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IL DIBATTITO sulla SCUOLA/ Il riformismo di cassa e l'urgenza del dialogo
  
di Graziana URSO*

IL RIFORMISMO DI CASSA E L'URGENZA DEL DIALOGO

La levata di scudi contro il decreto Gelmini ha ricordato a un Paese sempre più distratto e acritico che in democrazia la scuola è un tema prioritario, squarciando il velo di un'altra Italia, cosciente, vigile, che ha a cuore il futuro dei suoi figli. Non è il fronte di un aprioristico “no” quello che ha miracolosamente unito studenti, docenti e genitori nell'aspra battaglia dei giorni scorsi in difesa della dignità dell'istruzione pubblica. Nei corridoi delle scuole si parla da anni della necessità di riformare il sistema: una volontà di cambiamento diffusa, che non ha mai trovato nei piani alti del Ministero interlocutori capaci di interpretarla.

Il problema della scuola italiana è anche questo: il recente susseguirsi di ministri dell'istruzione che conoscevano, nella migliore delle ipotesi, la sola realtà universitaria. Di fatto, negli ultimi anni nessuno ha saputo mettere mano a una riforma organica dell'intero ciclo degli studi. Mariastella Gelmini, di professione avvocato, ha preteso di proporsi come il faro del cambiamento, sventolando la bandiera degli sprechi scolastici da tagliare, dietro cui si cela la longa manus di Tremonti. Peccato, però, che la scuola non sia una voce di spesa come un'altra: ogni intervento economico su di essa non può prescindere da un'adeguata riflessione didattica.

La novità più significativa introdotta dal decreto 137 è senza dubbio il ritorno al maestro unico nella scuola primaria, al quale plaude Loris Gastaldo nell'ultimo numero di Euromediterraneo. Secondo il collega, la riforma Mattarella del 1990 avrebbe segnato una linea di demarcazione tra preparazione (gli over 30) e impreparazione (gli under 30), dando il la al processo di “deculturizzazione” del Paese. A riprova che le semplificazioni raramente si fondano su dati oggettivi, obiettiamo, rapporto Ocse alla mano, che la scuola elementare è il segmento dell'istruzione pubblica italiana più efficiente, dunque è perlomeno ingeneroso attribuirle le colpe della scarsa qualità formativa delle nuove generazioni. Piuttosto, è opportuno chiedersi che cosa significhi davvero, in termini didattici, il ritorno al maestro unico.

La scuola elementare di oggi è il frutto di un ampio dibattito pedagogico, che sul finire degli anni Ottanta raccolse tra gli altri i contributi di Carlo Buzzi, presidente dell'Associazione Maestri Cattolici, e di Aurelio Sinisi, direttore generale delle elementari. La riforma Mattarella rispondeva alla moltiplicazione dei bisogni formativi, in un mondo in cui non era più sufficiente saper leggere, scrivere e far di conto. È nata così la formula del “team”: tre insegnanti per due classi, incaricati di educare i bambini anche alla musica, all'arte, alle scienze, discipline prima escluse dalla programmazione didattica. La specializzazione dei docenti ha portato nuova linfa ad una scuola pronta ad adeguarsi alla società contemporanea e ad aprirsi al territorio, senza perdere rigore e autorevolezza, una scuola che attualmente investe su ciascun alunno quasi 600 dollari in più della media Ocse.

Questo patrimonio - che ha raggiunto punte di eccellenza nelle scuole emiliane, ideatrici di un metodo educativo, il “Reggio Approach”, adottato in tutto il mondo – viene dissipato con un colpo di spugna da un provvedimento che non poggia su alcuna tesi pedagogica. Si torna alla scuola modello Cuore, che è stata però anche la scuola della disuguaglianza sociale e della dispersione del diverso (i Franti), dell'emarginazione (le classi differenziali); la scuola contro cui si levò la protesta di don Milani, che aveva già compreso l'importanza di un insegnamento plurale accogliendo chiunque – dal giornalista al fabbro – potesse arricchire la formazione dei suoi allievi. Reintrodurre il maestro unico vuol dire impoverire l'offerta formativa, con la riduzione del tempo-scuola a 24 ore settimanali e un drastico taglio di contenuti.

