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Tra "Macchia" e Quattrocento/ L'arte di Lega in una eccezionale mostra a Forlì |
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“Valga come modello per il
futuro questa mostra dedicata a Silvestro Lega. È la più completa, la più
esaustiva fra quante sono state fino ad oggi allestite. I capolavori che hanno
reso celebre il maestro romagnolo ci sono praticamente tutti. E ci sono le
opere eminenti, quelle didatticamente più significative, degli artisti
precursori, amici, compagni di strada. Le relazioni, il rispecchiamento fra
Lega e il Quattrocento – argomento sempre presente nella fortuna critica del
pittore – per la prima volta viene esemplificato portando in mostra opere
dell’Angelico, di Paolo Uccello, di Filippino Lippi, di Botticelli, del
Ghirlandaio”; è l’entusiasmo e la soddisfazione che trabocca dalle parole di
Antonio Paolucci, presidente del comitato scientifico, nell’introdurci sulle
pagine del bellissimo catalogo edito da Silvana Editoriale alla eccezionale
mostra “Silvestro Lega, i Macchiaioli e il Quattrocento” appena inaugurata nei
Musei San Domenico a Forlì. Curata da Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca
insieme allo stesso Paolucci, la retrospettiva, dopo il grande successo di
quella dedicata a Marco Palmezzano, rievoca la figura e l’arte del pittore
(nato a Modigliana, in provincia di Forlì, nel 1826 e morto a Firenze nel 1895) che è stato insieme a Fattori e a
Telemaco Signorini, indiscusso protagonista di quella irripetibile stagione
e fondamentale esperienza della nostra
pittura dell’Ottocento che ha riunito, sotto l’etichetta di “Macchiaioli”,
artisti di varia provenienza che trovarono a Firenze e nella campagna toscana
l’ambiente più adatto e favorevole per concepire e sperimentare un modo
rivoluzionario di rappresentare la realtà. La “macchia” è il tramite più
diretto tra la nostra percezione e la realtà, e quindi per il pittore non può
che diventare strumento e modo privilegiato per riprodurre, come diceva
Fattori, “l’impressione del vero”. Al fiorentino Caffè Michelangelo fervevano
idee nuove, tra accese discussioni e profonda insofferenza verso l’accademismo
ufficiale, in un’atmosfera di “giocosa baraonda”, come ebbe a definirla Diego
Martelli, in cui però si delineavano scenari di grande portata per l’arte
italiana, e non solo. Lega, anche a causa del suo carattere piuttosto schivo e
riservato, pur frequentando il Caffè, non è assiduo, né troppo partecipe alle
discussioni artistiche che sempre più
lo animano dal 1856 in poi; tuttavia, mentre dapprima resta fortemente legato
al purismo, a poco a poco comincia ad avvertire l’inadeguatezza di quel modo di
fare pittura, finendo per aderire lentamente e gradualmente, intorno al 1860,
alla “macchia”, di cui fornì soprattutto nei saggi puramente paesistici e nei
bozzetti, le immagini forse più rigorose, mentre nei soggetti tratti dalla vita
quotidiana (quelle figure all’aperto, colte nelle loro abituali occupazioni,
oppure in interni accurati ed invitanti) l’insegnamento del purista Luigi
Mussini, di cui aveva frequentato la scuola privata, permane nell’amore del
pittore romagnolo per la purezza formale e per una tavolozza chiara da
“primitivo” toscano. Sono le soluzioni stilistiche
con cui Lega descrive, con irragiungibile estro e poesia, rievocandone tempi ed
atmosfere, episodi e riti della quotidianità piccolo-borghese, e che sono alla
base dei suoi capolavori più noti e famosi del periodo di Pergentina o della
“visione serena”, come Il canto dello
stornello (1867), La visita e Il pergolato, entrambi del 1968; qui il
suo stile, come riflesso di un periodo felice della propria vita, appare
luminoso, attento all’evidenza del vero, ma capace di imprimere su tutto una
grazia ideale in cui sembra far rivivere echi della grande pittura toscana
medioevale e protorinascimentale. Nel successivo periodo (di Bellariva), che
segna l’inizio per Lega di lunghi anni dolorosi (tra i tanti guai, una grave
malattia agli occhi lo costringe ad una prolungata inattività e lo getta in una
profonda depressione), anche il trattamento di questi soggetti si fece più
sommaria e decisamente più “macchiaiola”, per approdare ad una sorta di
esasperazione cromatica che rende quasi astratta la forma, secondo modi che
verranno ribaditi negli ultimi anni (periodo del Gabbro). Nascono qui, sulle colline
dell’entroterra livornese, le
straordinarie immagini frutto di una pittura aspra, concitata e drammatica; di
inarrivabile vigore espressivo sono alcuni ritratti di donne gabbrigiane, come La signora Clementina Bandini e le figlie a
Poggio Piano, La lettura, La scellerata, Donna con scialle rosa, Ritratto
della signora Titta Elisa Guidacci, Ritratto
di Signora con veletta, La fienaiola
e La veglia. In quest’ultimo quadro –
bellissimo -, dipinto uno o due anni prima della morte da un artista ormai
quasi completamente cieco, una donna, come scrive Laura Lombardi, “intenta ad
avvolgere la matassa nell’arcolaio, ha posato le mani in grembo e si ciondola
slla sedia, all’indietro, le palbebre abbassate, sotto la chioma che sfugge
alla crocchia sulla nuca; non sappiamo quali pensieri attraversino la sua
mente, né se stia quasi dormendo, affaticata dopo una lunga giornata trascorsa
nei campi di quella campagna arida e selvaggia, il Gabbro, il cui paesaggio e
la cui gente affascinano Lega negli anni tardi della sua esistenza”. È il
capolavoro, denso di fascino e di mistero, che chiude l’itinerario della mostra
forlivese; un’opera, come ebbe a scrivere Raffaele Monti nel suo libro Le mutazioni della macchia (1985),
“perfetta di cadenze, di rattenute notazioni, di complesse partiture”,
nonostante l’apparente semplicità e
disinvoltura dell’immagine.
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