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Lecce 1797. Pura poesia nata da un'avance |
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Chi di voi può spiegare
l’impulso irrefrenabile che coglie un poeta quando impugna una penna e, di
getto, mette su carta ciò che gli detta il cuore? È un fenomeno viscerale che
fa di semplici parole, una melodia soave. Questo è ciò che successe nel lontano
1797 a Lecce. Andiamo, tuttavia, per gradi, senza svelare alcunché prima del
tempo. Tra l’aprile e il maggio di
quell’anno, la cittadina salentina visse momenti indimenticabili per la visita
di re Ferdinando IV. Che onore avere come ospite il personaggio più illustre
del regno. Il sovrano si recò in Puglia in occasione del matrimonio di suo
figlio Francesco con Clementina, arciduchessa d’Austria. Il lieto evento
avrebbe avuto luogo di lì a poco a Foggia, ma re Ferdinando, essendo in
anticipo, decise di fare una capatina in Terra d’Otranto. Tutti i leccesi,
nessuno escluso, si prodigarono affinché il seppur breve soggiorno del sovrano
fosse allietato da ogni genere di intrattenimento. La gente del sud, col suo calore,
trasmise al re un grande entusiasmo sopra ogni aspettativa e accolse
festosamente anche la regina Carolina, che raggiunse il suo consorte qualche
giorno dopo. “Furono giorni memorabili
per la città”, scrive il prof. Mario Marti, “si ballò, si cantò, si svolsero accademie di poesia, si suonò, furono
sparati fuochi pirotecnici e, a memoria, furono anche coniati quattro
medaglioni d’oro”. Fu una grande festa, insomma. Per il lieto evento arrivò a
Lecce una compagnia teatrale, nella quale brillava una stella più delle altre:
la “Prima Donna”. Il suo nome era Donna Teresa ed era una ballerina molto
dotata, come narrano le fonti del tempo, ma possedeva altresì un’impareggiabile
bellezza. Quest’ultima sua caratteristica si rivelò un’arma a doppio taglio per
lei. Gli uomini della Lecce bene non si lasciarono sfuggire l’occasione di
poterla ammirare e accorsero numerosi al suo spettacolo, cercando in ogni modo
di farsi notare. Un tale, più di tutti gli altri, ebbe uno slancio impetuoso e,
poco discretamente, offrì alla signora del denaro, otto once, per l’esattezza,
“affinché accondiscendesse alle sue
voglie”, come si legge in un manoscritto depositato presso la Biblioteca
Provinciale. La donna, offesa da cotanta sfacciataggine, rifiutò indignata
l’indecente offerta. Si sa, nelle piccole città le
voci girano e la gente mormora, ragion per cui, di lì a poco, il “fattaccio”
era già sulla bocca di tutti. La notizia, infiocchettata qua e là, secondo chi
la raccontava, si diffuse rapidamente tra i vicoli del centro storico e in
periferia, nei salotti e nei caffé e ciascuno svelava improbabili retroscena.
Cammina cammina, l’infelice indiscrezione giunse alle orecchie di un poeta, che
resta ancora oggi senza nome, il quale immaginò nella sua testa l’iter
dell’accaduto. La sua fantasia cominciò a viaggiare e nella sua mente
iniziarono a farsi strada pensieri e parole, tanto che decise di scrivere un
sonetto in dialetto, a cui ne seguì un secondo. Immaginò, in sostanza, che i
due protagonisti della vicenda, donna Teresa e l’indiscreto corteggiatore, si
parlassero, con botta e risposta, attraverso dei metaforici versi. Per rendere
giustizia all’accesa discussione, riportiamo di seguito i due componimenti in
questione. “Caza, ca è mutu àutu lu scannieddu, Caspita, che è molto alto lo sgabello, donna Teresa mia sì malennata! donna Teresa mia così carestosa! È berdate, lu mieru è muscatieddu,
È vero, il vino è moscatello, ma lu priezzu ci hai pustu è
scuppettata! ma il prezzo che
hai posto è una schioppettata! Lu maazenu è nu picca larghicieddu, Il magazzino è un po’ larghetto, la cantina se dice ca è
spuntata; la
cantina si dice che è sfondata; e poi se usta nquai lu spuntatieddu,
e poi, si gusta qui lo spuntatello, chiù de quiddu ci dae de la
buccata. più di quello che dà della
boccata. Se campa a Lecce nnu picca strittuliddu; Si campa
a Lecce un poco strettarello; e se siècuti tie de sta
manera, e se continui tu in tal maniera, nu sacciu se nde indi squarche nziddu. non so se poi ne vedi qualche
goccio. Nzomma, sienti a mie, se òi’ faci fera: Insomma,
senti a me se vuoi far fiera: cumenzalu a nu priezzu
duciuliddu, comincialo
a un prezzo un po’ più dolce, e minti allegramente la pandera” e metti fuori allegramente l’insegna. “L’hai scarrata: n’è bàutu lu scannieddu; Sei fuori
carreggiata: non è alto lo sgabello; no, nu su stata mai la mmalennata.
no, non sono stata mai la carestosa. Ciucciu, senza cu sai se è muscatieddu, O ciuco,
senza sapere se è moscatello, dici ca lu sta bindu a scuppettata?
tu dici ch’io lo vendo a schioppettata? Sienti: se lu maazenu è larghicieddu, Senti: se il magazzino è
larghicello, nu mporta; la cantina n’è spuntata;
non importa; la cantina non è sfondata; ùsate, comu ulivi, spuntatieddu,
gustati, come volevi, lo spuntatello, marìtuma lui je de la buccata. mio marito lo beve della
boccata. Stescia Lecce quant’ole strittuliddu;
Stia Lecce strettarello quanto vuole; marìtuma lu je de na manera,
mio marito lo beve d’una maniera, can u nde resta mai pe bui nu nziddu. che non ne resta mai per voi un
goccio. Nzomma, nu su benuta ffazzu fera;
Insomma, non son venuta per far fiera; cigna lu mieru tou chiù duciuliddu,
comincia il tuo vino più dolcetto, e scaffate de retu la pandera! " e quell’insegna schiaffatela
dietro! Il prof. Marti, uno dei più
autorevoli nomi del panorama salentino, ha descritto i due sonetti “vivi per quelle corrispondenze
contrappuntistiche innervate di ironia grassottella e di popolaresco sarcasmo;
per il lessico energico e vitale in un linguaggio in cui l’allusività diventa
condizione determinante di esistenza”. Re Ferdinando lasciò Lecce con
la sua regina e tutto il suo seguito. La “Prima Donna” migrò con la sua
compagnia verso orizzonti ancora inesplorati. La cittadina salentina riprese la
sua vita di sempre, ma nessuno poté dimenticare l’episodio bislacco che, seppur
banale, partorì una straordinaria poesia che, dopo secoli, vive come allora.
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