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Verso quale identità ?
  
di Francesco CACCETTA

Verso quale identità

È ormai consuetudine valutare l’azione di governo o lo stato di salute di una nazione attraverso indicatori di natura eminentemente economica ed anche subordinare le decisioni politico amministrative al soddisfacimento di parametri anche questi di derivazione finanziaria legati a politiche di bilancio. In altre parole un primato dell’economia sulla politica intesa nella sua eccezione più pura e più nobile di progettazione della società, di governo del territorio, di visione del mondo. Ed è questo che da alcuni decenni avviene nel mondo occidentale, nelle cosiddette nazioni più industrializzate. E d’altro canto non poteva essere diversamente soprattutto oggi alla luce del crollo delle grandi ideologie che, nel bene e nel male, hanno caratterizzato e significato profondamente tutto il Novecento.

Da qui dunque, da questa sconfitta ideologica, lo sviluppo di una nuova società che da un lato ha inteso porre al centro dell’azione di governo la politica economica e riconsiderare il lavoro per ottimizzarlo e legarlo alle dinamiche del crescente progresso tecnologico, di fatto subordinarlo alle esigenze di ricavo, a elaborazioni di curve statistiche, di previsioni e suggestioni di costi e benefici. Una visione del lavoro improntata sul ciclo economico, su modelli che derivano dal processo industriale e vengono realizzati oltre che fin nelle sue più fini diramazioni di aziende ed imprese anche in nuovi ambiti lavorativi che, pur di differente estrazione, vengono così accomunati da un identico ed impersonale standard riproduttivo. Ne è derivata così una società che ha dovuto rispondere alle nuove problematiche legate all’estensione e alla diversificazione del mercato come conseguenza di un fenomeno di globalizzazione e di mondializzazione ed adottare strumenti di flessibilità e di autonomia per governare il nuovo mercato del lavoro.

Ma ne è scaturita dall’altra una società che ha dovuto ripensare la spesa, gli investimenti, ridiscutere il patto del lavoro, ridisegnare la fisionomia della società nel suo insieme per come fin qui era stata proposta.  A questo stato delle cose rispondono dunque gli indicatori della politica di governo ancor più quando l’Europa di oggi si fonda e nasce come unione di Stati, come entità politica, come luogo politico, come momento di sintesi, ad impronta prevalentemente finanziaria e tecnocratica e che di fatto imbriglia la politica ad una severissima visione di pragmatismo economico, di rigore e rispetto di standard prefigurati. Quale sviluppo potrà esservi partendo esclusivamente da queste basi, verso quale direzione? Quale sogno consegneremo alle nuove generazioni, quale caratterizzazione, quale specificità, quale anima al popolo europeo? Ed è questo un dilemma incredibilmente forte che la classe dirigente europea dovrebbe porsi. Analogamente quale posto potrebbero avere altri impact factor di diversa derivazione nel determinismo e nel disegno della nuova Europa? Quale risposta alle nuove questioni che emergono oggi ancor più prepotentemente? Quale risposta decisa e convincente allora ad esempio dinanzi al problema della fecondazione assistita che investe oggi l’opinione pubblica italiana per l’alto impatto emozionale e ci costringe ad un referendum ma che d’altro canto si offre a soluzioni estremamente diverse nelle altre legislazioni europee.

Ed ancora quale risposta concreta e convincente al dilagare dell’uso delle droghe, al bisogno sempre crescente di fare ricorso a sostanze stupefacenti, al dividersi inutilmente fra droghe pesanti e droghe leggere? Quale soluzione al fenomeno dell’omosessualità per quel che si chiede oggi in termini di riconoscimento giuridico delle coppie gay e quindi a tutte quelle problematiche conseguenti alla regolarizzazione di una famiglia fra simili per sesso? Quale modello di famiglia allora, quale tipo di scuola, quale modello educativo? Ed ancor di più: vi è oggi posto in Europa per un modello religioso, per un sentire religioso oppure il mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa è conseguenza dell’uomo nuovo europeo che demanda tutto alla scienza e alla tecnocrazia in nome della ragione? Quali valori, quali ideali, dunque in definitiva concretizzano la nostra Europa? E potremmo continuare per tanti quanti sono gli aspetti che aspettano una risposta che sia prima di tutto una risposta frutto di una elaborazione ideale, figlia di un pensiero forte, che sia anche una risposta politica.

È giusto allora pensare di demandare il momento decisionale all’opinione, al qualunquismo, all’interesse personale oppure esprimere un atteggiamento di sufficienza e per questo allontanare la soluzione di tali problemi e annacquare fino all’inverosimile l’essenza della domanda? Sarebbe una classe politica estremamente povera quella che pensasse ai sotterfugi, agli escamotage, alle subordinate, alle derivate, alle posizioni di un Don Abbondio qualsiasi, alle fughe vergognosamente pilatesche.

Sarebbe impersonale quella classe dirigente che pensasse di demandare alla scienza, alle fredde leggi scientifiche il destino dell’uomo, il divenire della Storia, che  pensasse di organizzare la vita dei popoli in nome di un rigore economico, di un freddo totem numerico. Verso quale identità? Verso quale modello di società? Verso quale modello ideale e politico ci dirigiamo? Siamo in grado di elaborare un nuovo pensiero europeo, un nuovo sogno europeo? Vi è oggi un’alternativa a questo stato di cose? È l’interrogativo di fondo. Perché di fatto oggi l’Europa, e l’Occidente in maniera più estensiva, dimostra di riconoscersi unicamente nell’homo economicus, nel primato della tecnica e della ragione, dimostra di non riconoscere un passato, dimostra di non sognare un futuro diverso.

                                                                                                       

 

 

 


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