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La nuova era del tubo catodico: tv o servizio pubblico?
  
di Ugo TRAMACERE

LA NUOVA ERA DEL TUBO CATODICO

Da qualche tempo assistiamo forse senza neanche farci caso ad una lenta quanto inesorabile trasformazione di quel curioso quanto indispensabile quadrato pieno di luci e persone, ormai posseduto anche dagli animali domestici, e che viene comunemente conosciuto con il termine televisione.

Non mi riferisco tanto alle caratteristiche tecniche come ad esempio lo schermo piatto, o i plasma che diventano quadri, o alla sempre più irrefrenabile qualità degli home teatre, tutte cose che comunque, nel loro piccolo, se non contribuiscono a migliorare la qualità della nostra vita concorrono almeno nel rendercela più sopportabile.

Succede invece che la nostra vecchia quanto denigrata e bistrattata tivù, rea a detta dei più di proporre solo spazzatura, è in realtà protagonista di un complesso cambiamento mediatico-culturale, che a voler essere morfologicamente pignoli potremmo definire come una riforma del servizio pubblico, forse l’unica delle varie riforme che da tempo memorabile ormai i nostri vari governi che si sono susseguiti cercano affannosamente di raggiungere.

È questa riforma che consente a noi tutti di poter credere ancora che il sogno di poter davvero migliorare la qualità della nostra vita diventi realtà, una riforma che trasforma la televisione da svago a strumento di denuncia sociale.

Ed ecco allora che il pensionato di Cuneo va da Magalli per raccontare la truffa di cui è stato vittima, una coppia di genitori distrutta dal dolore è ospite da Cucuzza per denunciare che il loro figlioletto è morto per errore dei medici, la casalinga di Messina parla pubblicamente con Costanzo dei tradimenti e delle violenze subite dal marito, il cliente truffato di La Spezia chiama “Mi manda Raitre” per ottenere un confronto prima e un risarcimento poi da parte della grande multinazionale, le “Iene” entrano nelle sedi di regioni, province, comuni e smascherano una fitta rete di assunzioni basate su raccomandazioni.

Tutti questi esempi contengono stereotipi spaventosamente attinenti alla realtà, stereotipi perfetti del cittadino moderno.

Non c’è ombra di dubbio poi che il servizio reso da queste icone del mondo dello spettacolo sia a dir poco lodevole, ma perché si arriva a trasformare una soubrette in minigonna, o un giornalista prestato alla tv, o un conduttore che ha la licenza media, in un paladino dei diritti semplici quanto dovuti di tutto un popolo?

Perché beatificare tutti questi personaggi televisivi solo per il fatto di risolvere controversie e denunciare misfatti che spetterebbero in realtà alle tanto stimate istituzioni pubbliche e autorità amministrative?

La parte forse più preoccupante della vicenda consiste nel serio pericolo di una rielaborazione a livello gerarchico delle richieste di aiuto dei cittadini.

In parole povere si rischia che il pensionato di Cuneo vada prima da Magalli e poi dai Carabinieri, che il cliente truffato si rivolga prima a Raitre e poi alla Finanza, che le moglie tradita e picchiata ne parli prima con Costanzo e poi con qualche assistente sociale.

E allora il dubbio resta, meglio una tv che non si occupi più di questa sfera sociale contravvenendo alle leggi del Dio Auditel che impone lacrime, gioie, ed emozioni forti, o una tv che continui a essere tv-verità continuando nello stesso tempo a prendere il posto dei veri istituti per la difesa del cittadino? 

  

 

 


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