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I frantoi ipogei. Documentazione fotografica della Surbo sotterranea |
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storia di Surbo è stata sempre strettamente legata alla coltivazione
dell’olivo, alla sua produzione ed al suo sfruttamento commerciale. Ma non si
può parlare di produzione di olio senza parlare del modo in cui lo si può
trasformare a partire dalle olive: è per questo che i frantoi hanno un ruolo
importante nella storia della cultura e della architettura rurale di Surbo.
Legati profondamente ad una società di economia, a partire dal XVII e fino al
XIX secolo i frantoi erano per lo più ipogei, raramente semiipogei. Nel corso
dei secoli il numero dei frantoi ipogei è variato, e quindi è difficile
stabilirlo oggi con esattezza. Inoltre nel sottosuolo del centro storico si
susseguono fosse granarie, cantine, legnaie, e spesso è difficile distinguere
un frantoio ipogeo da un ipogeo scavato per uso diverso. Molti frantoi sono
scomparsi perché il loro spazio è stato riempito con materiale di risulta, o è
stato adibito ad altri usi. Alcuni nel corso nel periodo della seconda guerra
mondiale furono usati come rifugi antiaerei durante i bombardamenti. Per
conoscere la reale esistenza e consistenza dei frantoi ipogei sul territorio
comunale, il Comune di Surbo ha voluto eseguire una indagine conoscitiva, dalla
quale è emerso in primo luogo che dalla prima metà del 1600 alla seconda metà
del 1800 il loro numero fosse pian piano arrivato a 10 o 12. Se ne trova
traccia in vari documenti conservati nell’Archivio di Stato di Lecce. La
presenza dei frantoi in paese aveva caratterizzato i luoghi in cui si
trovavano, e li aveva fatti divenire punti di riferimento anche geografici: in
molti documenti ad esempio si trova citata una “strada detta il trappeto
della piazza”. In secondo luogo di questi frantoi se ne sono potuti
ritrovare cinque; sono quasi intatti, benchè abbandonati, ridimensionati, e
pieni di materiale vario, e sono tutti concentrati nel centro storico. In
alcuni di essi è possibile ancora vedere i canali di scarico olive (le sciave),
le pile in pietra leccese per l’olio, le vasche per la macinazione, le grandi macine
in calcare duro, i plinti per torchi detti in dialetto “petre, o culonne, te fusu”. Mancano del tutto gli “ordigni oleari” in legno (torchi,
stanghe, travi, ecc.); a volte conci in cemento chiudono camere, o corridoi, e
ci sono pareti intonacate, ma il bilancio di ciò che esiste e può essere
recuperato è nettamente positivo. L’indagine
conoscitiva fornisce una documentazione anche fotografica sulla Surbo
sotterranea, ed è il primo passo per il recupero e la valorizzazione di questi
resti di archeologia industriale che sono testimonianza di una civiltà
contadina per secoli alla base della società del nostro paese, e che oggi è stata
soppiantata dall’industria e dal terziario. Rimane ora un compito un po’
difficile dati i tempi che viviamo: trovare i fondi necessari per poterne
recuperare qualcuno. Così i frantoi ipogei ed il loro mondo potranno essere
motivo sia di conoscenza della nostra storia e della nostra cultura per le
nuove generazioni, che di attrazione turistica per coloro che ignorano
l’esistenza di questo mondo sotterraneo.
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