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Dossier Europa/ La pace per tutti |
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Sono convinto che l’Unione
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per le sue crescenti ambizioni e responsabilità internazionali. È evidente che un’Unione europea
sicura di sé e capace può contribuire effettivamente a promuovere la sicurezza
nelle regioni immediatamente confinanti e a costruire un mondo migliore. I
nostri cittadini e i nostri partner internazionali auspicano e attendono un
rafforzamento della presenza dell’Europa sulla scena internazionale. Cogliendo
le opportunità che si presentano, possiamo dare ascolto a questa richiesta e
attuare una politica estera proattiva, coerente ed efficace, a beneficio dei
cittadini europei e del resto del mondo. Per valutare se siamo in grado
di affrontare la sfida che ci attende nel prossimo futuro, è utile riflettere
sul nostro passato. Negli ultimi vent’anni l’Unione europea ha compiuto una
straordinaria azione di diffusione della pace, del benessere e della democrazia
in tutto il continente. Da un ristretto club di sei nazioni è cresciuta fino a
diventare un’Unione di 25 paesi, estesa a tutto il continente, con competenze e
responsabilità in molti nuovi settori, compresa la politica estera e di
difesa. Un continente che per decenni è
stato diviso dalle ideologie e lacerato dai conflitti è ora libero e unito
nella pace. Gli europei possono essere giustamente soddisfatti per questo
enorme successo, che costituisce una chiara affermazione del diverso approccio
adottato dall’Europa negli affari internazionali. La principale sfida per i
prossimi vent’anni consisterà nell’estendere questa zona di pace, promuovendo
la sicurezza oltre i nostri confini e costruendo un ordine internazionale
basato sulle regole. Si tratta di una sfida enorme, la cui realizzazione
richiederà grandi sforzi. Ma gran parte del lavoro è già
in atto, con buoni risultati: procedendo per tentativi ed errori, e sostenuti
da interessi convergenti, abbiamo reso sempre più efficace la nostra azione.
Che si tratti dell’Ucraina, di Israele e della Palestina, dell’Afghanistan o
dell’Iran, la conclusione è sempre la stessa: stiamo proponendo un messaggio
unitario, e stiamo quindi offrendo un significativo contributo alla sicurezza
globale. Nei Balcani, all’inizio degli
anni Novanta, eravamo divisi e perciò incapaci di fermare lo spargimento di
sangue. Ma oggi tutti sono concordi sulla strategia da seguire, e abbiamo
compiuto enormi progressi nella stabilizzazione e nella ricostruzione di queste
società lacerate dalla guerra. Nei confronti della regione balcanica abbiamo
assunto un impegno a lungo termine: grazie all’assistenza tecnica e
finanziaria, stiamo sostenendo il doloroso ma necessario processo di riforma
politica ed economica; offrendo una chiara prospettiva europea, abbiamo creato
un forte incentivo a proseguire sul cammino delle riforme. All’orizzonte si
profilano altre difficili sfide, ma il traguardo finale è chiaro: l’adesione di
tutti i paesi dell’area all’unione europea. Stiamo inoltre lavorando
incessantemente, attraverso il processo di Barcellona, alla costruzione di
un’area di sicurezza cooperativa con i nostri partner del Mediterraneo, basata
su mercati aperti e società aperte. Negli ultimi dieci anni tale processo ha
ottenuto grandi risultati, anche perché i nostri sforzi sono sostenuti da un
forte impegno finanziario (circa 1 miliardo di euro l’anno in sovvenzioni e 2
miliardi di euro in prestiti agevolati). Il decimo anniversario del processo di
Barcellona, che ricorre nel novembre di quest’anno, rappresenta un’ottima
occasione per riflettere sul modo in cui rendere la nostra cooperazione ancora
più mirata e orientata all’azione. In Europa abbiamo imparato nel
modo più difficile che per garantire in maniera duratura la pace e la sicurezza
sono indispensabili la cooperazione e l’integrazione regionale. Gestire le
crisi e costruire la sicurezza non sono la stessa cosa: per questo i nostri
sforzi sono diretti in misura sempre maggiore a sostenere la cooperazione
regionale. L’Unione africana, il Mercosur in America latina, l’Asean in Asia
sono tutti esempi di organizzazioni regionali in forte espansione che traggono
