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Il CaLIBRO/ Addio a Florio Santini, l'"Asino Arpista" amante del Salento

  
di Carlo STASI

Il CaLibro di Carlo Stasi

Lo scrittore toscano è morto a Lucca

 

Dopo aver donato al Museo di Maglie la sua collezione di oggetti orientali, lo scrittore, da anni sofferente per un male incurabile (il mio “inquilino” lo chiamava con ironia), ha lasciato Casamassella ed il “suo” Salento ed è tornato nella natia Lucca dove, non molti mesi fa, la morte se lo è portato via.

Se una notte d'inverno... aveste incontrato un uomo come Florio Santini, non avreste potuto non sentirvi "riscaldati" dal suo calore umano e dalla sua affabilità. Un affabile ed ineffabile affabulatore che, nonostante gli acciacchi dell'età, teneva banco con l'esperienza dei suoi anni e lo spirito mordace del "toscanaccio" in esilio volontario.

Ed ecco che nel buio della notte sempre più fredda che circonda un infervorato gruppo di amanti della cultura, arriva, fresco fresco di stampa, come un cornetto caldo dopo una notte di baldoria, il suo ultimo libro il Diario dell'Asino Arpista (LiberArs, Lecce 2000).

Florio Santini era un ex-diplomatico lucchese che, dopo lungo peregrinare tra estremo Oriente ed Africa nera, aveva gettato le ancore nel Canale d'Otranto, aveva messo radici nel Salento e da questo mare non aveva più intenzione di salpare, né di sradicarsi da questa terra, anche perché, dopo circa 20 anni di permanenza salentina, la sua toscanità aveva fortemente risentito degli influssi della Tramontana che batte Capo d'Otranto e dello Scirocco che richiama esotiche terre.

Arroccato nel suo Castello di Casamassella (frazione di Uggiano la Chiesa), proprio nel castello della famiglia dell'illustre economista leccese Antonio De Viti De Marco (dove nacque il grande poeta Girolamo Comi), Florio Santini aveva trovato il luogo adatto per darsi alla letteratura e per sentirsi vivo in una terra che, apparentemente addormentata, ha una vitalità ed una vivacità profonda, come i fiumi sotterranei su cui galleggia.

Una terra, la nostra, da cui tutti paiono voler fuggire, tutti con lo sguardo rivolto al Nord; una terra che (violentata dagli stessi salentini) sta diventando estremo rifugio, "deserto mistico" di numerosi artisti ed intellettuali provenienti da tutta Italia e perfino dal resto dell'Europa (si veda il caro Norman Mommens anche lui recentemente scomparso) a ricordarci che qui abbiamo ricchezze e risorse che se opportunamente valorizzate ci impedirebbero di andarcene altrove, cioè da nessuna parte.

Qui Santini, novello Robinson, aveva trovato la sua (agognata) isola deserta, dove viveva, insieme alla compagna (una principessa vietnamita, di nome Siou-Wan ovvero Piccola Nuvola), circondato da fedeli Venerdì (i suoi cani) ed infischiandosene del mondo che corre non si sa dove.

A tal proposito, credo che nulla più di questo telegramma scritto dal nostro e pubblicato nel Diario esprima così sinteticamente bene le scelte di vita dello scrittore: "Dopo esistenza trascorsa quattro angoli pianeta, finalmente studio et vivo felice in terra d'Otranto, ricca per me inattesi valori storici, umani, ambientali, tanto da oramai non desiderare ulteriori migrazioni-rigetto. Bastami oggi grande civiltà dell'olivo, simbolo classico unione popoli mediterranei et oltre". Meditate gente!

E così, dopo Memorie di un culturale (Lucca 1985), Paesi dell'Anima (Gallipoli 1987), Il cuore non bruciò (sulle orme di Shelley) (Viareggio 1995) selezionato al Premio Strega 1996, E trovai lo spirito del mondo (Galatina 1998), Miscellanea salentina (Lecce 1999) e Prose e poesie dell'Asino Arpista (Lecce 1992), ecco il diario dell'Asino Arpista, mitica figura (illustrata sul mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto) che Santini aveva voluto come metafora di se stesso.

Dopo le prose e le poesie, Santini si è cimentato col Diario, un diario che evidentemente stava stretto all'esuberante scrittore che, nel breve spazio di 100 pagine di diario, esprime il se stesso scrittore con le sue fisime e ritrosie. Ed eccolo interrogarsi, mettere a fuoco i tentativi di conciliare il suo bisogno di esprimersi con l'angustia dello spazio concessogli, ed eccolo stringersi, allargarsi, perfino barare sulla lunghezza, inseguire il filo dei ricordi alternandolo a riflessioni sul contingente, interrogarsi, snocciolando perle di saggezza, sulla natura della scrittura ("scrivere senza far cancellature, è come vivere senza mai sbagliare"), sull'amicizia ("l'amicizia è paragonabile ad una sorgente di felicità perpetua..."), sulla gelosia ("tra femmine, troppo ricche d'affetto"), sulla tolleranza (che "viene scambiata per debolezza"), sul razzismo ("si è razzisti per distrazione, il che significa per ignoranza"), sul Salento, sul sud ("esistono giovani pieni di idee, di progetti originali..." ma le "belle intenzioni iniziali sbiadiscono inesorabilmente dentro una palude di pigrizia..."), ecc.

Da quella notte d'inverno passa oltre un anno, ed ecco che, una mattina d'estate stavolta, Florio sforna la seconda parte del Diario dell'Asino Arpista (LiberArs, Lecce 2001), dove l'autore, continuando dalla pagina 101 del diario, ci porta fino a circa 250 "giornate", concludendo con una appendice di poesie "usate" (già edite) la cui ambientazione spazia dall'Africa, dall'Oriente al nostro Oriente d'Italia. Ed ecco il "baobab contorto" che trova riscontro nel salentino "olivo", mentre all'alto castello di mattone scuro di Goree (Africa) si contrappone la Torre della Serpe di Otranto ("straccio" "in bilico" tra oriente e occidente) alla cui disperata maestosità (maestosa nel suo gesto circolare) Santini attribuisce la sua fermata nel Salento (Forse per lei, qui, mi fermai un giorno), terra da cui, nonostante i suoi difetti (Nel Salento tutto è lento: /.../niente accade in un momento/.../spesso il far si fa tormento; / ma di starci non mi pento), Santini non vuole più andar via.

Passa un altro anno ed ecco il 3° volume del Diario. Poi, il silenzio.

Finisce con questo libro autobiografico, in tre puntate, il percorso creativo di Santini, scrittore autoreferenziale, dove l’autore si illumina perché è "il singolo e nient'affatto il sole ad essere il centro luminoso d'un commovente, umano, sensibile sistema solare" e con la sua (auto)ironia, si guarda dentro ed attorno, aiutandoci a fare altrettanto. Addio Florio e grazie!

 

 

 

 


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