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Teoria e prassi dell'astrattismo
Le opere di Wassily Kandinsky in mostra al Palazzo Reale di Milano fino al 24 giugno

  
di Elio CASTELLANA

Lo scandalo non è la bestemmia ma la tv spazzatura

È stato l’inizio del secolo scorso un periodo di grandi sperimentazioni politiche e culturali e d’innovazioni utopiche che hanno definitivamente traghettato l’Europa della restaurazione al modernismo. Una fra tutte è stata l’esperienza artistica e pedagogica della Bauhaus, la scuola pluri-disciplinare istituita nel 1919 nella Germania di Weimar da un drappello di artisti eccellenti che avrebbe influenzato il modo di concepire il design industriale e l’arte, coniugando un altissimo livello qualitativo con una concezione funzionalista della bellezza. Fra i suoi fondatori uno dei più geniali fu il russo Wassily Kandinsky, che in quella scuola insegnerà i principi dell’astrattismo fino al 1933, anno in cui i nazisti decisero di chiuderla, considerandola un covo di comunisti. E sono proprio le opere astratte realizzate mentre era insegnante alla Bauhaus, insieme con quelle del periodo parigino, fino alla sua morte nel 1944, ad essere al centro di una grande mostra, in corso fino al 24 giugno al Palazzo Reale di Milano. “Wassily Kandinsky e l’astrattismo in Italia 1930-1950” è un’occasione per capire come, attraverso la visione delle opere del maestro russo, gli artisti italiani del secolo scorso, stanchi del realismo allora imperante in Italia, complice il fascismo che vedeva nella rappresentazione mimetica del reale un valore in sé, si avvicinarono gradualmente all’astrattismo. Grande teorico, oltre che eccelso pittore, Kandinsky scriverà due testi capitali per lo sviluppo dell’arte del XX secolo, Lo spirituale nell’arte e Punto, linea e superficie, in cui sono esposte le sue riflessioni sul senso profondo dell’arte e sull’innovativo linguaggio formale sotteso a dipinti seminali come Composizione VII del 1913, capolavoro monumentale, apparentemente caotico ma in realtà retto da un ferreo equilibrio interno di forme e colori, che apre l’esposizione di Palazzo Reale. Luciano Caramel, curatore dell’evento milanese, ripropone, con un bizzarro ma intelligente gusto filologico, le due mostre che hanno segnato la storia della conoscenza dell’opera di Kandinsky in Italia negli anni trenta e quaranta: quella alla Galleria del Milione del 1934 a Milano (dove Kandinsky presenta, per la prima volta in Italia, 45 acquarelli e 30 disegni realizzati dal 1924 al 1933) e la retrospettiva alla Biennale di Venezia del 1950, basata essenzialmente sulla collezione di Nina Kandinsky, con più di 50 dipinti. Complessivamente, dunque, l’iniziativa permette di capire in che modo, in quegli anni, la rivoluzione formale dell’artista russo era recepita in Italia, complice la presenza di una sezione di 130 opere di artisti italiani, da Bonini, Licini, Mazzon, Munari, Rho, a Ettore Sottsass, che testimonia direttamente l’influenza del “fenomeno” Kandinsky.

 

 

 


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