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Tra "Macchia" e Quattrocento/ L'arte di Lega in una eccezionale mostra a Forlì

  
di Michele DE LUCA

Un inedito itinerario all’interno della pittura della “macchia”, volto a studiare con rinnovata attenzione il suo sfaccettato,

“Valga come modello per il futuro questa mostra dedicata a Silvestro Lega. È la più completa, la più esaustiva fra quante sono state fino ad oggi allestite. I capolavori che hanno reso celebre il maestro romagnolo ci sono praticamente tutti. E ci sono le opere eminenti, quelle didatticamente più significative, degli artisti precursori, amici, compagni di strada. Le relazioni, il rispecchiamento fra Lega e il Quattrocento – argomento sempre presente nella fortuna critica del pittore – per la prima volta viene esemplificato portando in mostra opere dell’Angelico, di Paolo Uccello, di Filippino Lippi, di Botticelli, del Ghirlandaio”; è l’entusiasmo e la soddisfazione che trabocca dalle parole di Antonio Paolucci, presidente del comitato scientifico, nell’introdurci sulle pagine del bellissimo catalogo edito da Silvana Editoriale alla eccezionale mostra “Silvestro Lega, i Macchiaioli e il Quattrocento” appena inaugurata nei Musei San Domenico a Forlì. Curata da Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca insieme allo stesso Paolucci, la retrospettiva, dopo il grande successo di quella dedicata a Marco Palmezzano, rievoca la figura e l’arte del pittore (nato a Modigliana, in provincia di Forlì, nel 1826  e morto a Firenze nel 1895) che è stato insieme a Fattori e a Telemaco Signorini, indiscusso protagonista di quella irripetibile stagione e   fondamentale esperienza della nostra pittura dell’Ottocento che ha riunito, sotto l’etichetta di “Macchiaioli”, artisti di varia provenienza che trovarono a Firenze e nella campagna toscana l’ambiente più adatto e favorevole per concepire e sperimentare un modo rivoluzionario di rappresentare la realtà.

La “macchia” è il tramite più diretto tra la nostra percezione e la realtà, e quindi per il pittore non può che diventare strumento e modo privilegiato per riprodurre, come diceva Fattori, “l’impressione del vero”. Al fiorentino Caffè Michelangelo fervevano idee nuove, tra accese discussioni e profonda insofferenza verso l’accademismo ufficiale, in un’atmosfera di “giocosa baraonda”, come ebbe a definirla Diego Martelli, in cui però si delineavano scenari di grande portata per l’arte italiana, e non solo. Lega, anche a causa del suo carattere piuttosto schivo e riservato, pur frequentando il Caffè, non è assiduo, né troppo partecipe alle discussioni artistiche  che sempre più lo animano dal 1856 in poi; tuttavia, mentre dapprima resta fortemente legato al purismo, a poco a poco comincia ad avvertire l’inadeguatezza di quel modo di fare pittura, finendo per aderire lentamente e gradualmente, intorno al 1860, alla “macchia”, di cui fornì soprattutto nei saggi puramente paesistici e nei bozzetti, le immagini forse più rigorose, mentre nei soggetti tratti dalla vita quotidiana (quelle figure all’aperto, colte nelle loro abituali occupazioni, oppure in interni accurati ed invitanti) l’insegnamento del purista Luigi Mussini, di cui aveva frequentato la scuola privata, permane nell’amore del pittore romagnolo per la purezza formale e per una tavolozza chiara da “primitivo” toscano.

Sono le soluzioni stilistiche con cui Lega descrive, con irragiungibile estro e poesia, rievocandone tempi ed atmosfere, episodi e riti della quotidianità piccolo-borghese, e che sono alla base dei suoi capolavori più noti e famosi del periodo di Pergentina o della “visione serena”, come Il canto dello stornello (1867), La visita e Il pergolato, entrambi del 1968; qui il suo stile, come riflesso di un periodo felice della propria vita, appare luminoso, attento all’evidenza del vero, ma capace di imprimere su tutto una grazia ideale in cui sembra far rivivere echi della grande pittura toscana medioevale e protorinascimentale. Nel successivo periodo (di Bellariva), che segna l’inizio per Lega di lunghi anni dolorosi (tra i tanti guai, una grave malattia agli occhi lo costringe ad una prolungata inattività e lo getta in una profonda depressione), anche il trattamento di questi soggetti si fece più sommaria e decisamente più “macchiaiola”, per approdare ad una sorta di esasperazione cromatica che rende quasi astratta la forma, secondo modi che verranno ribaditi negli ultimi anni (periodo del Gabbro).

Nascono qui, sulle colline dell’entroterra livornese,  le straordinarie immagini frutto di una pittura aspra, concitata e drammatica; di inarrivabile vigore espressivo sono alcuni ritratti di donne gabbrigiane, come La signora Clementina Bandini e le figlie a Poggio Piano, La lettura, La scellerata, Donna con scialle rosa, Ritratto della signora Titta Elisa Guidacci, Ritratto di Signora con veletta, La fienaiola e La veglia. In quest’ultimo quadro – bellissimo -, dipinto uno o due anni prima della morte da un artista ormai quasi completamente cieco, una donna, come scrive Laura Lombardi, “intenta ad avvolgere la matassa nell’arcolaio, ha posato le mani in grembo e si ciondola slla sedia, all’indietro, le palbebre abbassate, sotto la chioma che sfugge alla crocchia sulla nuca; non sappiamo quali pensieri attraversino la sua mente, né se stia quasi dormendo, affaticata dopo una lunga giornata trascorsa nei campi di quella campagna arida e selvaggia, il Gabbro, il cui paesaggio e la cui gente affascinano Lega negli anni tardi della sua esistenza”. È il capolavoro, denso di fascino e di mistero, che chiude l’itinerario della mostra forlivese; un’opera, come ebbe a scrivere Raffaele Monti nel suo libro Le mutazioni della macchia (1985), “perfetta di cadenze, di rattenute notazioni, di complesse partiture”, nonostante l’apparente  semplicità e disinvoltura dell’immagine.

 

 

 


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