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Uranio impoverito, verità e speculazioni
  
di Loris GASTALDO

URANIO IMPOVERITO: LA SPECULAZIONE CONTINUA

Non vi è nesso di causalità tra le patologie neoplastiche di cui sono affetti alcuni militari e la presenza, nelle zone di conflitto dove sono stati impiegati, di residuati di munizioni all’U.I.

 

 

Il 12 febbraio scorso la Commissione del Senato incaricata di svolgere una inchiesta sulle cause che hanno provocato gravi patologie in numerosi militari impiegati in teatri di conflitto, sulle eventuali connessioni con l’uso di armi e munizioni, sui possibili effetti dei residui di uranio impoverito e sull’impiego di armi contenenti lo stesso da parte delle FF.AA. italiane, ha concluso i propri lavori con una relazione esaustiva. La relazione mette in chiaro tutto quello che è stato fatto per valutare il problema e, anche se sono incompleti alcuni dati statistici, dichiara che non vi è nesso di causalità tra le patologie neoplastiche di cui sono affetti alcuni militari e la presenza, nelle zone di conflitto dove sono stati impiegati, di residuati di munizioni all’U.I., stabilendo, però, un principio alternativo per il riconoscimento: il criterio di probabilità, cioè che l’esposizione a determinati agenti o a determinate condizioni ambientali renda probabile l’insorgenza di patologie. Questa relazione è importante perché, pur non riconoscendo il collegamento, attribuisce agli sfortunati militari i benefici della “dipendenza da causa di servizio” per le patologie di cui, purtroppo, soffrono, apre la porta al Ministero della Difesa, per l’istituzione delle procedure risarcitorie, assistenziali e previdenziali a favore degli stessi malati e dei familiari.

Di fatto, quindi, questa valutazione della Commissione tampona una situazione che, però, avrebbe potuto essere indirizzata meglio. Analizzando la relazione si nota un importante fatto nuovo del quale, da queste pagine, avevamo già avanzato l’ipotesi: la possibilità che la causa delle patologie sia da attribuire ai vaccini somministrati ai militari inviati nelle zone di operazioni per proteggerli dai tanti possibili contagi o malattie diffuse nelle varie aree. Spiega la relazione che è noto che i vaccini possono provocare svariati tipi di reazione, a seconda dello stato fisico dell’individuo sottoposto al trattamento. Entrano in gioco diversi fattori, dalla personale ipersensibilità ad un determinato agente ad un abbassamento delle difese immunitarie cronico o in concomitanza con le profilassi. La causa scatenante delle patologie neoplastiche più diffuse, i linfomi, può essere con molte più probabilità attribuibile a reazioni anomale del sistema immunitario, piuttosto che ad un effetto, non accertabile, dovuto all’U.I..

E sarebbe stato anche più percorribile, dal punto di vista “causa di servizio”, attribuire a questo fattore, peraltro non imputabile a colpe, la malattia, piuttosto che arrampicarsi sugli specchi per stabilire il criterio di probabilità. Infatti, poi, viene ribadito, nelle conclusioni, che è necessario avviare una procedura di verifica preventiva, per i destinati alle missioni, sullo stato del loro sistema immunitario. La solita speculazione deriva, invece, dai commenti di Domenico Leggiero, portavoce dell’Osservatorio militare, nome altisonante che rappresenta una forma pseudo-associativa di non nota dimensione, che non perde l’occasione per affermare cose non vere, attribuendo il pericolo della contaminazione da U.I. anche “..alle attività dei poligoni di tiro e dei depositi di armi.”, dimostrando, a sua scelta, malafede o ignoranza sull’argomento. Valutazione che scaturisce, per chi non sia “del mestiere”, leggendo la relazione della Commissione che ha ispezionato i poligoni di tiro (Torre Veneri, Capo Teulada e Salto di Quirra) riscontrando quanto già noto ed affermato anche dai vari Ministri della Difesa, e cioè che nei poligoni italiani non si impiegano né sono mai stati impiegati proiettili all’U.I. e che le FF.AA. nazionali non hanno, né hanno mai avuto in dotazione queste armi.

Stessa polemica che solleva Falco Accame asserendo che “.. molti soldati di leva vengono impropriamente impiegati nei poligoni per raccogliere bossoli e residuati bellici senza alcuna protezione”. Forse intendeva venivano, visto che la leva ormai da qualche anno non c’è più. Resta la non veritiera argomentazione, considerato che non c’è possibilità di contaminazione, a meno che le tracce di polvere da sparo delle armi convenzionali non contengano U.I., cosa palesemente impossibile. Alla fine qualcuno dovrebbe dire anche a questi maestri della polemica che, sempre come già detto su queste pagine, nei poligoni non si usano armi “in guerra”, il che significa che per l’addestramento si usano proiettili privi di carica esplosiva (che non è quella di lancio, che fa partire il proiettile e che NON può contenere U.I.) o incendiaria, perché l’addestramento consiste nell’imparare a sparare e non nel far esplodere o incendiare un bidone o delle cassette di legno. Ma Leggiero, non è un maresciallo dell’E.I.? E Accame non è stato Comandante della Marina, dimessosi dal comando per conflitti gerarchici? Quando sparava con i cannoni della nave non sapeva quello che sparava? Certo è molto facile speculare sulla povera gente, malata o familiare di malati o defunti, magari per acquisire nuovi soci per le proprie associazioni.

 

 

 


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