Non meno preoccupante è il modo con cui il governo ha affrontato l'intera questione: è lecito intervenire sulla scuola via decreto, adoperando cioè uno strumento legislativo che scavalca utenti, addetti ai lavori e lo stesso parlamento? Il Ministro dell'Istruzione ha dimostrato di ignorare una prassi ormai consolidata nelle aule scolastiche, quel dialogo che un bravo docente sa garantire, anche in presenza di interventi scomposti, senza dover ricorrere alla minaccia del voto in condotta (il cui ritorno non è mai stato peraltro contestato). Forse è questa la misura del fallimento della scuola italiana.

Proviamo allora ad aprire una discussione seria sul futuro dell'istruzione, invece di liquidare come “sceneggiate” manifestazioni di dissenso che altro non sono se non espressioni di disagio.

Nel nostro Paese l'anello debole della catena formativa è la scuola secondaria inferiore e superiore: è qui che bisogna intervenire, operando scelte lucide e ponderate. Occorre rinnovare la scuola media, ingabbiata in programmi obsoleti, e potenziare l'orientamento scolastico per evitare che il quinquennio superiore diventi uno sterile parcheggio; colmare il vuoto formativo dei nostri istituti tecnici e professionali, che relegano l'Italia agli ultimi posti della classifica Ocse negli studi per la qualificazione al lavoro; monitorare le risorse economiche dei licei evitando la proliferazione di progetti didattici utili solo a rimpinguare le tasche di docenti e dirigenti.

Nessuna riforma, però, sarà mai realmente efficace senza il coraggio di introdurre nella scuola italiana criteri meritocratici, che consentano una riqualificazione del sistema formativo. A partire dagli insegnanti, che rivendicano un giusto adeguamento del loro stipendio agli standard europei ma sono restii a ogni forma di valutazione delle loro attività.

È pur vero che l'unica proposta in tal senso, quella avanzata otto anni fa dal ministro Berlinguer, prevedeva una prova semistrutturata destinata ad appurare soltanto le conoscenze disciplinari del docente, che non sempre coincidono con le competenze didattiche. Da qui la necessità di criteri di valutazione differenti, che verifichino, ad esempio, la progressione nell'apprendimento degli alunni, dall'inizio alla fine dell'anno scolastico, attraverso prove loro somministrate da una commissione esterna e imparziale. Si potrebbe optare anche per una modifica del sistema di reclutamento degli insegnanti, attualmente fondato su graduatorie che tengono conto della sola anzianità di servizio, garantendo l'immissione in ruolo ai più capaci e promuovendo il turnover. Persino i sindacati, un tempo ostili alla gerarchizzazione del corpo docente, oggi si dichiarano aperti al confronto. Possibile che destra e sinistra non sappiano far altro che cavalcare dialetticamente l'esigenza di meritocrazia, senza offrire però risposte concrete, un piano di intervento? O si teme che la meritocrazia possa diventare un agente di responsabilizzazione e mobilità sociale, di liberazione dal privilegio?

La verità è che per discutere di scuola è necessario anzitutto compiere un atto di onestà intellettuale, tirandosi fuori da meschine logiche di propaganda o, peggio, di opportunismo politico. È necessario comprendere, una volta per tutte, che un sistema formativo malato è figlio ma anche padre di un Paese malato, che spezzare questo circolo vizioso è la sola via per non recedere dalla civiltà. Dopo anni di colpevole disinteresse è arrivato il momento di considerare il rinnovamento dell'istruzione un'urgenza, prima che la recessione economica ci costringa a ricordare quello che i ragazzi di Barbiana gridavano quarant'anni fa: “La scuola sarà sempre meglio della merda”.

 

 

 

*Docente di Lettere presso l’Istituto Liceale Statale “T. Ciceri” di Como

 

 


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