esplicita ispirazione dall’Unione europea. Stiamo intensificando le nostre
relazioni con questi attori regionali e, ove possibile e opportuno, stiamo
offrendo il nostro sostegno per favorire il loro ulteriore sviluppo. Nei
prossimi anni, il dialogo interregionale ridefinirà costantemente le caratteristiche
della politica internazionale e favorirà la creazione di nuovi meccanismi per
la gestione dell’interdipendenza globale e per la soluzione di problemi che
trascendono i confini nazionali. Sono ormai finiti i giorni in
cui la politica estera dell’Unione europea era accusata di essere fatta di
molte parole e non di azioni. In questo momento, oltre 7.000 soldati europei
assicurano il mantenimento della pace in Bosnia-Erzegovina sotto la bandiera
dell’Unione. Missioni operative sono in corso anche nel Caucaso meridionale, in
Africa e in altre parti del mondo. Stiamo compiendo notevoli
progressi in un settore – quello delle capacità militari – nel quale la nostra
tradizionale inadeguatezza ci ha finora impedito di essere efficaci come
avremmo dovuto. Nell’ambito della Forza di reazione rapida dell’Unione europea
è stato costituito il primo di 13 battaglioni previsti. Abbiamo istituito
l’Agenzia europea per la difesa, per ottimizzare i costi degli
approvvigionamenti e accrescere le capacità militari a disposizione dei governi
europei. Abbiamo inoltre portato la cooperazione civile-militare a un nuovo
livello operativo, con la creazione di una cellula civile-militare. Tali misure
dovrebbero consentire all’Unione di sviluppare le sue capacità di gestione
delle crisi, in modo tale permetterle di far fronte efficacemente alle
complesse e articolate minacce per la sicurezza che si presenteranno nel XXI
secolo. Così, passo dopo passo, sta
prendendo forma una politica estera europea più capace e coerente. Ma si tratta
di un a processo in fieri: l’Unione non ha ancora realizzato appieno il suo
potenziale. In alcuni casi paga ancora il prezzo della vecchia inadeguatezza
politica, in altri sconta le conseguenze del modo in cui si organizza e prende
o applica le sue decisioni. Sappiamo tutti che l’Europa potrebbe esercitare una
maggiore influenza se fosse in grado di assicurare maggiore coesione, più
coerenza e continuità e un’azione più efficace. Anche soltanto per questa
ragione, è altamente auspicabile che tutti gli Stati membri ratifichino la
Costituzione europea. Essa rappresenta un nuovo passo
decisivo nello sviluppo dell’Unione europea: essa potrebbe avere, per il ruolo
dell’Europa nel mondo, la stessa importanza che il Trattato di Maastricht ebbe
per l’euro. Forse l’innovazione più importante nel campo della politica estera
è la creazione della figura del Ministro degli Esteri dell’Unione, incarico che
riunirà in una sola persona le diverse componenti – politiche ed economiche –
delle relazione esterne dell’UE, consentendoci di operare in modo più coeso. È
una sfida enorme che, quale futuro Ministro degli Esteri, spetterà a me
raccogliere. Per assicurare maggiore coerenza, il futuro Ministro degli Esteri
rappresenterà l’Unione Europea nel mondo e presiederà le riunioni ordinarie dei
Ministri degli Esteri dell’Unione. I nostri partner avranno un unico
interlocutore principale, novità attesa da lungo tempo. Infine, la Costituzione prevede
l’istituzione di un servizio europeo
per l’azione esterna, nel quale confluirà il personale proveniente dalle
diverse istituzioni che oggi definiscono e attuano le politiche internazionali
dell’Unione europea. Per la prima volta l’Unione potrà contare su un’équipe
riunita in un’unica grande struttura, che risponderà ad una sola persona
responsabile dell’insieme delle relazioni esterne dell’UE. Il nostro mondo cambia
rapidamente: presenta nuovi pericoli ma anche molte opportunità. L’Unione
europea può offrire un importante contributo sotto almeno due profili. Da un
lato attraverso ciò che essa rappresenta: un esempio riuscito di costruzione
della pace mediante l’integrazione; dall’altro attraverso la sua azione,
diretta a promuovere la sicurezza globale mediante la cooperazione. Abbiamo
molto di cui essere orgogliosi, ma ancora molto di più è il lavoro che rimane
da fare. *Alto Rappresentante per la
politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea
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