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Beni confiscati alla malavita |
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Si è tenuto presso la prefettura
di Lecce il seminario di studio relativo alla
Legge 109/96 e la confisca dei beni patrimoniali alla malavita, il loro
riutilizzo destinato alla pubblica utilità ed il coinvolgimento delle Forze
dell’Ordine. All’incontro organizzato dalla Prefettura di Lecce sono
intervenuti, oltre ai relatori che hanno esposto i problemi specifici, i
responsabili degli Enti locali: Loredana Capone vicepresidente della Provincia
di Lecce e Gianni Garrisi assessore del Comune di Lecce, che hanno richiamato
ad un maggiore coinvolgimento delle realtà locali. Il Prefetto Giuseppe De Donno,
Direttore Centrale degli Istituti di Istruzione del Dipartimento della Pubblica
Sicurezza, ha evidenziato che, stando ai numeri rilevati sulle confische dei
beni, le statistiche ufficiali non offrono ancora un quadro incoraggiante circa
l’effettivo impiego ed il pubblico utilizzo degli stessi. Anche il dott.
Gianfranco Casilli, Prefetto di Lecce, ha sollevato il problema del riutilizzo
dei beni: «è un momento che richiede alcuni passaggi preliminari e non sempre i
beni sono immediatamente disponibili, molti di essi necessitano di bonifiche e
ristrutturazioni e servono molti fondi per la copertura di queste spese.
Sovente sia lo Stato sia i Comuni non dispongono di queste somme. In tal senso
bisogna individuare le modalità per reperire queste finanze e rendere attuabile
l’iter fino al suo ultimo passaggio. L’auspicio è quello di poter vedere
importanti risultati già nel corso della prossima legislatura, di dar luogo ad
una vera e propria riduzione dei tempi dell’iter e di evitare l’abbattimento
dei beni per sottrarli alla malavita, ma di dar loro una giusta destinazione
che sia utile ai più». Il Comune di Lecce nel passato,
ha spiegato l’ing. Piergiorgio Solombrino, ha realizzato con impegno progetti
di impiego dei beni confiscati, così come è accaduto per la Masseria “Ghermi”
ricadente nel Piano Sociale di Zona del Comune di Lecce. Si è data
l’opportunità, in questo caso, di gestire i flussi migratori di nomadi e
profughi all’interno del sito. La Masseria “Ghermi“ era possedimento di una
famiglia malavitosa che la utilizzava come un impianto di frantumazione di
inerti, con l’intervento del Comune si è dato vita alla programmazione di 20
alloggi con l’aggiunta di locali con funzioni amministrative che garantiscono
la presenza dell’Istituzione, e non è da escludere un ampliamento rispetto
all’idea iniziale. Come ha spiegato il dott. Fabio Sanfilippo, consulente del
Ministero dell’Interno, la cosa più rilevante da osservare è la capacità di
progettare. Nella Sicilia occidentale è accaduto un fatto importantissimo: si è
riusciti a mettere a frutto le terre appartenute a Bernardo Provenzano e Totò
Rijna. Terre destinate alle produzioni locali: vino e olio. Il problema vitale
da risolvere è quello relativo alla copertura finanziaria dei progetti stessi,
ma non solo: si deve creare il maggior coinvolgimento possibile ed un gruppo di
coordinamento, colmare tutte le carenze di natura informativa, garantire i
controlli di tutti gli atti e dell’iter di confisca, garantire la vigilanza e
la sicurezza dei beni, estromettere dall’azione qualsiasi forma di
condizionamento ambientale, rimuovere definitivamente gli inquilini malavitosi
dagli immobili, aprire un tavolo di concertazione con gli Istituti di credito,
relativamente all’accesso ai mutui da parte delle cooperative di gestione (che
non sono proprietarie), ed un tavolo
permanente con il Comune interessato, regolamentare la proprietà e la comproprietà
dei beni. Riguardo l’accesso al credito si rileva un fatto importante: la
Regione Sicilia, relativamente ai suoi casi di competenza, offre fondi a chi
