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Il cantautore Massimo Bubola si racconta in musica |
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Salire sul suo treno è come
partire per un viaggio senza meta e confini. Solo in compagnia di una chitarra,
una storia da raccontare, uno sguardo incantato che sfiora il passato in
controluce. Senza sapere dove e con chi si arriverà. Ciò che conta è la poesia
del vagare. Dentro di sé e dentro il ricordo. Non sempre è facile ‘salire sul treno’ di Massimo Bubola, una delle voci più rappresentative della canzone italiana, autore fra l’altro di testi interpretati dall’amico Fabrizio De Andrè. Il suo ultimo album s’intitola proprio “Quel Lungo Treno”. Un disco che ha il coraggio di affondare la penna nel passato straziante della prima guerra mondiale e scavare nell’anima di soldati al fronte, rievocare le distanze incolmabili, gli amori, il sangue ingiusto e gratuito. Ma nessun dramma è scontato o banale in queste ballate che tornano a vivere di radici folk, profondamente legate alla tradizionale popolare, cui è sotteso un continuo gioco di rimandi tra le vite dei protagonisti e l’intimo sentire dell’autore. Ed ecco che Bubola ripercorre, caratterizzandoli con il suo stile originale, cinque traditionals veneti, fra cui i famosi “Era una notte che pioveva” e “Monte Canino” arricchiti da sei nuove canzoni in un percorso che si snoda lungo le tragedie della Grande Guerra. Sono canti popolari che affondano le radici nella sua storia personale, fortemente debitori di quelle tradizioni tramandate di generazione in generazione: “Sono figlio di una famiglia contadina e non l’ho mai dimenticato – spiega Bubola nei suoi innumerevoli incontri tenuti in diverse città italiane -; alcuni di questi canti sono quelli che facevano piangere i patriarchi come mio padre, perché hanno una forte potenzialità evocativa, epica, di muovere la sabbia che c’è dentro di noi, in fondo al nostro cuore”. Bubola parla del suo disco dalla magia senza tempo e si abbandona con una punta di ironia ad alcune considerazioni sul mondo discografico odierno, troppo influenzato da scelte televisive di parte, che scarsamente tengono conto degli artisti veri. Perché in un panorama dove la qualità di una canzone sembra esser dettato dal numero di volte in cui viene trasmessa alla radio, il cantautore veronese ha fatto una scelta coraggiosa: “Ho tracciato un ritorno alle origini, per cui nutro gratitudine e riconoscenza. Era un disco già in programma da anni ed è stato un passaggio obbligato. Questa musica ha una potenza in grado di controbilanciare il fatto che siano canzoni corali”. Un’operazione che, nel riesumare il passato, rimane attuale, senza perdere la freschezza originaria: “Sono convinto che la forza della letteratura è inversamente proporzionale: più si va lontano con gli esempi, più questi risultano vicini. In genere abbiamo un’idea un po’ sfasata della storia; il problema è che, a differenza di quanto accade ad esempio in America, Spagna o Irlanda, nel resto dell’Occidente chi scrive canzoni ha una scarsissima cultura del folk”. Quale futuro, dunque, per la musica italiana? “I giovani faticano a farsi un’idea di come stanno le cose, complice anche una Tv che fa più che altro disinformazione. La canzone d’autore ha ancora un senso, ma deve andare avanti più organica e con percorsi più individuabili”. Parola di Bubola. Di un grande della musica che ha osato un’operazione eccezionale e coraggiosa come quella di “Quel Lungo Treno”. Di un cantautore che, senza aver puntati addosso i riflettori, continua ad appassionare con la sua poesia, perché “l’importante è scrivere cose buone ed esserne fieri”.
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