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Il passato e l'avvenire
I pregiudizi dalla lingua pedante   
di Giuseppe FLORIO

IL PASSATO E L’AVVENIRE

Ad un certo punto, sul quotidiano “Avvenire”, organo ufficiale della Comunità Episcopale Italiana, compare ineffabile il commento di tale Domenico Delle Foglie sul film “La terra”, che suscita in noi sincero sconcerto per alcuni buoni motivi e ci muove ad una replica. In buona sostanza il Delle Foglie stabilisce che la Puglia e i pugliesi di Rubini sono un distillato di verità, significando tranquillamente che le sorti della civiltà meridionale (nella fattispecie quella della nostra Regione) sono da tempo e senza appello marchiate con segno d’infamia dal male endemico della Sacra Corona Unita. Con il giochino di una lingua pedante ed elementare (E’ accaduto e può accadere, ripete) l’estensore del pezzo insiste sottolineando la partitura del greve Fato che spetta a noi abitanti del triangolo del brindisina: e giuoca anche con il ritmo cadenzato della frase, con l’atroce cantilena. Innanzitutto il giornalista sembra essere indeciso se adottare il registro linguistico del critico cinematografico oppure assumere il piglio del sociologo: nel dubbio, combina un prodotto ibrido e dunque non riuscito, non possedendo appieno gli strumenti intellettuali dell’uno o dell’altro ruolo. Infatti, mentre banalizza la trama raccontandola a mo’ di aneddoto come se sorseggiasse una tisana davanti al tepore di un camino, si cimenta in un’ardita quanto improbabile analisi del territorio affrontandola con i criteri dell’indagine storicistica e dell’etica sociale. C’è un però: però il Delle Foglie non ha metabolizzato studi siffatti, vive la rendita della posizione concessagli dal quotidiano che ne ospita gli strali e, in più, si nutre di pregiudizi inverecondi e scontati. Scommetteremmo che il Nostro non ha mai organizzato vacanza dalle nostre parti (e per questo motivo, gli promettiamo ospitalità fin d’ora); oppure è nato nel Mezzogiorno e, come tanti altri prima di lui, ne ha rinnegato incoscientemente le origini.

Se avesse evitato di giustapporre al film – più o meno gradevole, ben fatto o mal riuscito che sia – questa massiva dote di pregiudizi impiastricciati di moralismo, avrebbe potuto leggere quella semplice storia come un’allegoria neanche tanto originale delle periferie italiane: e per periferie intendiamo tanto quelle meridionali quanto quelle del restante suolo italico, non esclusi i quartieri negletti delle metropoli emancipate che il giornalista potrebbe prediligere. E ancora: se egli avesse avuto nozione di qualcuna di quelle cittadine infangate anche dal suo mero elenco (Mesagne, Ceglie, Francavilla) oltre che dalle mafie del passato e del presente, saprebbe bene che qui la società civile e quella politica hanno vinto una lunga battaglia contro l’Antistato e neanche hanno abbassato mai la guardia; e avrebbe contezza che a Mesagne vive gente operosa e tranquilla che ha separato il grano dal loglio, e che ha assistito alla proiezione del film di Rubini con lucido distacco, senza riconoscervisi neanche per un minuto.

 

 

 


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