non può accedere al credito, crea forme di premialità per coloro i quali
risultano essere i gestori dei beni confiscati. Importante è anche l’iniziativa
adottata dal Ministero dell’Interno che ha creato una banca dati per
raccogliere tutte le informazioni relative ai beni confiscati, è il primo passo
verso un importante percorso di razionalizzazione. Per realizzare al meglio i
progetti è necessario coinvolgere attorno ad un tavolo l’Università, le
associazioni antimafia, la Prefettura, il Comune e la Chiesa alfine di
delineare al meglio i progetti da realizzare sui beni in modo da garantirne una
pubblica utilità. Anche l’Agenzia del Demanio della Regione Puglia ha provveduto alla realizzazione di
una dettagliata banca dati, archivio che contiene ogni profilo inerente ai beni
confiscati, compresa la valutazione degli stessi effettuata sulla base dei prezzi
di mercato. L’Agenzia del Demanio, che è
emanazione del Ministero dell’Economia (ex Finanze), gestisce i beni solo dopo
la confisca definitiva; effettua una gestione con l’unico scopo di destinare i
beni con finalità che l’Agenzia non può derogare. I dati degli interventi sul territorio nazionale contano 6600
confische di immobili dal 1983 al 2006, l’84% sono situati al Sud (Sicilia,
Puglia, Calabria e Campania. Nei primi 10 anni è avvenuta la confisca relativa
al 10% del totale dei beni. Dal 1993 si è verificato un sensibile aumento delle
confische che può essere quantificato in circa 400 immobili all’anno. Negli
anni 2000 e 2001 si è registrato un picco di 1000 unità per anno. La situazione in Puglia va di
pari passo con quella italiana: incide sul dato nazionale con un rapporto che
va dal 7% all’8%, con un picco massimo di 500 confische nel periodo che va
dall’anno 2000 al 2002. Le confische
sono così suddivise nei territori delle singole province:150 a Bari, 150 a
Brindisi, 84 a Taranto, 62 a Lecce e 25 a Foggia. Relativamente ai 174 atti di
destinazione di beni si rileva la seguente distribuzione per provincia: 68 a
Bari, 56 a Brindisi, 23 a Taranto, 8 a Lecce e 19 a Foggia. A questo si
aggiunga che ben 214 beni immobili confiscati in Puglia, ma di competenza dello
Stato, sono stati destinati alla realizzazione di caserme ed alloggi per le
Forze dell’Ordine. Dato singolare, relativo ad un terreno situato in agro di
Mesagne (Br), è quello che ha visto l’assegnazione del bene agricolo ad una
cooperativa. Il caso particolare di confisca pro – quota, diversamente, porta
all’applicazione di altre procedure: si interviene con lo scioglimento della
comproprietà, nel caso specifico si annota che il 35% circa dei beni indivisi
sono occupati; bisogna intervenire con lo sfratto amministrativo che non
riporta in alcun caso risultati positivi; in ultima analisi si procede con lo
sgombero coattivo. In un contesto che riduce notevolmente il riutilizzo dei
beni confiscati, solo il 25% del totale è immediatamente idoneo ad una nuova
destinazione, quindi è difficile procedere nell’iter previsto. Quando ad essere confiscate sono
le aziende di proprietà dei malavitosi, sul territorio pugliese sono state 7 a
Bari, 3 a Taranto, 11 a Lecce, 1 a Brindisi e 1 a Foggia, si evidenziano i
soliti caratteri negativi: molto spesso sono inattive, alcune addirittura prive di
patrimonio (quindi difficilmente destinabili), quelle attive sono già
state “svuotate” di ogni capacità produttiva. La Regione Puglia, come spiega il
Dirigente Settore Sviluppo Economico Elio Matera, nell’ambito degli interventi
P.O.N.N., ha posto la Sicurezza come elemento fondamentale e irrinunciabile per
lo sviluppo economico del territorio. Tanta emergenza è osservabile anche dalla
priorità che la Puglia e le altre Regioni del meridione stanno assegnando ai
processi di legislazione in termini di antimafia e antiusura a tutela del
sistema produttivo.
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