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Datemi un gazebo, solleverò il mondo |
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Datemi un gazebo e fonderò un
partito. Torna la mitica piazza, il bagno di folla, gli applausi, gli spintoni,
i toni comiziali, l’entusiasmo moltiplicatore, l’evanescenza che fulmina
l’attimo, che inorgoglisce e fa sognare. Datemi un gazebo e milioni di firme
cambieranno la nostra vita. Uno slogan, una bandiera, un manifesto, un grido di
battaglia. È il tempo della comunicazione fulminante, della politica
ultrarapida, on line, ad ultramega, che corre sul filo dell’interconnessione,
sulla banda larga del fai-da-te, dell’ancoraggio immediato, schietto, ruspante
ed emozionante al popolo votante, agli elettori, alle elettrici, ai giovani ed
agli anziani, agli uomini d’affari, ai pensionati ed alle casalinghe. Le
mitiche massaie d’un tempo sparse nell’Italia del lavoro e del risparmio. Tutti
frizzantemente coinvolti nella kermesse pomeridiana, fra uno struscio di piazza
e l’altro. Il mitico imbonitore,
l’edulcorato uomo della buona novella, lo scaltro ed avvezzo venditore che
straripa nelle vie, che conquista i recinti dei paesi, che orgoglioso,
impettito ed untuosamente illuminato si fa strada tra la gente per donare il
suo sorriso, per stendere la mano nel saluto e nell’abbraccio. Pensate per un
solo attimo al popolo dei gazebo, al popolo dei montatori, degli attacchini,
degli sbandieratori, alla fiera del consenso e della firma. Pensate voi al
marketing che c’è dietro, allo studio attento, l’arte dei colori, delle immagini,
delle foto, della grafica, della musica, il preliminare, le circolari sparse
per la penisola, il passaparola, la nuova milizia di strada, i volontari del
gazebo, i picchettatori del tavolino, gli ipertecnologici esperti del computer
per la conta dei voti e delle firme. Pensate voi la regia. Ed il tempo del
nuovo consenso trova così la via breve nella politica del gazebo, nel
quartierino del firma e vai. Avanti un altro. Una firmetta, un sorriso, un
obolo, un gadget e vai, sei dei nostri. Avanti un altro. E così un pomeriggio
dopo l’altro, prima due giorni, poi tre, poi una settimana, poi senza limiti,
ad libidum, una firma dopo l’altra, di gazebo in gazebo, tocchi quota sei,
sette, otto, nove milioni di firme. E nasce allora fra l’euforia e l’entusiasmo
collettivo il nuovo partito. Basta la parola si diceva un
tempo. Ma oggi carta canta, i numeri ci sono, l’entusiasmo è a mille e dunque
via con lo spot. Si dia il nome al nuovo che irrompe. Fuori il predellino e si
dia inizio all’oratoria. Fuori il nome del neonato, concepito in
interconnessione con il popolo dei gazebo e vivo e vegeto come per incanto
subito dopo. Tra suoni di flash, fra grida di incitamento, tra spintoni e
sacrali silenzi. Irrompe così, fra l’imbarazzo e lo sconcerto generale, il nuovo
manuale del partito fai da te. Torna nel momento più propizio a sparigliare
nuovamente le carte, a fare saltare il tavolo e ridare fiato a tutti. Il colpo
d’ala giusto ed appropriato per tornare al centro e riprendere l’attenzione, per stordire e continuare a far
sognare. Si muove così la politica di oggi fra una piazza e l’altra, fra un
referendum e l’altro, fra un sondaggio e l’altro. C’è n’è per tutti, per tutti i
lavoratori, per tutte le categorie, per tutte le rappresentanze, per tutte le
associazioni, per tutti i generi. Un proliferare in crescendo. Copia tu, copio
io. È tutto un numerare, un calcolare, un analizzare, un rendicontare e far
fruttare. È la politica diretta, la politica dei calvi, di quelli senza pelo,
di quelli che spiccano per semplicità e luminosità fra i tanti parrucconi che
agitano le acque della politica nostrana da tempo ormai immemorabile. Figure
salvifiche per l’immacolata astensione dalla politica politicante, dal teatrino
quotidiano delle retoriche istituzioni. Al loro tempio si risponde così: col
gazebo. Facile da montare, facile da spostare. Immacolato e candido in ogni
dove. Voi nei palazzi, noi nelle piazze. Ed il partito del nuovo prende piede
leggero più di ieri, fra l’entusiasmo e lo sgomento, fra il vulcanico eruttare
e l’incredula realtà, fra l’acredine dell’irriconoscenza e la stizzita risposta
degli esclusi. E così si riconquista il proscenio. Una melassa per i giornali, per
i media, per le articolesse a favore, per le filippiche dei contrari, per le
interminabili analisi nei vari salottini dell’intrattenimento giornaliero. Una
sfacciata derisione per i travet della politica, per i ragionatori di
professione, per i filosofi del fare e dell’ideare. Una ventata di nuovo per
stupire ed ammonire. Ed il mondo della politica, quella usuale, quella di
sempre, quella con i suoi riti, i suoi obblighi, con le sue giaculatorie e le
sue litanie si ferma sorpresa. Ancora una volta dopo il popolo delle primarie,
dopo le mirabolanti file domenicali al cospetto della scelta. Dopo le inebrianti,
ordinate e composte moltitudini di votanti entusiasti del loro ritrovato
protagonismo. Uomini e donne stretti nella decisione del futuro, eroici
protagonisti del sogno del domani. Dopo un nuovo scoppiettante
formarsi e riformarsi di partiti e partitini, dopo scissioni, composizioni e
ricomposizioni. Dopo continue chiamate in piazza per serrare le fila, per
protestare, per gridare le proprie ragioni, per manifestare gioiosamente. Dopo
una escalation simile, la risposta ci voleva dunque, immediata, sonora,
pregnante per bucare nuovamente lo schermo, per non smarrirsi, per tenere le
posizioni, per compiere lo scatto giusto e definitivo, dopo la mancata mitica
spallata. E la risposta è arrivata come sempre, geniale, precisa e geometrica
come deve essere, come meticolosamente bisogna che sia. A costo di rompere, di
urtare, di incrinare rapporti ed amicizie. Ma questa è la politica di questi
giorni, questo impone il manuale, questo risulta conveniente al mondo d’oggi.
Ma era già tutto previsto da mille e mille anni: o tempora o mores! Loro lo
sapevano, noi stiamo ancora imparando.
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