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La nuova era del tubo catodico: tv o servizio pubblico? |
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Da qualche tempo assistiamo
forse senza neanche farci caso ad una lenta quanto inesorabile trasformazione
di quel curioso quanto indispensabile quadrato pieno di luci e persone, ormai
posseduto anche dagli animali domestici, e che viene comunemente conosciuto con
il termine televisione. Non mi riferisco tanto alle
caratteristiche tecniche come ad esempio lo schermo piatto, o i plasma che
diventano quadri, o alla sempre più irrefrenabile qualità degli home teatre,
tutte cose che comunque, nel loro piccolo, se non contribuiscono a migliorare
la qualità della nostra vita concorrono almeno nel rendercela più sopportabile. Succede invece che la nostra
vecchia quanto denigrata e bistrattata tivù, rea a detta dei più di proporre
solo spazzatura, è in realtà protagonista di un complesso cambiamento
mediatico-culturale, che a voler essere morfologicamente pignoli potremmo
definire come una riforma del servizio pubblico, forse l’unica delle varie
riforme che da tempo memorabile ormai i nostri vari governi che si sono
susseguiti cercano affannosamente di raggiungere. È questa riforma che consente a
noi tutti di poter credere ancora che il sogno di poter davvero migliorare la
qualità della nostra vita diventi realtà, una riforma che trasforma la
televisione da svago a strumento di denuncia sociale. Ed ecco allora che il pensionato
di Cuneo va da Magalli per raccontare la truffa di cui è stato vittima, una
coppia di genitori distrutta dal dolore è ospite da Cucuzza per denunciare che
il loro figlioletto è morto per errore dei medici, la casalinga di Messina
parla pubblicamente con Costanzo dei tradimenti e delle violenze subite dal
marito, il cliente truffato di La Spezia chiama “Mi manda Raitre” per ottenere
un confronto prima e un risarcimento poi da parte della grande multinazionale,
le “Iene” entrano nelle sedi di regioni, province, comuni e smascherano una
fitta rete di assunzioni basate su raccomandazioni. Tutti questi esempi contengono
stereotipi spaventosamente attinenti alla realtà, stereotipi perfetti del
cittadino moderno. Non c’è ombra di dubbio poi che
il servizio reso da queste icone del mondo dello spettacolo sia a dir poco
lodevole, ma perché si arriva a trasformare una soubrette in minigonna, o un
giornalista prestato alla tv, o un conduttore che ha la licenza media, in un
paladino dei diritti semplici quanto dovuti di tutto un popolo? Perché beatificare tutti questi
personaggi televisivi solo per il fatto di risolvere controversie e denunciare
misfatti che spetterebbero in realtà alle tanto stimate istituzioni pubbliche e
autorità amministrative? La parte forse più preoccupante
della vicenda consiste nel serio pericolo di una rielaborazione a livello
gerarchico delle richieste di aiuto dei cittadini. In parole povere si rischia che
il pensionato di Cuneo vada prima da Magalli e poi dai Carabinieri, che il
cliente truffato si rivolga prima a Raitre e poi alla Finanza, che le moglie
tradita e picchiata ne parli prima con Costanzo e poi con qualche assistente
sociale. E allora il dubbio resta, meglio
una tv che non si occupi più di questa sfera sociale contravvenendo alle leggi
del Dio Auditel che impone lacrime, gioie, ed emozioni forti, o una tv che
continui a essere tv-verità continuando nello stesso tempo a prendere il posto
dei veri istituti per la difesa del cittadino?
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