|
|
|
|
Rigassificatore e sicurezza/ Riflessioni sullo studio di impatto ambientale della Brindisi LNG |
|
|
Sono giorni decisivi per la
realizzazione del rigassificatore nel porto di Brindisi; la Società Brindisi LNG s.p.a. ha presentato lo studio di
impatto ambientale, che dovrebbe dimostrare la compatibilità dell’impianto con
il sito prescelto, ma la Direzione generale per la salvaguardia ambientale del
Ministero per l’Ambiente ha reso noto che tale studio dovrà essere
completamente rifatto. Enti, associazioni varie e
cittadini, stanno, comunque, esaminando tutta la documentazione presentata,
consultabile sul sito dell’Amministrazione Provinciale di Brindisi e sul sito
della Regione Puglia, per cercare le risposte ai tanti quesiti. I dati relativi all’impianto, se
dovesse essere realizzato come previsto, sarebbero imponenti: avrebbe una
capacità di 6 milioni di tonnellate/anno e fino a 8 miliardi di metri cubi/anno
di gas immesso in rete. L’area occupata, ben 150.000 metri quadrati, rinvenuta
da una colmata dello specchio di mare nel porto di Brindisi, di fronte al Castello
Alfonsino, dovrebbe essere attrezzata con un pontile, che si protenderebbe in
mare per 480 metri, al quale attraccherebbero le navi metaniere con stazza di
70.000 fino a 170.000 tonnellate, per un totale di circa 100 navi l’anno. Di conseguenza verrebbero costruiti
due serbatoi, ciascuno dei quali avrebbe un diametro di 82 metri e una altezza
di 50 metri per una capacità complessiva di 320.000 metri cubi di gas. Il gas trasportato dalle navi metaniere in fase
liquida, ad una temperatura di – 160° C circa per ridurne il volume specifico,
verrebbe rigassificato, utilizzando il calore dell’acqua del mare, prelevata e
rimessa nel porto, raffreddata con un salto termico di circa 6° C e clorata per
evitare fenomeni vegetativi. Enorme il prelievo di acqua di mare, 25.000 metri
cubi/ora con punte di 26.700 metri cubi/ora, la potenza elettrica richiesta di
34-36 Mw per i vaporizzatori e 19 Mw per il terminale, una torcia alta 40 metri
con la funzione di sistema di sicurezza per gli scarichi occasionali di gas. Su tutto questo si ha il dovere
di riflettere! La sola provincia di Brindisi
produce i 2/3 della produzione elettrica della Puglia, il 22% della produzione
dell’intero Mezzogiorno, il 7% circa della Produzione nazionale. Non solo, il
polo energetico brindisino sarà potenziato, non solo con il rigassificatore, ma
con la costruzione di nuove centrali eoliche, centrali fotovoltaiche, con
l’arrivo di elettrodotti dalle coste Balcaniche, con il metanodotto proveniente
dalla Turchia. Il Consiglio dei Ministri, con
Deliberazione del 30 novembre 1990 ha dichiarato “Aree ad elevato rischio di
crisi ambientale” i territori che ricadono nei comuni di Brindisi, Carovigno,
S.Pietro Vernotico e Torchiarolo e tale rischio è stato rinnovato sempre dal
Consiglio dei Ministri con Delibera del
11 luglio 1997. L’area di rischio ha già una estensione pari a più di 1/4 della provincia di Brindisi,
per una superficie di circa 512 chilometri
quadrati e negli anni novanta non si parlava ancora di rigassificatore e
degli altri impianti a rischio, poi realizzati o ampliati nell’area
industriale. La normativa relativa ai vincoli
militari e aeroportuali vincola il tratto di costa da Punta Penne a Punta della
Contessa, come area militarmente importante, in cui ogni opera deve essere
autorizzata dal Comandante territoriale. Non solo, lo spazio aereo antistante
il porto e l’aeroporto è interessato da tre vaste zone soggette a restrizioni
per esercitazioni. L’intero impianto di rigassificazione,
inoltre, verrebbe costeggiato dal cono di atterraggio aeroportuale,
ritrovandosi a poca distanza dalla colmata di 62.000 metri quadrati prevista a
Capo Bianco, sulla quale saranno costruiti
depositi di carburanti. Le navi mercantili, passeggere e militari, dovrebbero
transitare davanti il molo del rigassificatore, e quindi in vicinanza delle
navi gasiere ormeggiate, per raggiungere le banchine del porto medio e la base
navale militare. Il terminale previsto rientra
nelle attività di rischio rilevante e l’Ispettorato Regionale Puglia dei Vigili
del Fuoco ha rilasciato il Nulla Osta di Fattibilità al progetto, il 18 ottobre
2002, ma non sono state ancora fornite le informazioni aggiuntive richieste,
