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ARTE/ Consagra, non solo scultore
Una grande mostra a Verona e a Castelvecchio

  
di Michele DE LUCA

Pietro Consagra (Mazara del Vallo 1920 – Milano 2005) “appartiene alla generazione che, dopo la guerra, poté ripartire da zero

Pietro Consagra (Mazara del Vallo 1920 – Milano 2005) “appartiene alla generazione che, dopo la guerra, poté ripartire da zero sia sul piano sociale che su quello artistico. L’artista siciliano giunse nell’ambiente romano, allora in fase di rinascita, animato dalla grande forza interiore che gli davano la ricchezza della sua sensibilità, l’acutezza della sua percezione, la purezza della sua percezione del mondo”. È una considerazione di Abraham M. Hammacher, tratto da un suo denso saggio sulla scultura dell’artista siciliano, rimasto fino ad ora inedito e che appare adesso nel poderoso catalogo edito da Skira in occasione della grande mostra “Pietro Consagra, necessità del colore. Sculture e dipinti 1964-2000”, curata da Luca Massimo Barbero e Gabriella Di Milia ed allestita a Verona nelle due sedi della Galleria dello Scudo e del Museo di Castelvecchio.

Con cinquanta opere di scultura e venti di pittura provenienti da collezioni pubbliche e private, l’importante rassegna documenta l’arco di quattro decenni di lavoro, a partire dal 1964, quando la ricerca della frontalità con rilievi quasi bidimensionali ottenuti riducendone lo spessore fino ad arrivare a lamine sottili, dove anche il colore andrà a rivestire un ruolo decisivo (si ricorderà la serie Totem ### del 1947, ai tempi della sua adesione all’astrattismo partecipando alla fondazione del gruppo Forma, e via via la realizzazione dei Legni bruciati  ### del 1956, i Piani sospesi  ### del 1964 - “di colori bianchi immensi, di rossi pensati come un imponente e nuovo ideogramma”, scrive Barbero -, e, quindi, i Ferri trasparenti  ### del 1966, tutti raccolti ora nella Galleria dello Scudo), si amplia nella teorizzazione della “bifrontalità” e nell’impiego più pregnante del colore. Qui, come dice ancora Barbero, “ci affascina come l’artista si sia impossessato del colore, ne abbia fatto materia e l’abbia resa indipendemte … sospendendola, cercando, letteralmente, di impressionare  ### la vista dell’osservatore”.

Le opere concepite e realizzate tra il 1964 e il 1967 segnano un passaggio cruciale nella ricerca di Consagra, come sottolinea la mostra che gli dedica la città scaligera; la “necessità”, e cioè l’urgenza appassionata, irrinunciabile e non rinviabile del colore, che diventa parte integrante e fondamentale dei suoi lavori e testimonianza di una sorta di “liberazione”, di un nuovo, intrigante cammino in un mondo creativo ricco di sorprese e di meraviglie, che consente alle forme di librarsi nello spazio; “le nuove sculture – ricordava Consagra nella sua autobiografia – sono dei ferri colorati e girevoli, dei piani colorati appesi o sospesi in legno e alluminio”.    

Gli ampi spazi del Museo di Castelvecchio accolgono un affascinante itinerario espositivo, che si apre con Trama ### , un’imponente installazione di sette sculture bifrontali di legno, progettata per la biennale veneziana del 1972, sicuramente uno dei capolavori particolarmente rappresentativi del nuovo indirizzo della sua ricalca, portata strenuamente avanti fino agli ultimi anni della sua esistenza, che si arricchirà ulteriormente con una puntigliosa sperimentazione sulla pietra. Di cui sono stupende testimonianze opere come la Bifrontale pietra della Versilia giallo di Siena  ### del 1973,  le due imponenti Muraglie ### , innalzate, dopo il recente restauro, nel giardino di Castelvecchio, proprio là dove erano state collocate dall’architetto Carlo Scarpa in occasione della grande mostra del 1977 curata da Giovanni Carandente e Licisco Magagnato, e la Doppia bifrontale ### , in ferro bianco di cinque metri di lunghezza, eseguita cinque anni prima della morte e che sarà poi “ingrandito” in dimensioni ancora più monumentali per la sede del Parlamento Europeo a Strasburgo.

Dopo le grandi mostre personali all'Accademia di Brera a Milano nel 1996, al Mathildenhöhe Institut a Darmstadt l’anno dopo e alla Biennale del Cairo nel 2001, che hanno documentato, a partire dalla fine degli anni Quaranta, le “forme” molteplici di un fare arte con sapienza e provocazione, l’evento espositivo veronese si rivela di estremo interesse per il suo”taglio” assolutamente inedito, che pone al centro del dibattito alcuni aspetti peculiari (approfonditi con importanti saggi nel catalogo, firmati tra gli altri, oltre che dai curatori, da Fabrizio D’Amico, Francesco Tedeschi, Paola Marini, Rosmary Ramsey e Laura Lorenzoni) di una lunga e intensa stagione creativa e intende sottolineare quanto radicale e innovativa sia la svolta nel linguaggio dell'autore attorno alla metà degli anni Sessanta.

Dalla “necessità della scultura” alla “necessità del colore”, che viene evidenziata nella mostra con una particolare attenzione all’attività pittorica di Consagra, che giovanissimo collaborò con Guttuso, documentata con numerose tele di grande formato, tra cui Fondo giallo ###  del 1981, oppure Fondo rosa ### , realizzato tre anni dopo, che attestano quanto l’arte del dipingere non abbia avuto per lui un ruolo subalterno o secondario rispetto all’attività scultorea. Anzi, la ricerca pittorica ha accompagnato, con elaborazione teorica e sperimentazione, il lavoro di scultore lungo tutta la sua vicenda creativa, divenendo sempre più importante nella fase più matura; scrive D’Amico: “Aleggia in questa pittura, che nobilmente occupa i suoi anni senza rimpianti e anzi con giocosa pienezza, un sapore, anche, di più antiche, perfette sintassi di forma: quelle avvistate e magicamente trovate da un manipolo d’artisti indimenticabili nella Roma e nell’Europa, d’Anni Cinquanta”. Cos’era e cosa rappresentava la pittura per l’artista di Mazara del Vallo, ce lo ha detto proprio lui, in occasione di una mostra a lui dedicata nel 1991 nel Palazzo Steri di Palermo: “Comincio e non so dove vado, quanto più casuale è la prima pennellata, tanto più mi carico d’avventura. Dipingo a sfinire come quando si sfinisce nell’amore”.

 

 

 


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