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"La Scuola dei Tre Potenti". Corporazione Pseudoreligiosa Salentina

  
di Valentina VANTAGGIATO

CREDENZE MAGICO-RELIGIOSE INTORNO A S

    I comportamenti popolari, anche quelli più anomali nella loro manifestazione, non vanno visti in uno spazio proprio e isolante, ma oggettivamente inseriti in quel contesto socio-esistenziale che risultava ostile a una libera attestazione umana e quindi, quasi di prepotenza, respingeva nell’alveo della primordialità le classi subalterne”.

    Con le parole della scrittrice e giornalista Giulietta Livraghi Verdesca Zain, ho voluto iniziare quest'articolo per giustificare degli atteggiamenti, a volte alquanto anormali, che gli abitanti del Salento acquisivano in occasione di situazioni inspiegabili, al limite fra la realtà e la fantasia.

    Alla fine dell’Ottocento, questa, era una terra che racchiudeva nelle sue zolle rossastre e riarse dal sole del Sud delle consuetudini bizzarre, spesso macabre, ma che avevano delle radici antiche e una tradizione storica alle spalle non indifferenti. Il popolo del Salento era sempre stato, fin dai primordi, un popolo semplice, dedito alla lotta per la sopravvivenza, un popolo di infaticabili lavoratori, un popolo formato da contadini e da pastori che vivevano quotidianamente a contatto con la natura e con i suoi fenomeni.

    Queste genti, pertanto, erano fermamente convinte che le forze naturali si potessero controllare in qualche modo e indirizzare a proprio favore. Ecco che i fulmini, la pioggia torrenziale, gli animali della macchia, i serpenti e quant’altro creasse, di solito, grossi problemi, poteva assumere una dimensione meno tragica. 

    Tutto ciò che appariva negativo, secondo il loro credo, non poteva essere il naturale effetto di una condizione o di un ambiente, ma discendeva dall’opera oscura del male che, attraverso le sue innumerevoli facce, colpiva gli uomini cercando di sbarrargli la strada in ogni modo.

Molte di queste credenze erano in bilico fra il Cristianesimo e il paganesimo, tra la fede cattolica e la magia. La segretezza necessaria alla diffusione e allo svolgimento di tali rituali, palesava il fatto che essi pendessero più dalla parte del profano, anziché del sacro. E questo, in fondo, la gente lo aveva sempre saputo, ma sembrava non preoccuparsene.

    Per risolvere una situazione complicata o per ottenere una guarigione chiedevano l’aiuto divino, al quale si giungeva grazie all’intercessione dei Santi. Le richieste di grazia venivano fatte seguendo delle procedure specifiche, differenti secondo la richiesta e la problematica.

Se si era devoti ai Santi Medici Cosimo e Damiano, per chiedere un risanamento fisico, si poneva ai piedi delle statue una candela accesa precedentemente bagnata col sangue del malato. Santa Marina, che secondo i costumi proteggeva dalla nefrite, infiammazione del rene, e dall’itterizia, irritazione cutanea e delle mucose, era ritenuta particolarmente adatta ad annullare le maledizioni e le fatture. Ragion per cui, molti, ci si rivolgeva a lei mettendole tra le pieghe del mantello dei pezzetti di stoffa bagnati con le urine di colui per il quale si chiedeva la grazia. Un miscuglio di lacrime, sale e secrezioni degli occhi, posto nella coppa che Santa Lucia teneva in mano, per tradizione, aumentava il potere della richiesta, qualunque essa fosse. A San Paolo di Galatina chiedevano aiuto le “tarantate”, donne che, dopo essere state pizzicate da una tarantola, manifestavano strani disturbi, entrando in uno stato di trans psicologico.  

    A tali usanze se ne accompagnavano altre espletate, segretamente, nell’intimità delle proprie case. Tra queste la consuetudine di lasciare una medaglietta di San Rocco nell’acqua piovana per una notte sotto la Luna, per poi utilizzare tale acqua per pulire piaghe, ascessi ed emorroidi. Oppure arrotolare una piccola immagine di Sant'Anna, deporla per qualche minuto nell’acqua benedetta, formare una pallina e farla ingoiare ad una donna che deve affrontare un parto difficile. Il tutto accompagnato dalla recita di un “Credo”, un “Padre Nostro” e un “Gloria al Padre”.

    Il culto del santo veniva praticamente trasbordato dal perimetro sacrale a quello campestre e la sua figura, le sue qualità, la sua storia, disinvoltamente rimaneggiate in termini di fantasia, ignoranza, fanatismo” (G. Livraghi Verdesca Zain)

    Una delle espressioni più coinvolgenti e stimolanti del mondo agricolo salentino di fine Ottocento, fu caratterizzata dalla cosiddetta “Scuola dei tre potenti”. Si trattava di una corporazione, dalle origini molto antiche, protetta e ispirata da San Paolo, San Vito e San Cristoforo, i tre potenti, appunto. Tali santi, si diceva, che non avrebbero riservato misericordia verso chi avesse osato offendere i loro rappresentanti. Uomini, questi, facenti parte di un ceto intoccabile, speciale, al quale poteva accedere solo chi, fin dalla tenera età, avesse dimostrato di essere detentore di carismi particolari, classificabili in tre categorie a seconda delle particolarità dimostrate: si poteva, infatti, diventare “Incantato da San Paolo”, “Mano di San Vito” o “Fronda di San Cristoforo”. Gli esponenti di ciascun gruppo detenevano poteri “straordinari” che custodivano gelosamente.

    Se degni di ogni rispetto erano i fortunati prescelti, altrettanto gratificata ne usciva la categoria beneficiaria in virtù della quale tutto ciò accadeva” (G.L.V.Z.).

    Erano anni in cui l’analfabetismo raggiungeva percentuali molto alte e il divario fra benestanti, frequentatori di università, circoli letterari, biblioteche, e i contadini era molto grande. Ma anche la povera gente poteva essere fiera di qualcosa: una “scuola” che soddisfaceva le loro richieste e che vantava personaggi di prestigio, anche se analfabeti come tutti gli altri.

    La cosa fondamentale era sentirsi parte della società, quella stessa che etichettava i suoi membri, emarginando chiunque non avesse i requisiti necessari per potervi appartenere. La povera gente si illudeva di essere accettata da un mondo che, per secoli, non si era accorto della sua esistenza. Ma poco importava. “La scuola dei tre potenti” era un valido lasciapassare che permetteva agli ultimi di essere i primi, anche solo per un momento, anche solo nelle loro menti.

    Una scuola, tre Santi e comunità di contadini rappresentarono, secoli fa, gli ingredienti giusti per la nascita di una tradizione pseudoreligiosa che rimase radicata negli animi dei salentini per lungo tempo. Poco importava se l’autosuggestione, accompagnata a una buona dose di ignoranza, poteva creare dei “castelli in aria”. L’importante era crederci…   

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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