che dovrebbero essere fornite nel Rapporto di Sicurezza Definitivo sviluppato
in base al Progetto particolareggiato. Nella Sintesi dell’Analisi di
rischio dello Studio di Impatto Ambientale presentato, si legge testualmente: “nessuno degli ipotetici scenari di
fuoriuscita di gas presso il sito considerati credibili (definiti in questo
caso come eventi ricorrenti con una frequenza di più di una volta in un milione
di anni) dispongono del potenziale per avere un impatto sulle aree esterne al
Terminale”. Ed ancora: “nessun incidente ha mai coinvolto la popolazione. Nessun incidente ha
mai interessato i serbatoi di stoccaggio”, e “possibilità remota che la
gasiera possa subire un incidente marittimo”. Il diffondersi di notizie
disastrose e spaventose, conseguenti ad incidenti derivanti da gasiere e da
rigassificatori, pone in evidenza la necessità di chiarezza, risposte certe e
scientificamente validate, informazione, formazione e consapevolezza delle
popolazioni, senza trascurare il buon senso e la prudenza. L’effetto “domino”
del rigassificatore sugli impianti vicini e viceversa, è di notevole
complessità, che gli studi accurati e le moderne tecnologie non sono in grado
di ridurre l’elevato rischio di incidente rilevante. Brindisi ha subito negli
anni molti incidenti, che per fortuna non hanno avuto conseguenze disastrose
per la popolazione. Nella prima guerra mondiale la corazzata “Benedetto Brin”
esplose letteralmente nel porto, il 7 dicembre 1977 ci fu lo scoppio del
Petrolchimico e poi l’incendio della nave gasiera Val Rosandra nel 1990, in cui
si distinsero i Vigili del Fuoco, e l’attentato all’impianto della Costiero
Adriatico. Le interazioni con gli altri impianti esistenti e soprattutto con il
cono di atterraggio aeroportuale (la maggior parte degli incidenti aerei
avvengono in fase di decollo e atterraggio), la perdita di gas e la formazioni
di miscele esplosive, devono trovare risposte esaurienti. L’intero impianto del terminale
di rigassificazione è pericoloso, tanto è vero che rientra nella legge Seveso,
mentre la Valutazione di Impatto Ambientale deve tener conto, anche in base
alla legge 108 del 2001, della informazione e della consultazione della
popolazione. Ciò non è avvenuto. Brindisi, come Livorno, Trieste e Taranto sono
sottoposti al Decreto Legislativo 230/95 che prevede un’informazione alla popolazione
sui piani di emergenza e secondo le “Linee Guida” per l’informazione in tema di
rischio industriale secondo il D.P.C.M. del 16 febbraio 2007. Ciò non è
avvenuto. “Il Giornale dell’Ingegnere”,
edito dal Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano, nel n. 11, del 15
giugno 2007 riporta un articolo a firma dell’Ing. Giovanni Manzini,
riguardante una simulazione di
incidenti su una nave metaniera, in relazione al rigassificatore che si vuole
realizzare a Taranto e con
riferimento al “Sandia Report”, (“Guidance on Risk Analysis and Saafety
Implications of a Large Liquefied Natural Gas (LNG) Spill Over Water”,
elaborato dai Sandia National Laboratories di Albuquerque (New Mexico) e
Livermore California), per la United States Department of Energy’s National
Nuclear Security Administration). Nella simulazione è stato ipotizzato, scrive
l’Ing. Manzini, “l’impatto di un
incendio, sviluppatosi a partire da una perdita di gnl da una nave metaniera,
sulla raffineria AGIP sita in prossimità del porto e sul rigassificatore che
dovrebbe sorgere a circa 800 metri dalla stessa”, ed ancora “tale scenario
prevede la fuoriuscita di circa un decimo del gnl trasportato dalla metaniera,
a causa di un incidente o di un atto terroristico, che produca una grave
perforazione allo scafo. Al posto di una nube infiammabile di circa 3.800 metri
di diametro è stata ipotizzata una forma ellittica equivalente di 4.400 metri
di lunghezza e 2.850 metri di larghezza, frutto della deformazione impressa da
un vento che spirasse da ovest a est e che spostasse (tale nube) nella direzione della raffineria AGIP,
all’interno della quale vi sono delle fonti di ignizione permanenti, costituite
dalle due torce sempre accese. In particolare è stato considerato il rischio
del cosiddetto “effetto domino”, ossia la propagazione di un incidente
rilevante ad altri insediamenti limitrofi (effetto a catena), che, in questo
caso, consisterebbe nella propagazione dell’incidente anche al rigassificatore
