|
|
|
|
"La Scuola dei Tre Potenti". Corporazione Pseudoreligiosa Salentina |
|
|
“I
comportamenti popolari, anche quelli più anomali nella loro manifestazione, non
vanno visti in uno spazio proprio e isolante, ma oggettivamente inseriti in quel
contesto socio-esistenziale che risultava ostile a una libera attestazione
umana e quindi, quasi di prepotenza, respingeva nell’alveo della primordialità
le classi subalterne”. Con le parole della scrittrice e
giornalista Giulietta Livraghi Verdesca Zain, ho voluto iniziare quest'articolo
per giustificare degli atteggiamenti, a volte alquanto anormali, che gli
abitanti del Salento acquisivano in occasione di situazioni inspiegabili, al
limite fra la realtà e la fantasia. Alla fine dell’Ottocento, questa, era una
terra che racchiudeva nelle sue zolle rossastre e riarse dal sole del Sud delle
consuetudini bizzarre, spesso macabre, ma che avevano delle radici antiche e
una tradizione storica alle spalle non indifferenti. Il popolo del Salento era
sempre stato, fin dai primordi, un popolo semplice, dedito alla lotta per la
sopravvivenza, un popolo di infaticabili lavoratori, un popolo formato da
contadini e da pastori che vivevano quotidianamente a contatto con la natura e
con i suoi fenomeni. Queste genti, pertanto, erano fermamente
convinte che le forze naturali si potessero controllare in qualche modo e
indirizzare a proprio favore. Ecco che i fulmini, la pioggia torrenziale, gli
animali della macchia, i serpenti e quant’altro creasse, di solito, grossi problemi,
poteva assumere una dimensione meno tragica.
Tutto ciò che appariva negativo, secondo
il loro credo, non poteva essere il naturale effetto di una condizione o di un
ambiente, ma discendeva dall’opera oscura del male che, attraverso le sue
innumerevoli facce, colpiva gli uomini cercando di sbarrargli la strada in ogni
modo. Molte
di queste credenze erano in bilico fra il Cristianesimo e il paganesimo, tra la
fede cattolica e la magia. La segretezza necessaria alla diffusione e allo
svolgimento di tali rituali, palesava il fatto che essi pendessero più dalla
parte del profano, anziché del sacro. E questo, in fondo, la gente lo aveva
sempre saputo, ma sembrava non preoccuparsene. Per risolvere una situazione complicata o
per ottenere una guarigione chiedevano l’aiuto divino, al quale si giungeva
grazie all’intercessione dei Santi. Le richieste di grazia venivano fatte
seguendo delle procedure specifiche, differenti secondo la richiesta e la
problematica. Se
si era devoti ai Santi Medici Cosimo e Damiano, per chiedere un risanamento
fisico, si poneva ai piedi delle statue una candela accesa precedentemente
bagnata col sangue del malato. Santa Marina, che secondo i costumi proteggeva
dalla nefrite, infiammazione del rene, e dall’itterizia, irritazione cutanea e
delle mucose, era ritenuta particolarmente adatta ad annullare le maledizioni e
le fatture. Ragion per cui, molti, ci si rivolgeva a lei mettendole tra le
pieghe del mantello dei pezzetti di stoffa bagnati con le urine di colui per il
quale si chiedeva la grazia. Un miscuglio di lacrime, sale e secrezioni degli
occhi, posto nella coppa che Santa Lucia teneva in mano, per tradizione,
aumentava il potere della richiesta, qualunque essa fosse. A San Paolo di
Galatina chiedevano aiuto le “tarantate”, donne che, dopo essere state
pizzicate da una tarantola, manifestavano strani disturbi, entrando in uno
stato di trans psicologico. A tali usanze se ne accompagnavano altre
espletate, segretamente, nell’intimità delle proprie case. Tra queste la
consuetudine di lasciare una medaglietta di San Rocco nell’acqua piovana per
una notte sotto la Luna, per poi utilizzare tale acqua per pulire piaghe,
ascessi ed emorroidi. Oppure arrotolare una piccola immagine di Sant'Anna,
deporla per qualche minuto nell’acqua benedetta, formare una pallina e farla
ingoiare ad una donna che deve affrontare un parto difficile. Il tutto
accompagnato dalla recita di un “Credo”, un “Padre Nostro” e un “Gloria al
Padre”. “Il
culto del santo veniva praticamente trasbordato dal perimetro sacrale a quello
campestre e la sua figura, le sue qualità, la sua storia, disinvoltamente
rimaneggiate in termini di fantasia, ignoranza, fanatismo” (G. Livraghi
Verdesca Zain) Una delle espressioni più coinvolgenti e
stimolanti del mondo agricolo salentino di fine Ottocento, fu caratterizzata
dalla cosiddetta “Scuola dei tre potenti”.
Si trattava di una corporazione, dalle origini molto antiche, protetta e
ispirata da San Paolo, San Vito e San Cristoforo, i tre potenti, appunto. Tali
santi, si diceva, che non avrebbero riservato misericordia verso chi avesse
osato offendere i loro rappresentanti. Uomini, questi, facenti parte di un ceto
intoccabile, speciale, al quale poteva accedere solo chi, fin dalla tenera età,
avesse dimostrato di essere detentore di carismi particolari, classificabili in
tre categorie a seconda delle particolarità dimostrate: si poteva, infatti,
diventare “Incantato da San Paolo”, “Mano di San Vito” o “Fronda di San Cristoforo”. Gli esponenti
di ciascun gruppo detenevano poteri “straordinari” che custodivano gelosamente.
“Se
degni di ogni rispetto erano i fortunati prescelti, altrettanto gratificata ne
usciva la categoria beneficiaria in virtù della quale tutto ciò accadeva”
(G.L.V.Z.). Erano anni in cui l’analfabetismo
raggiungeva percentuali molto alte e il divario fra benestanti, frequentatori
di università, circoli letterari, biblioteche, e i contadini era molto grande.
Ma anche la povera gente poteva essere fiera di qualcosa: una “scuola” che
soddisfaceva le loro richieste e che vantava personaggi di prestigio, anche se
analfabeti come tutti gli altri. La cosa fondamentale era sentirsi parte
della società, quella stessa che etichettava i suoi membri, emarginando
chiunque non avesse i requisiti necessari per potervi appartenere. La povera
gente si illudeva di essere accettata da un mondo che, per secoli, non si era
accorto della sua esistenza. Ma poco importava. “La scuola dei tre potenti” era
un valido lasciapassare che permetteva agli ultimi di essere i primi, anche
solo per un momento, anche solo nelle loro menti. Una scuola, tre Santi e comunità di
contadini rappresentarono, secoli fa, gli ingredienti giusti per la nascita di
una tradizione pseudoreligiosa che rimase radicata negli animi dei salentini
per lungo tempo. Poco importava se l’autosuggestione, accompagnata a una buona
dose di ignoranza, poteva creare dei “castelli in aria”. L’importante era
crederci…
|
|
|
|
|