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Verso quale identità ? |
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È ormai consuetudine
valutare l’azione di governo o lo stato di salute di una nazione attraverso
indicatori di natura eminentemente economica ed anche subordinare le decisioni
politico amministrative al soddisfacimento di parametri anche questi di
derivazione finanziaria legati a politiche di bilancio. In altre parole un
primato dell’economia sulla politica intesa nella sua eccezione più pura e più
nobile di progettazione della società, di governo del territorio, di visione
del mondo. Ed è questo che da alcuni decenni avviene nel mondo occidentale,
nelle cosiddette nazioni più industrializzate. E d’altro canto non poteva
essere diversamente soprattutto oggi alla luce del crollo delle grandi ideologie
che, nel bene e nel male, hanno caratterizzato e significato profondamente
tutto il Novecento. Da qui dunque, da
questa sconfitta ideologica, lo sviluppo di una nuova società che da un lato ha
inteso porre al centro dell’azione di governo la politica economica e
riconsiderare il lavoro per ottimizzarlo e legarlo alle dinamiche del crescente
progresso tecnologico, di fatto subordinarlo alle esigenze di ricavo, a
elaborazioni di curve statistiche, di previsioni e suggestioni di costi e
benefici. Una visione del lavoro improntata sul ciclo economico, su modelli che
derivano dal processo industriale e vengono realizzati oltre che fin nelle sue
più fini diramazioni di aziende ed imprese anche in nuovi ambiti lavorativi
che, pur di differente estrazione, vengono così accomunati da un identico ed
impersonale standard riproduttivo. Ne è derivata così una società che ha dovuto
rispondere alle nuove problematiche legate all’estensione e alla
diversificazione del mercato come conseguenza di un fenomeno di globalizzazione
e di mondializzazione ed adottare strumenti di flessibilità e di autonomia per
governare il nuovo mercato del lavoro. Ma ne è scaturita
dall’altra una società che ha dovuto ripensare la spesa, gli investimenti,
ridiscutere il patto del lavoro, ridisegnare la fisionomia della società nel
suo insieme per come fin qui era stata proposta. A questo stato delle cose rispondono dunque gli indicatori della
politica di governo ancor più quando l’Europa di oggi si fonda e nasce come
unione di Stati, come entità politica, come luogo politico, come momento di
sintesi, ad impronta prevalentemente finanziaria e tecnocratica e che di fatto
imbriglia la politica ad una severissima visione di pragmatismo economico, di
rigore e rispetto di standard prefigurati. Quale sviluppo potrà esservi
partendo esclusivamente da queste basi, verso quale direzione? Quale sogno
consegneremo alle nuove generazioni, quale caratterizzazione, quale
specificità, quale anima al popolo europeo? Ed è questo un dilemma
incredibilmente forte che la classe dirigente europea dovrebbe porsi.
Analogamente quale posto potrebbero avere altri impact factor di diversa
derivazione nel determinismo e nel disegno della nuova Europa? Quale risposta
alle nuove questioni che emergono oggi ancor più prepotentemente? Quale
risposta decisa e convincente allora ad esempio dinanzi al problema della
fecondazione assistita che investe oggi l’opinione pubblica italiana per l’alto
impatto emozionale e ci costringe ad un referendum ma che d’altro canto si
offre a soluzioni estremamente diverse nelle altre legislazioni europee. Ed ancora quale
risposta concreta e convincente al dilagare dell’uso delle droghe, al bisogno
sempre crescente di fare ricorso a sostanze stupefacenti, al dividersi
inutilmente fra droghe pesanti e droghe leggere? Quale soluzione al fenomeno
dell’omosessualità per quel che si chiede oggi in termini di riconoscimento
giuridico delle coppie gay e quindi a tutte quelle problematiche conseguenti
alla regolarizzazione di una famiglia fra simili per sesso? Quale modello di
famiglia allora, quale tipo di scuola, quale modello educativo? Ed ancor di
più: vi è oggi posto in Europa per un modello religioso, per un sentire
religioso oppure il mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa è
conseguenza dell’uomo nuovo europeo che demanda tutto alla scienza e alla
tecnocrazia in nome della ragione? Quali valori, quali ideali, dunque in
definitiva concretizzano la nostra Europa? E potremmo continuare per tanti
quanti sono gli aspetti che aspettano una risposta che sia prima di tutto una
risposta frutto di una elaborazione ideale, figlia di un pensiero forte, che
sia anche una risposta politica. È giusto allora
pensare di demandare il momento decisionale all’opinione, al qualunquismo,
all’interesse personale oppure esprimere un atteggiamento di sufficienza e per
questo allontanare la soluzione di tali problemi e annacquare fino
all’inverosimile l’essenza della domanda? Sarebbe una classe politica
estremamente povera quella che pensasse ai sotterfugi, agli escamotage, alle
subordinate, alle derivate, alle posizioni di un Don Abbondio qualsiasi, alle
fughe vergognosamente pilatesche. Sarebbe impersonale
quella classe dirigente che pensasse di demandare alla scienza, alle fredde
leggi scientifiche il destino dell’uomo, il divenire della Storia, che pensasse di organizzare la vita dei popoli
in nome di un rigore economico, di un freddo totem numerico. Verso quale
identità? Verso quale modello di società? Verso quale modello ideale e politico
ci dirigiamo? Siamo in grado di elaborare un nuovo pensiero europeo, un nuovo
sogno europeo? Vi è oggi un’alternativa a questo stato di cose? È
l’interrogativo di fondo. Perché di fatto oggi l’Europa, e l’Occidente in
maniera più estensiva, dimostra di riconoscersi unicamente nell’homo
economicus, nel primato della tecnica e della ragione, dimostra di non
riconoscere un passato, dimostra di non sognare un futuro diverso.
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