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L’oro caldo del Griko Salentino |
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Tutta la storia d’Italia presenta una costante:
l’incontro, la fusione e il sincretismo di culture che hanno dato vita a una
ricchezza di sfumature etniche, linguistiche e folcloristiche, riscontrabili in
tutta la Penisola. Convivono dunque, in Italia, suggestioni echeggianti realtà
straniere che, trapiantate nei colori nostrani, sono diventate fenomeni
culturali folgoranti e nutriti di un’autonomia essenziale: vengono ad essere
dei percorsi unici dell’evoluzione della civiltà, sebbene riguardino minoranze,
la cui memoria e la cui salvaguardia è un dovere, oltre che un valore. La Grecia salentina, o Grecìa, è
una di queste suggestioni. A delimitare nitidamente il confine geografico di
questa identità culturale, è il dialetto, il Griko, che si parla nei nove paesi
che vi si riconoscono parte: Castrignano dei Greci, Martignano, Calimera, Zollino, Soleto Melpignano, Soleto,
Sternatia, Corigliano d'Otranto Martano. L’origine di questa singolare isola di
grecità, risale al VIII ed il secolo XI d. C., quando, per sfuggire alle
persecuzioni bizantine di Leone III alcuni monaci elessero l’Italia meridionale
come terra di libertà di culto, e trovarono una stabilità effettiva nel
Salento, dopo la cacciata degli Arabi, che ne garantì un insediamento prospero
e una fioritura, in termini di usi, costumi e lingua, che integrarono nel nuovo
territorio. I tratti originari di questa nuova dimensione sono sopravvissuti
per secoli, in un singolare sincretismo tra successivi insediamenti e elementi
autoctoni italici, un impasto che ha generato dunque una forte e originale
nuova identità detta dei “Greci Salentini”. E’ destino di ogni minoranza
culturale essere detentrice di una ricchezza unica e insostituibile ma, allo
stesso tempo, essere esposta alle tendenze rigorose e elitarie della cultura
dominante dei paesi che ne osservano sorgere ed evolvere i tratti. Così è stato per il griko, ma anche per tutte
quelle distinzioni linguistiche che, nel nostro Paese, hanno goduto di fortune
alterne, sottoposte ora all’attenzione dell’elite intellettuale dominante, ora
al disinteresse e spesso alla riduzione. Così come appassionati e storici della
lingua, affrontano lo studio dei meccanismi autonomi di questi volgari,
talvolta senza considerare che proprio nell’autocoscienza culturale nazionale
essi hanno un valore qualificante e non dispersivo. Difatti, i processi storico
- sociali, che dall’Unità d’Italia, attraverso l’alfabetizzazione graduale del
Paese, hanno creduto e sostenuto come necessaria una riduzione relativismo
dialettale, ma senza poter causare una scomparsa di questo fenomeno, al quale è
legata una produzione letteraria, sia in forma orale che scritta. Il Griko, è
stato riscoperto a partire dal XIX secolo: un volgare ancora vitale, più che un
dialetto, il prodotto di interazioni linguistiche con una sua logica organica e
strutture grammatico – sintattiche di spessore e sedimentate da secoli di
vitalità, sia pur limitata a una specifica area territoriale. Il griko somiglia alla sua terra. Così la Grecìa, richiama alcune suggestioni
naturali della Grecia Madre, nelle trasparenze assolate e diffuse del suo mare,
nelle chiazze di bianco architettonico, alternato al profondo azzurro del mare
e al verde intenso della vegetazione che domina l’ambiente, ma che, rispetto
alle regioni Elleniche, risulta venato di una luce più calda, morbida, sfumata
in un oro soffuso, come se l’abbacinante contrasto che nel Mare Greco, è così
evidente, fosse filtrato in un’inclinazione solare che addolcisce le coste
italiane. Così, allo stesso modo, il griko musica in un ritmo sussurrato e
vibrante di accenti più sfumati, in impennate briose che accentazioni meno rigide e più mobili della lingua madre,
desunte dalle commistioni italiche, hanno garantito alle origini. E’ un volgare
crepuscolare, nostalgico, echeggia la lontananza da radici che non bastano più
a se stesse e l’esigenza di una rinascita continua e in bilico, mai scontata,
che è l’essenza di queste peculiarità linguistiche nate da fenomeni storici e
determinanti nuove prospettive culturali: non solo in questo angolo geografico,
ma nella storia della civiltà. Prerogativa d’orgoglio regionale, ma additata
nei secoli, come spigolo da limare quando le esigenze politiche hanno
determinato una tendenza uniformante dell’asse educativo nazionale, intesa come
disvalore ed elemento contrario e opposto all’unità politica, cui il clima
intellettuale, in genere presta agenti coagulanti. Invece la storia del griko e delle unità
linguistiche sparse nell’ampia casistica dei dialetti-volgari italiani, proprio
in chiave nazionale, echeggia e fotografa una delle caratteristiche fondanti
italiane, vale a dire, quell’essere una terra di incontro, tra diverse civiltà
che, sovrapponendosi, hanno trasposto elementi originali del proprio patrimonio
artistico e linguistico, in una chiave interattiva, generando una nuova storia
che, in una minoranza, trova una voce singolare e forte. Riscoprire e tutelare
il valore di queste conoscenze regionali e particolari, significa proprio, in
una lettura riassuntiva della completezza culturale italiana, promuoverne i
meccanismi originali, derivati dalla sua storia unica, di sovrapposizioni e
fusioni di innumerevoli entità nazionali, che pur qui hanno trovato fertile
terreno per reinventarsi in un prodotto del tutto singolare, in diversi
contesti territoriali. Questo atteggiamento è quello che ci porta a conoscere
un pezzo in più dell’anima multiforme e straordinariamente varia di questo
nostro Paese e a rivendicarne una maturità istintiva, che rendono la sua
cultura un patrimonio per la storia e l’evoluzione culturale dell’umanità. Giuditta Simoncelli
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