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Datemi un gazebo, solleverò il mondo
  
di Francesco CACCETTA

O tempora, o mores

Datemi un gazebo e fonderò un partito. Torna la mitica piazza, il bagno di folla, gli applausi, gli spintoni, i toni comiziali, l’entusiasmo moltiplicatore, l’evanescenza che fulmina l’attimo, che inorgoglisce e fa sognare. Datemi un gazebo e milioni di firme cambieranno la nostra vita. Uno slogan, una bandiera, un manifesto, un grido di battaglia. È il tempo della comunicazione fulminante, della politica ultrarapida, on line, ad ultramega, che corre sul filo dell’interconnessione, sulla banda larga del fai-da-te, dell’ancoraggio immediato, schietto, ruspante ed emozionante al popolo votante, agli elettori, alle elettrici, ai giovani ed agli anziani, agli uomini d’affari, ai pensionati ed alle casalinghe. Le mitiche massaie d’un tempo sparse nell’Italia del lavoro e del risparmio. Tutti frizzantemente coinvolti nella kermesse pomeridiana, fra uno struscio di piazza e l’altro.

Il mitico imbonitore, l’edulcorato uomo della buona novella, lo scaltro ed avvezzo venditore che straripa nelle vie, che conquista i recinti dei paesi, che orgoglioso, impettito ed untuosamente illuminato si fa strada tra la gente per donare il suo sorriso, per stendere la mano nel saluto e nell’abbraccio. Pensate per un solo attimo al popolo dei gazebo, al popolo dei montatori, degli attacchini, degli sbandieratori, alla fiera del consenso e della firma. Pensate voi al marketing che c’è dietro, allo studio attento, l’arte dei colori, delle immagini, delle foto, della grafica, della musica, il preliminare, le circolari sparse per la penisola, il passaparola, la nuova milizia di strada, i volontari del gazebo, i picchettatori del tavolino, gli ipertecnologici esperti del computer per la conta dei voti e delle firme. Pensate voi la regia. Ed il tempo del nuovo consenso trova così la via breve nella politica del gazebo, nel quartierino del firma e vai. Avanti un altro. Una firmetta, un sorriso, un obolo, un gadget e vai, sei dei nostri. Avanti un altro. E così un pomeriggio dopo l’altro, prima due giorni, poi tre, poi una settimana, poi senza limiti, ad libidum, una firma dopo l’altra, di gazebo in gazebo, tocchi quota sei, sette, otto, nove milioni di firme. E nasce allora fra l’euforia e l’entusiasmo collettivo il nuovo partito.

Basta la parola si diceva un tempo. Ma oggi carta canta, i numeri ci sono, l’entusiasmo è a mille e dunque via con lo spot. Si dia il nome al nuovo che irrompe. Fuori il predellino e si dia inizio all’oratoria. Fuori il nome del neonato, concepito in interconnessione con il popolo dei gazebo e vivo e vegeto come per incanto subito dopo. Tra suoni di flash, fra grida di incitamento, tra spintoni e sacrali silenzi. Irrompe così, fra l’imbarazzo e lo sconcerto generale, il nuovo manuale del partito fai da te. Torna nel momento più propizio a sparigliare nuovamente le carte, a fare saltare il tavolo e ridare fiato a tutti. Il colpo d’ala giusto ed appropriato per tornare al centro  e riprendere l’attenzione, per stordire e continuare a far sognare. Si muove così la politica di oggi fra una piazza e l’altra, fra un referendum e l’altro, fra un sondaggio e l’altro.

C’è n’è per tutti, per tutti i lavoratori, per tutte le categorie, per tutte le rappresentanze, per tutte le associazioni, per tutti i generi. Un proliferare in crescendo. Copia tu, copio io. È tutto un numerare, un calcolare, un analizzare, un rendicontare e far fruttare. È la politica diretta, la politica dei calvi, di quelli senza pelo, di quelli che spiccano per semplicità e luminosità fra i tanti parrucconi che agitano le acque della politica nostrana da tempo ormai immemorabile. Figure salvifiche per l’immacolata astensione dalla politica politicante, dal teatrino quotidiano delle retoriche istituzioni. Al loro tempio si risponde così: col gazebo. Facile da montare, facile da spostare. Immacolato e candido in ogni dove. Voi nei palazzi, noi nelle piazze. Ed il partito del nuovo prende piede leggero più di ieri, fra l’entusiasmo e lo sgomento, fra il vulcanico eruttare e l’incredula realtà, fra l’acredine dell’irriconoscenza e la stizzita risposta degli esclusi. E così si riconquista il proscenio.

Una melassa per i giornali, per i media, per le articolesse a favore, per le filippiche dei contrari, per le interminabili analisi nei vari salottini dell’intrattenimento giornaliero. Una sfacciata derisione per i travet della politica, per i ragionatori di professione, per i filosofi del fare e dell’ideare. Una ventata di nuovo per stupire ed ammonire. Ed il mondo della politica, quella usuale, quella di sempre, quella con i suoi riti, i suoi obblighi, con le sue giaculatorie e le sue litanie si ferma sorpresa. Ancora una volta dopo il popolo delle primarie, dopo le mirabolanti file domenicali al cospetto della scelta. Dopo le inebrianti, ordinate e composte moltitudini di votanti entusiasti del loro ritrovato protagonismo. Uomini e donne stretti nella decisione del futuro, eroici protagonisti del sogno del domani.

Dopo un nuovo scoppiettante formarsi e riformarsi di partiti e partitini, dopo scissioni, composizioni e ricomposizioni. Dopo continue chiamate in piazza per serrare le fila, per protestare, per gridare le proprie ragioni, per manifestare gioiosamente. Dopo una escalation simile, la risposta ci voleva dunque, immediata, sonora, pregnante per bucare nuovamente lo schermo, per non smarrirsi, per tenere le posizioni, per compiere lo scatto giusto e definitivo, dopo la mancata mitica spallata. E la risposta è arrivata come sempre, geniale, precisa e geometrica come deve essere, come meticolosamente bisogna che sia. A costo di rompere, di urtare, di incrinare rapporti ed amicizie. Ma questa è la politica di questi giorni, questo impone il manuale, questo risulta conveniente al mondo d’oggi. Ma era già tutto previsto da mille e mille anni: o tempora o mores! Loro lo sapevano, noi stiamo ancora imparando.

 

 

 


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