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Il passato e l'avvenire |
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Ad un certo punto, sul
quotidiano “Avvenire”, organo ufficiale della Comunità Episcopale Italiana,
compare ineffabile il commento di tale Domenico Delle Foglie sul film “La terra”, che suscita in noi sincero
sconcerto per alcuni buoni motivi e ci muove ad una replica. In buona sostanza
il Delle Foglie stabilisce che la Puglia
e i pugliesi di Rubini sono un distillato di verità, significando
tranquillamente che le sorti della civiltà meridionale (nella fattispecie
quella della nostra Regione) sono da tempo e senza appello marchiate con segno
d’infamia dal male endemico della Sacra Corona Unita. Con il giochino di una
lingua pedante ed elementare (E’ accaduto
e può accadere, ripete) l’estensore del pezzo insiste sottolineando la
partitura del greve Fato che spetta a noi abitanti del triangolo del brindisina: e giuoca anche con il ritmo cadenzato
della frase, con l’atroce cantilena. Innanzitutto il giornalista sembra essere
indeciso se adottare il registro linguistico del critico cinematografico oppure
assumere il piglio del sociologo: nel dubbio, combina un prodotto ibrido e
dunque non riuscito, non possedendo appieno gli strumenti intellettuali
dell’uno o dell’altro ruolo. Infatti, mentre banalizza la trama raccontandola a
mo’ di aneddoto come se sorseggiasse una tisana davanti al tepore di un camino,
si cimenta in un’ardita quanto improbabile analisi del territorio affrontandola
con i criteri dell’indagine storicistica e dell’etica sociale. C’è un però: però il Delle Foglie non ha
metabolizzato studi siffatti, vive la rendita della posizione concessagli dal
quotidiano che ne ospita gli strali e, in più, si nutre di pregiudizi
inverecondi e scontati. Scommetteremmo che il Nostro non ha mai organizzato
vacanza dalle nostre parti (e per questo motivo, gli promettiamo ospitalità fin
d’ora); oppure è nato nel Mezzogiorno e, come tanti altri prima di lui, ne ha
rinnegato incoscientemente le origini. Se avesse evitato di
giustapporre al film – più o meno gradevole, ben fatto o mal riuscito che sia –
questa massiva dote di pregiudizi impiastricciati di moralismo, avrebbe potuto
leggere quella semplice storia come un’allegoria neanche tanto originale delle
periferie italiane: e per periferie intendiamo tanto quelle meridionali quanto
quelle del restante suolo italico, non esclusi i quartieri negletti delle
metropoli emancipate che il giornalista potrebbe prediligere. E ancora: se egli
avesse avuto nozione di qualcuna di quelle cittadine infangate anche dal suo
mero elenco (Mesagne, Ceglie, Francavilla)
oltre che dalle mafie del passato e del presente, saprebbe bene che qui la
società civile e quella politica hanno vinto una lunga battaglia contro
l’Antistato e neanche hanno abbassato mai la guardia; e avrebbe contezza che a
Mesagne vive gente operosa e tranquilla che ha separato il grano dal loglio, e
che ha assistito alla proiezione del film di Rubini con lucido distacco, senza
riconoscervisi neanche per un minuto.
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