posto a 775 metri dalla raffineria stessa”. Ed ancora, “La potenza liberata in una o più esplosioni
potrebbe avvicinarsi a un megaton …. Le vittime immediate potrebbero essere
decine di migliaia, mentre le sostanze cancerogene sviluppate dagli enormi
incendi scatenati dall’esplosione, ricadendo su aree vastissime, sarebbero
inalate in <piccole dosi>, dando luogo a un numero non calcolabile, ma
sicuramente alto, di morti differite nell’arco di 80 anni. Si tratta di uno
scenario assolutamente improbabile, ma non impossibile”. Lo stesso Giornale, nel n. 19 del
15 novembre 2007 riporta un articolo molto interessante, a firma di Davide
Canevari, con le nuove tecnologie per il trasporto del gas e per superare le
resistenze delle popolazioni interessate; le navi gasiere di nuova generazione
sono attrezzate per rigassificare il gas trasportato, immettendolo direttamente
nei metanodotti. Questa tecnologia è alternativa ai rigassificatori; è già
realizzata e risponde all’acronimo LNGRV, ovvero Liquefied Natural Gas
Regassification Vessel. Le navi gasiere, dotate di stadi di rigassificazione a
bordo, una volta raggiunta la destinazione, possono scaricare il gas allo stato
aeriforme, anche a molta distanza dalla costa, tramite un terminale di
ricezione. A terra non sono necessari né il rigassificatore, né pericolosi depositi.
La compagnia americana EXCELERATE ENERGY è la prima ed unica ad applicare
questa tecnologia su scala commerciale, già dal 2005. Le navi, costruite dalla
coreana Daewoo Shipbuilding Marine Engineering, arrivano fino a 150.000 metri
cubi e si prevedono in esercizio, nel 2010, ben 7 navi, con una capacità
complessiva di 1 milione di metri cubi di GNL. Il maggior costo di queste navi
sono compensati dal minor costo degli impianti a terra. Questa tecnologia
favorisce la sicurezza, l’ambiente, l’innovazione e la competitività. Perché, allora, insistere sulla
tecnologia dei rigassificatori a terra, pericolosissima e che condiziona
pesantemente lo sviluppo del porto? Il terminale per le navi va costruito al
largo della costa e la colmata già realizzata nel porto brindisino potrebbe
essere utilizzata per i traffici commerciali, favorendo opportunità di sviluppo
economico diversificato e alternativo. Le proteste e il rifiuto delle
popolazioni brindisine non derivano dalla “sindrome del Nimby”, ma dalla
mancanza di risposte rassicuranti, che non possono essere date. Non servono
montagne di carte per dimostrare ciò che non si può dimostrare. Quale è, per
esempio, lo scenario che si presenta in seguito ad una caduta di un aereo? Il
15 febbraio scorso è avvenuto l’atterraggio di emergenza dell’aereo di Stato
portoghese, a bordo del quale c’era il Presidente Silva. Quali sono gli scenari
in seguito ad un effetto “domino” con i pericolosissimi impianti esistenti
nell’area industriale? Cosa prevedono i relativi piani di sicurezza interni ed
esterni? Per quale motivo i rigassificatori vengono costruiti al largo della
costa e a Brindisi, invece, a poche centinaia di metri dalle abitazioni e dagli
altri impianti a rischio di incidenti rilevanti? E perché non è prevista la tecnologia
LNGRV con la rigassificazione del GNL a
bordo alle navi? Notizie, spesso incontrollate e
sui siti internet, sono da considerare come terrificanti. In un sito si
descrive un inquietante Rapporto della Commissione Energetica della California
del luglio 2003, di uno studio preparato per il Pentagono nel 1982, secondo il
quale l’energia sprigionata da una gasiera, con un serbatoio di 125.000 metri
cubi, sarebbe equivalente a 55 bombe di Hiroshima. Ed ancora, secondo “Science
and Environmental Policy Project” “l’esplosione di una gasiera di GNL è simile
ad una esplosione nucleare”. Si descrivono incidenti all’impianto di Cleveland
(USA) nel 1944, di Skikda (Algeria) nel 2004. Queste notizie, insieme ad altre
non certo tranquillizzati, in relazione ad atti terroristici, preoccupano i
cittadini ed è necessario riesaminare l’ubicazione del sito, soprattutto
tenendo conto della vicinanza della città, degli altri impianti a rischio di
incidenti rilevanti e del cono di atterraggio aeroportuale. Ed intanto, bisogna
rifare lo studio di impatto ambientale, che dovrà dare risposte certe a tutte
queste problematiche e tener conto della volontà della popolazione.
|
|
|
|
|