara, quanto nelle intriganti tessiture grafiche di Giulia
Napoleone. La “luce” - e questa è un’altra
interessante chiave di lettura della mostra -
stimola linguaggi nuovi, invita ad inventare tecniche ed esplorare le
possibilità espressive di materiali come il plexiglass, il perspx, il metacrilato
fluorescente, il nylon, e fonti luminose artificiali (come si può vedere in
lavori di artisti come Carlo Cioni, Belisario Mancini, Maria Ferrero Gussago,
tanto per ricordarne solo qualcuno), aprendo nuovi orizzonti alla infinita
possibilità comunicativa di strumenti fino a ieri assolutamente impensabili.
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