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Matrimoni popolari nel dopoguerra salentino

  
di Valentina VANTAGGIATO

MATRIMONI POPOLARI NEL DOPOGUERRA SALENTINO

Driin driin”. “Chi è?”. “C’è posta per te!”. Quando il postino bussa alle nostre porte, c’è da aspettarsi di tutto: lettere di amici, cartoline, raccomandate, bollette e multe da pagare. Ma potrebbe anche portarci un invito per un matrimonio e, con i tempi che corrono, la lieta novella potrebbe trasformarsi in una tragedia. Perché? Al giorno d’oggi, quello che per gli sposi sarà, si spera, il giorno più bello della vita, per gli invitati è molte volte sinonimo di una spossante corsa alla ricerca del vestito da indossare, delle scarpe e degli accessori da abbinare, del parrucchiere che ci faccia una bella acconciatura alla principessa Sissi. Soprattutto, però, diventa penalizzante per i nostri portafogli, quando arriva il momento di comprare il regalo giusto. Che fatica i matrimoni, una fatica per i diretti interessati che devono organizzare tutto e per gli invitati.

Rispetto al passato questa euforia mischiata allo stress non è mutata, ciò che è cambiato è l’organizzazione in se stessa del giorno delle nozze. Per capire a fondo come si è evoluta tale costumanza, a bordo della macchina del tempo, andiamo a ritroso e più esattamente negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Non parleremo dei matrimoni della gente benestante, ma di quelli delle persone comuni che non potevano permettersi grandi lussi. Pur di celebrare degnamente i propri figli, spesso ci si indebitava, pagando cambiali per il resto dei propri giorni.

Il postino che oggi, suo malgrado, ha un ruolo determinante nell’organizzazione dei matrimoni, cinquanta anni fa era praticamente inesistente. Gli inviti, infatti, venivano consegnati a mano direttamente dai due futuri sposi i quali, accompagnati dai rispettivi genitori, giravano di casa in casa per dare il lieto annunzio.

Naturalmente non c’erano “liste nozze”, ognuno regalava ciò che poteva: bicchieri, piatti, oggetti per la casa. Molto frequente era la “busta”, contenente 1000-1500 lire, dipendeva dalle disponibilità economiche in quel momento. Gli invitati si vestivano con quello che avevano o si facevano prestare qualcosa da amici e parenti.

Il giorno delle nozze i conoscenti della sposa si appostavano fuori casa sua e aspettavano che uscisse col padre, dopodichè, in corteo, si percorrevano le strade del paese e si arrivava in chiesa, dove c’era lo sposo con i suoi familiari ad attendere il resto della ciurma. Gli addobbi floreali in chiesa erano sempre presenti ma senza eccessi, il fotografo non mancava mai e i compari d’anello erano solitamente due. Finita la cerimonia religiosa, sempre in corteo, si andava tutti a casa degli sposi per il banchetto. Più stanze erano adibite ai festeggiamenti. Si mettevano le sedie tutt’intorno alle sale, gli invitati si sedevano e aspettavano con impazienza di poter mettere qualcosa sotto i denti. Erano anni duri, quelli, anni in cui la fame era una realtà giornaliera e la gente, stretta nel suo “vestito della domenica”, un po’ impacciata perché poco abituata alle etichette, non vedeva l’ora di assaporare ciò che non poteva quasi mai avere.

Un cameriere, con la sua giacca bianca e i suoi pantaloni neri, passava in tutte le stanze e, oltre a servire le pietanze, animava la situazione, cantando, ballando e intrattenendosi con gli ospiti. Non pensiamo ai ricchi pasti che ci vengono serviti oggi nelle grandi e fastose sale dei ristoranti. Si offrivano liquori vari preparati dai genitori dello sposo: mandarinetto, sambuca, ecc. E poi c’erano gli immancabili dolcetti di pasta di mandorle, molto attesi da tutti. Successivamente faceva il suo ingresso un altro protagonista della giornata, il Vermut, nel quale si inzuppavano le pasterelle cotte al forno. Pian piano si arrivava allo spumone che piaceva molto ai bambini. Per finire, se le famiglie degli sposi potevano permetterselo, si distribuivano rosette con la mortadella, il cui aroma si diffondeva in tutta la casa, facendo venire a tutti l’acquolina in bocca. Ciascuno, in cuor suo, sperava che non mancasse tale prelibatezza, visto che si poteva gustare solo in queste speciali occasioni.

Gli sposi, per concludere, passavano con un cestino pieno di confetti e ne davano cinque ad ognuno come segno di buon augurio. Dopo aver salutato e ringraziato, gli ospiti lasciavano i giovani maritati con i parenti più stretti, i quali si fermavano per cena e poi ritornavano a casa loro. Ma non finiva qui.

L’indomani c’era il “pranzo del giorno dopo”, sempre con le famiglie e sempre a casa degli sposi, interamente organizzato dalle suocere. Questa tiritera andava avanti per otto giorni: sempre pranzi a casa dei due ragazzi. All’ottavo giorno, poi, marito e moglie indossavano vestiti eleganti avuti in dote e, dopo aver ascoltato la Messa, si recavano a casa dei genitori dello sposo per desinare (“il pranzo degli otto giorni”).

Dopo altri otto giorni si ripeteva il rito solo che questa volta il pranzo si svolgeva a casa dei genitori della sposa (“il pranzo dei quindici giorni”). Anche in tale circostanza i due giovani indossavano abiti eleganti e nuovi, mai usati prima.

Quante cose sono cambiate da allora. Quanto spreco aleggia intorno al “giorno del si”. Nel passato si tendeva più a valorizzare l’importanza religiosa dell’evento, oggi ci si perde dietro a futili esteriorità. Nel secolo scorso bastava una bella pagnotta con la “mortazza” per veder sorridere chi era ai ferri corti con la vita. Nel ventunesimo secolo tante “mortadelle” ci passano sotto gli occhi e neanche ce ne accorgiamo. Spendiamo a dismisura per sembrare migliori? Non siamo certo migliori dei nostri predecessori e ne è la riprova il fatto che i matrimoni di qualche anno fa erano più saldi, duravano “finché morte non ci separi” perchè basati sull’amore con la “a” maiuscola. Ma oggi? A questo quesito non so trovare una valida risposta.

 

 


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