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Il CaLIBRO/ Addio a Florio Santini, l'"Asino Arpista" amante del Salento |
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Lo scrittore toscano è morto a Lucca Dopo
aver donato al Museo di Maglie la sua collezione di oggetti orientali, lo
scrittore, da anni sofferente per un male incurabile (il mio “inquilino” lo
chiamava con ironia), ha lasciato Casamassella ed il “suo” Salento ed è tornato
nella natia Lucca dove, non molti mesi fa, la morte se lo è portato via. Se
una notte d'inverno... aveste incontrato un uomo come Florio Santini, non
avreste potuto non sentirvi "riscaldati" dal suo calore umano e dalla
sua affabilità. Un affabile ed ineffabile affabulatore che, nonostante gli
acciacchi dell'età, teneva banco con l'esperienza dei suoi anni e lo spirito
mordace del "toscanaccio" in esilio volontario. Ed
ecco che nel buio della notte sempre più fredda che circonda un infervorato
gruppo di amanti della cultura, arriva, fresco fresco di stampa, come un
cornetto caldo dopo una notte di baldoria, il suo ultimo libro il Diario
dell'Asino Arpista (LiberArs, Lecce 2000). Florio
Santini era un ex-diplomatico lucchese che, dopo lungo peregrinare tra estremo
Oriente ed Africa nera, aveva gettato le ancore nel Canale d'Otranto, aveva
messo radici nel Salento e da questo mare non aveva più intenzione di salpare,
né di sradicarsi da questa terra, anche perché, dopo circa 20 anni di
permanenza salentina, la sua toscanità aveva fortemente risentito degli
influssi della Tramontana che batte Capo d'Otranto e dello Scirocco che
richiama esotiche terre. Arroccato
nel suo Castello di Casamassella (frazione di Uggiano la Chiesa), proprio nel
castello della famiglia dell'illustre economista leccese Antonio De Viti De
Marco (dove nacque il grande poeta Girolamo Comi), Florio Santini aveva trovato
il luogo adatto per darsi alla letteratura e per sentirsi vivo in una terra
che, apparentemente addormentata, ha una vitalità ed una vivacità profonda,
come i fiumi sotterranei su cui galleggia. Una
terra, la nostra, da cui tutti paiono voler fuggire, tutti con lo sguardo
rivolto al Nord; una terra che (violentata dagli stessi salentini) sta
diventando estremo rifugio, "deserto mistico" di numerosi artisti ed
intellettuali provenienti da tutta Italia e perfino dal resto dell'Europa (si
veda il caro Norman Mommens anche lui recentemente scomparso) a ricordarci che
qui abbiamo ricchezze e risorse che se opportunamente valorizzate ci
impedirebbero di andarcene altrove, cioè da nessuna parte. Qui
Santini, novello Robinson, aveva trovato la sua (agognata) isola deserta, dove
viveva, insieme alla compagna (una principessa vietnamita, di nome Siou-Wan
ovvero Piccola Nuvola), circondato da fedeli Venerdì (i suoi cani) ed
infischiandosene del mondo che corre non si sa dove. A
tal proposito, credo che nulla più di questo telegramma scritto dal nostro e
pubblicato nel Diario esprima così sinteticamente bene le scelte di vita dello
scrittore: "Dopo esistenza trascorsa
quattro angoli pianeta, finalmente studio et vivo felice in terra d'Otranto,
ricca per me inattesi valori storici, umani, ambientali, tanto da oramai non
desiderare ulteriori migrazioni-rigetto. Bastami oggi grande civiltà
dell'olivo, simbolo classico unione popoli mediterranei et oltre".
Meditate gente! E
così, dopo Memorie di un culturale (Lucca
1985), Paesi dell'Anima (Gallipoli
1987), Il cuore non bruciò (sulle orme di
Shelley) (Viareggio 1995) selezionato al Premio Strega 1996, E trovai lo spirito del mondo (Galatina
1998), Miscellanea salentina (Lecce
1999) e Prose e poesie dell'Asino Arpista
(Lecce 1992), ecco il diario dell'Asino Arpista, mitica figura (illustrata
sul mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto) che Santini aveva voluto
come metafora di se stesso. Dopo
le prose e le poesie, Santini si è cimentato col Diario, un diario che
evidentemente stava stretto all'esuberante scrittore che, nel breve spazio di
100 pagine di diario, esprime il se stesso scrittore con le sue fisime e
ritrosie. Ed eccolo interrogarsi, mettere a fuoco i tentativi di conciliare il
suo bisogno di esprimersi con l'angustia dello spazio concessogli, ed eccolo
stringersi, allargarsi, perfino barare sulla lunghezza, inseguire il filo dei
ricordi alternandolo a riflessioni sul contingente, interrogarsi, snocciolando
perle di saggezza, sulla natura della scrittura ("scrivere senza far cancellature, è come vivere senza mai sbagliare"),
sull'amicizia ("l'amicizia è
paragonabile ad una sorgente di felicità perpetua..."), sulla gelosia
("tra femmine, troppo ricche
d'affetto"), sulla tolleranza (che "viene scambiata per debolezza"), sul razzismo ("si è razzisti per distrazione, il che
significa per ignoranza"), sul Salento, sul sud ("esistono giovani pieni di idee, di progetti
originali..." ma le "belle
intenzioni iniziali sbiadiscono inesorabilmente dentro una palude di
pigrizia..."), ecc. Da
quella notte d'inverno passa oltre un anno, ed ecco che, una mattina d'estate
stavolta, Florio sforna la seconda parte del Diario dell'Asino Arpista (LiberArs,
Lecce 2001), dove l'autore, continuando dalla pagina 101 del diario, ci porta
fino a circa 250 "giornate", concludendo con una appendice di poesie
"usate" (già edite) la cui ambientazione spazia dall'Africa,
dall'Oriente al nostro Oriente d'Italia. Ed ecco il "baobab contorto"
che trova riscontro nel salentino "olivo", mentre all'alto castello di mattone scuro di Goree
(Africa) si contrappone la Torre della Serpe di Otranto ("straccio" "in bilico" tra oriente e occidente)
alla cui disperata maestosità (maestosa
nel suo gesto circolare) Santini attribuisce la sua fermata nel Salento (Forse per lei, qui, mi fermai un giorno),
terra da cui, nonostante i suoi difetti (Nel
Salento tutto è lento: /.../niente accade in un momento/.../spesso il far si fa
tormento; / ma di starci non mi pento), Santini non vuole più andar via. Passa
un altro anno ed ecco il 3° volume del Diario. Poi, il silenzio. Finisce
con questo libro autobiografico, in tre puntate, il percorso creativo di
Santini, scrittore autoreferenziale, dove l’autore si illumina perché è "il singolo e nient'affatto il sole ad essere
il centro luminoso d'un commovente, umano, sensibile sistema solare" e
con la sua (auto)ironia, si guarda dentro ed attorno, aiutandoci a fare
altrettanto. Addio Florio e grazie!
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