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"Nniccu Furcedda" e la Letteratura Dialettale Salentina del XVIII secolo |
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"La letteratura dialettale salentina del
Settecento giunta fino a noi", tranne quella religiosa ovviamente,
"è tutta di carattere e di tono
burlesco, scherzoso, giocoso; vi manca assolutamente l'impegno e la curiosità
verso quelle esplorazioni ideologiche più moderne, che pur si ritrovano in
altri settori". Con queste parole il professor Mario Marti descrive la
tradizione scrittoria in vernacolo che caratterizzò il secolo XVIII. Essa prese
piede e vigore in un ambiente socio-culturale strettamente clericale. La
produzione di tale periodo tuttavia non vanta una quantità cospicua di
componimenti. Tra i più significativi ricordiamo "Viaggio de Leuche", "La
Rassa a bute", "La Iuneide"
e "Nniccu Furcedda".
Quest'ultimo fu redatto da Girolamo Bax, del quale poco si sa. Molti autori
mantennero l'anonimato e per tale motivo non ci fu un "grande", una
personalità di spicco, ma solo tanti ingegni che fissarono sulla carta la loro
arte e che si servirono della lingua dialettale per entrare nelle case di
tutti, ricchi e poveri, nobili e umili. Il
Bax, nativo probabilmente di Grottaglie ma residente a Francavilla Fontana
prima, e a Napoli poi, scrisse una farsa rusticana intorno al 1730, ambientata
in una masseria chiamata "Fallacchia". La farsa si svolge lungo una serie, pressoché ininterrotta, di
endecasillabi con rima al mezzo, nonostante il rimbalzare delle battute del
dialogato, che spesso si rincorrono assai rapidamente" (M.M.). L'opera
narra le vicissitudini di un vecchio tirchio e perentorio, Nniccu Furcedda, al
quale riesce a tener testa solo la moglie Perna, più testarda di lui. Tra i
personaggi della storia ci sono anche i due figli della coppia, Renzo e Nina.
E' proprio intorno a quest'ultima che ruota l'intera commedia. La ragazza e un
giovane contadino, Paolo, s'innamorano, ma Nniccu vorrebbe che la figlia
sposasse un uomo più facoltoso e ricco perché non vuole darle la dote. Il suo
prescelto è Rocco, da poco laureato in legge. Questi, però, spiazza il vecchio
massaro presentandogli un contratto prematrimoniale. Nniccu va su tutte le
furie e Paolo può riscattarsi e l'amore trionfare. Girolamo
ha dato al suo lavoro un ritmo incalzante, senza pause morte. Il merito di tale
effetto sta soprattutto nell'uso magistrale che l'autore fa del vernacolo,
"un dialetto vivo e magnificamente
usato su diversi strati di parlato, in una compattezza, tuttavia, generatrice
di splendidi effetti generali" (M.M.). Spesso il linguaggio si fa
pesante, volgare, ma senza i termini più coloriti, il Bax non avrebbe ottenuto
lo stesso effetto. Pare
quasi certo che nel protagonista della vicenda traspaia la figura di Peppu
(Giuseppe), personaggio realmente esistito, rappresentante della famiglia
Scazzeri di Francavilla, il quale si era rintanato nella sua masseria con la
figlia per tenerla al riparo da sguardi indiscreti e da approfittatori. La
gente del luogo lo aveva soprannominato il "furcedda" perché, essendo
un po’ zoppo, aveva bisogno dell'ausilio di una stampella (furcedda) per
camminare. In paese si vociferava che fosse un uomo avaro e burbero e che
volesse preservare in ogni modo i suoi possedimenti. Dalla
trama, ricca di colpi di scena, di situazioni esilaranti e di humour, si palesa
una napoletanità evidente. Nel XVIII secolo, infatti, Napoli, capitale
culturale e politica del sud d'Italia, "esercitava il suo fortissimo influsso proprio con la sua letteratura in
dialetto" (M.Marti), e l'intero regno meridionale accoglieva i respiri
che giungevano dalla città partenopea e li miscelava con i propri, creando una
cultura multiforme, ruotante intorno a storie differenti ma squisitamente fuse
tra loro. Una
farsa, "Nniccu Furcedda", che ben rappresenta
l'intera letteratura dialettale del Salento settecentesco. Queste pagine di
straordinaria vivacità trasmettono, a chi le legge, uno spaccato di vita rurale
del sud del passato e concretizzano l'attaccamento dei contadini alla propria
"roba", come fece notare anche Giovanni Verga, uno dei maggiori
rappresentanti della meridionalità nella letteratura italiana. E
per meglio farvi comprendere l'energia che "Nniccu Furcedda" trasmette ai suoi lettori, leggetene un
frammento e giudicate voi stessi. ATTO
PRIMO \ Scena prima Nniccu:
"Aggiu nna figghia zita, granni
diaulu; Ho una figlia da marito, grande diavolo; cce 'ben a faci Paulu intr'a sti curti?" che viene a fare Paolo in questa corte? Perna:
"Zittu! Zittu! fa curti li paroli, Zitto! Zitto! accorcia le parole, ca Paulu no 'boli così tua…" ché Paolo non vuole cose tue… Nniccu:
"Ca cce' boli li tua, vicchiardazza? Forse vuole le tue, vecchiardazza? Custu veni e si cazza la viruta, Questo viene e si frega la
viruta, po' faci la viuta a cielu apiertu; poi fa la sua bevuta a
garganella; pani intr'allu spuertu no nni lassa! Pane nella sporta non ne
lascia! E
Nniccu ue' cu 'passa pi 'curriu? E
Nnicco vuoi che passi per corrivo? Ju,
Perna, sto 'fatiu e mi sto schiattu; Io,
Perna, fatico sempre e mi vado crepando; tebutu
m'aggiu fattu, è sangu mia! Debito
mi sono addossato, è sangue mio! Custu
veni ogni dia, si ssedi e mancia."
Questo viene ogni dì, si siede e mangia. Perna:
"Pìgghiali nna marancia, e fa cu
scazzica." E tu dagli
un'arancia amara e fa che smammi. Nniccu:
"Vascia 'mancia vinazzica, stu
puercu!" Vada a mangiar vinacci, questo porco!
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