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Le Fronde di San Cristoforo |
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Nel
Salento, con l’epiteto “fronde di san
Cristoforo” s’indicavano, fino agli anni Trenta, quegli uomini che
aiutavano il popolo agendo, a loro dire, sotto la guida e la protezione del
santo su citato. Il loro campo d’azione, a differenza degli altri appartenenti
alla “Scuola dei Tre Potenti”, era
quello “idrico”. San Cristoforo, infatti, è il signore delle acque e, per tal
motivo, a lui ci si rivolge in casi di siccità e di nubifragi. La
storia delle “fronde” ha origini leggendarie. Si narra che, molti anni or sono,
un eremita cieco, giunto via mare sulla costa est di Santa Maria di Leuca, si
fosse stabilito in una cripta situata in questi luoghi. La gente del posto
aveva avuto subito timore di quest’uomo e, per la misteriosità che ruotava
attorno alla sua figura, presto fu considerato la personificazione del male.
Ragion per cui tutti se ne tenevano alla larga. Ma accadde qualcosa che avrebbe
ribaltato la situazione. Sulla zona si abbatté un periodo di siccità molto
gravoso. “A placare l’ira divina e
sollecitare il dono della pioggia era stata indetta una quarantena di penitenza”
(Giulietta Livraghi Verdesca Zain). La popolazione, ogni giorno, al tramonto,
si recava su una collina dove accendeva, in segno devozionale, un falò e, per
giungere sul luogo del rituale era necessario costeggiare la cripta dove viveva
l’asceta. Quando questi udiva i passi dei penitenti, usciva dal suo “covo” e “sferrava un colpo di piccone sulla fiancata
rocciosa della grotta, interpretato”, vista, col passare del tempo,
l’inutilità di tali pellegrinaggi, “come
segno di perfida volontà demolitrice”(G.V.L.Z.). La realtà, tuttavia, era
ben diversa. L’anacoreta, infatti, non aveva maledetto i pellegrini; al
contrario, aveva sostenuto il loro grido d'aiuto invocando l’intervento di san
Cristoforo. Questi, successivamente, apparve alla folla e investì l’eremita
della sua azione miracolosa, donandogli il potere di “fare e disfare” nelle
questioni idriche, sempre, però, attraverso la sua intercessione. Fu così che
l’uomo venuto dal mare e, in principio, evitato da tutti, divenne il detentore
del monopolio delle grazie e l’atteggiamento della gente nei suoi confronti
mutò profondamente e in positivo. Tali santoni operavano su gran parte del territorio
salentino e il loro “lavoro” non era per niente facile. Non era semplice,
difatti, individuare un corso idrico sotterraneo che potesse fornire al
contadino l’acqua necessaria per far germogliare i semi da lui piantati con
tanta fatica. Il
rituale espletato a questo scopo aveva inizio con la formulazione pubblica, da
parte del richiedente, di un voto offerto a san Cristoforo. Anche l’eletto
assisteva a questa preghiera perché, nel momento in cui avesse chiesto al santo
la grazia per quest’uomo, avrebbe dovuto ricordargli le rinunce che il
penitente era disposto a fare pur di ottenere l’acqua. Tali suppliche duravano
alcuni giorni, cioè fino a quando, attraverso un sogno rivelatore, san
Cristoforo dava al suo prescelto l'autorizzazione ad operare. A questo punto il
rito vero e proprio poteva avere inizio. Il santone si recava nel campo dove lo
attendeva il committente che indossava il vestito buono ed era attorniato da
sette amici, suoi testimoni. La “fronda” era l’ultimo ad arrivare e tutti lo
accoglievano coprendosi il capo. Egli, dopo aver risposto con un segno di
croce, si addentrava nel fondo. Il richiedente, poi, rivoltosi verso oriente e
fissato il cielo esclamava: “Sul mio
desiderio scenda la grazia di Dio”. Dopodiché, iniziava ad elencare gli
impegni che avrebbe adempiuto pur di ottenere l’indulgenza. I testimoni, alle
sue spalle, una volta finita l’elencazione, si dichiaravano pronti a vigilare
sull’operato del contadino. “Le orecchie
hanno udito, le coscienze hanno giurato, ora tocca alla terra segnalare dove
nasconde l’acqua”, acclamava il santone. Tesa la mano destra in avanti e
stretto nell’altra un bicchiere contenente acqua sorgiva e una medaglietta del
santo in questione, iniziava a camminare sull’arida terra calpestando il campo
in tutta la sua larghezza. Andava avanti e indietro, adagio, ripetendo
incessantemente queste parole: “Terra,
terra, terra. Pietre, pietre, pietre. Sorso d’acqua chiama affinché un sorso
d’acqua arrivi!”. Dopo questo lungo peregrinare l’eletto si arrestava di
colpo e, chinatosi, tracciava un cerchio per terra. Proprio lì, sotto ai suoi
piedi, avrebbe dovuto scorrere l’acqua tanto desiderata. “Cristo vi accompagni”, esclamava, “io ho concluso la mia prestazione”. Ma egli sapeva bene che la
piccola folla avrebbe richiesto la sua presenza anche nella fase successiva dei
lavori, perché era considerata apportatrice di buona sorte. A tal punto, gli
uomini presenti potevano iniziare a scavare e, il più delle volte, l’acqua
c’era davvero. Un’altra
forma rituale per propiziarsi l’acqua era caratterizzata dalle processioni
penitenziali che si svolgevano nei paesi, in occasione delle quali, attraverso
suppliche e cantilene, il popolo chiedeva a Dio il dono della pioggia. In tali
manifestazioni, l'intero centro abitato taceva, le case serravano i battenti e
le campane suonavano a morto. Solo il calpestio delle suole sul selciato
rimbombava nelle corti al passaggio della popolazione raccolta in preghiera. Poteva,
però, accadere anche il fenomeno inverso, e cioè quello di dover supplicare san
Cristoforo affinché facesse cessare una pioggia continua che rischiava di
distruggere i raccolti. La “fronda ”, in tali circostanze, si recava nei poderi
e, servendosi di una canna che utilizzava come sonda, testava la gravità della
situazione, supplicando, se lo riteneva necessario, il santo di dare un po’ di
tregua alle colture. Tale canna, poi, veniva spezzata in sette parti che, in un
secondo momento, il santone, in aperta campagna, avrebbe lanciato verso la
volta celeste dopo aver rivolto al santo una litania. Secondo la credenza
popolare, il santo si sarebbe appropriato di quelle cannette e le avrebbe
adoperate per formare un arcobaleno che avrebbe posto sulla terra. Gli angeli,
attirati dai colori dell’iride, si sarebbero impossessati dei pezzetti di canna
e avrebbero fatto cessare, in cambio, la pioggia. “La Chiesa locale condannava severamente gli
appartenenti alla Suola dei Tre Potenti, ritenendoli inquinatori della fede per
l’arbitrario uso che facevano dei Sacramenti e per quel proporre le loro truffalderie
nel nome dei santi” (G.L.V.Zain). La gente, tuttavia, non poteva fare a
meno di credere nel loro mito o, magari, faceva solo finta di crederci. Forse,
per molti, questi “santoni” al servizio di santi potenti quali erano san Paolo,
san Vito e san Cristoforo, erano la ragione ultima per non arrendersi di fronte
alle calamità della vita, troppe volte, ingiuste e ciniche.
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