|
|
|
|
Teoria e prassi dell'astrattismo |
|
|
È stato l’inizio del secolo
scorso un periodo di grandi sperimentazioni politiche e culturali e
d’innovazioni utopiche che hanno definitivamente traghettato l’Europa della
restaurazione al modernismo. Una fra tutte è stata l’esperienza artistica e
pedagogica della Bauhaus, la scuola pluri-disciplinare istituita nel 1919 nella
Germania di Weimar da un drappello di artisti eccellenti che avrebbe
influenzato il modo di concepire il design industriale e l’arte, coniugando un
altissimo livello qualitativo con una concezione funzionalista della bellezza.
Fra i suoi fondatori uno dei più geniali fu il russo Wassily Kandinsky, che in
quella scuola insegnerà i principi dell’astrattismo fino al 1933, anno in cui i
nazisti decisero di chiuderla, considerandola un covo di comunisti. E sono
proprio le opere astratte realizzate mentre era insegnante alla Bauhaus,
insieme con quelle del periodo parigino, fino alla sua morte nel 1944, ad
essere al centro di una grande mostra, in corso fino al 24 giugno al Palazzo
Reale di Milano. “Wassily Kandinsky e l’astrattismo in Italia 1930-1950” è
un’occasione per capire come, attraverso la visione delle opere del maestro
russo, gli artisti italiani del secolo scorso, stanchi del realismo allora
imperante in Italia, complice il fascismo che vedeva nella rappresentazione
mimetica del reale un valore in sé, si avvicinarono gradualmente
all’astrattismo. Grande teorico, oltre che eccelso pittore, Kandinsky scriverà
due testi capitali per lo sviluppo dell’arte del XX secolo, Lo spirituale nell’arte e Punto, linea e superficie, in cui sono
esposte le sue riflessioni sul senso profondo dell’arte e sull’innovativo
linguaggio formale sotteso a dipinti seminali come Composizione VII del 1913, capolavoro monumentale, apparentemente
caotico ma in realtà retto da un ferreo equilibrio interno di forme e colori,
che apre l’esposizione di Palazzo Reale. Luciano Caramel, curatore dell’evento
milanese, ripropone, con un bizzarro ma intelligente gusto filologico, le due
mostre che hanno segnato la storia della conoscenza dell’opera di Kandinsky in
Italia negli anni trenta e quaranta: quella alla Galleria del Milione del 1934
a Milano (dove Kandinsky presenta, per la prima volta in Italia, 45 acquarelli
e 30 disegni realizzati dal 1924 al 1933) e la retrospettiva alla Biennale di
Venezia del 1950, basata essenzialmente sulla collezione di Nina Kandinsky, con
più di 50 dipinti. Complessivamente, dunque, l’iniziativa permette di capire in
che modo, in quegli anni, la rivoluzione formale dell’artista russo era
recepita in Italia, complice la presenza di una sezione di 130 opere di artisti
italiani, da Bonini, Licini, Mazzon, Munari, Rho, a Ettore Sottsass, che
testimonia direttamente l’influenza del “fenomeno” Kandinsky.
|
|
|
|
|