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ARTE/ Gerardi, sculture e disegni
Le opere di un grande maestro quasi dimenticato in mostra ad Assisi

  
di Michele DE LUCA

COMUNICATO STAMPA

     Le sale espositive del Museo Pericle Fazzini ad Assisi fanno da suggestiva cornice alla mostra antologica di Alberto Gerardi (Roma 1889 – 1965), curata da Rosalba Zuccaro ed allestita dall’architetto Alberto Zanmatti, che accoglie cinquantasei opere tra sculture e disegni, intendendo così offrire una prima, sintetica riproposizione del lavoro dello scultore, nella molteplicità delle tecniche adoperate e delle tipologie di oggetti realizzati. Infatti, dopo la monografia del 1964 di Corrado Maltese, dopo la retrospettiva della Quadriennale del 1965 che comprendeva diciassette suoi lavori, dopo la manifestazione Arte moderna in Italia 1915-35, svoltasi a Firenze nel 1967, è sceso sull’artista una sorta di silenzio, e perciò tanto più opportuna appare l’iniziativa del Museo diretto da Giuseppe Appella di fornire un panorama articolato dell’attività di un maestro quasi dimenticato, un maestro nella trattazione plastica dei metalli e nella ricerca sul disegno.

      “Sono nato a Roma da famiglia umbra nel 1889. Ho avuto una preparazione artigiana. So che è molto nota la mia attività in ferro battuto e non è il caso allora che io ne parli se non per affermare anche in questa occasione che ritengo il ferro materia utile e preziosa per la plastica pura. / Alla scuola artigiana dalla quale provengo debbo la conoscenza delle tecniche e la scrupolosa aderenza a ogni materia, cosa che credo sia alla base di ogni stile. / L’arte del disegno mi ha appassionato sempre; via via ho sperimentato i mezzi più adeguati alla mia ricerca. Così ho praticato e pratico la punta d’argento e la penna. / Intendo il disegno come osservazione di valori tonali dai quali scaturiscono le forme. / Cere, disegni e ogni mia fatica varranno a prepararmi a statue scolpite nel ferro”. È questa la breve nota autobiografica redatta da Alberto Gerardi in occasione della mostra allestita nella II Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma del febbraio 1935. Lo scritto, scarno e asciutto, rispecchia alcuni aspetti del carattere dell’artista, schivo ma consapevole delle sue qualità, e contiene riflessioni significative per la comprensione della sostanza della sua ricerca.

     Proprio sul fondamento della sua “preparazione artigiana”, scrive la curatrice presentando il catalogo pubblicato da De Luca, Gerardi imposta il nesso imprescindibile tra “la conoscenza delle tecniche e la scrupolosa aderenza a ogni materia”, un assunto basilare per ogni declinazione stilistica, in sintonia, tra l’altro, con il pensiero e l’attività di Duilio Cambellotti che era stato suo maestro presso il Museo Artistico Industriale di Roma. Dichiarata la passione per il disegno, egli esalta la sperimentazione dei vari mezzi per individuare quelli adeguati alle proprie intenzionalità, concentrate sulla “osservazione di valori tonali dai quali scaturiscono le forme”. Ed infine, dopo aver definito il ferro “materia utile e preziosa per la plastica pura”, Gerardi ritiene che le acquisizioni dei diversi procedimenti operativi e ogni fatica “varranno a prepararmi a statue scolpite nel ferro”.

     È, quello di Gerardi, un linguaggio essenziale, autentico, guidato da un pensiero vigile e severo, che non si concede ad abbandoni estetizzanti, a compiacimenti tecnicistici, a sofisticate arbitrarietà e che volge lo studio di memorie antiche da una passiva assunzione ad una moderna interpretazione attraverso una straordinaria abilità manuale e ricettiva e attraverso una fertile facoltà intuitiva, “operando con la modestia d’un santo anacoreta” come scrive Luigi Bartolini in occasione della presentazione alla VII Quadriennale nel 1955. Numerosi sono, nell’arco della sua attività, i disegni che attestano i suoi studi da Arnolfo di Cambio, Giovanni Pisano, Giotto, Leonardo o che evidenziano il suo interesse per Pisanello, Dürer, Rembrandt, ecc. Su una forte componente storica che affonda, talora, anche su civiltà remote, come quella egizia, egli innesta un’ accorta esperienza del presente. Con la varietà dei mezzi usati, scrive la Zuccaro, Gerardi “concretizza disegni compatti, minutamente costruiti, figure isolate di solida e fissa oggettività nella sospensione attonita, emergenti dal bianco del foglio come uno sbalzo. Altrimenti fa affiorare disegni sfumati, apparizioni impalpabili, presenze evanescenti, evocative nel vibrare della luce, nello sfarfallìo vivace dei tocchi”.

     Allievo di Duilio Cambellotti, con il quale poi collaborerà nel villino Pallottelli a via Nomentana a Roma, inizia la sua attività espositiva nel 1921 con la Mostra di arte sacra al Palazzo reale di Venezia. Seguiranno, nello stesso anno, la I Biennale Romana e, in seguito, la Biennale Internazionale delle Arti Decorative di Monza (dal 1923 al 1930), la Triennale di Milano (1933) dove ottiene il gran premio della giuria internazionale, la Quadriennale di Roma (dal 1931 al 1965), la Biennale di Venezia (dal 1936 al 1956). La sua prima personale è alla Galleria Pesaro di Milano (1923). Esporrà in seguito alla Galleria il Milione di Milano (1949). Tra le opere su commissione sono da ricordare la Custodia della Sacra Roccia dell’Agonia nella Basilica del Getsemani a Gerusalemme, la Portella d’oro del ciborio del santuario del Divino Amore e il Crocifisso  d’argento voluto dal Centro Liturgico Internazionale per donarlo nel 1959 a papa Giovanni XXIII.

     In concomitanza con la mostra di Gerardi nel Book Shop del Museo è allestita una piccola ma raffinata esposizione di opere grafiche di Giuseppe Viviani (Agnano di Pisa i898 – Pisa 1965); è una selezione di quindici opere estremamente rappresentative dell’opera di un protagonista del Novecento italiano, maestro sommo (con Morandi e Luigi Bartolini) dell’arte dell’incisione; un motivo di richiamo in più per la struttura museale che ospita in via permanente i capolavori del grande scultore marchigiano, Pericle Fazzini, celebre autore del “Cristo Risorto” della Sala Paolo VI in Vaticano.

 

 

 


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