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IL DIBATTITO sulla SCUOLA/ La scuola, Tremonti, Gelmini e …dintorni |
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Placatasi, almeno un po’, la
grancassa della protesta contro il vituperato decreto Gelmini, dopo aver letto
commenti, analisi sociologiche, panegirici o, viceversa, demonizzazioni sulla
stampa di opposto colore politico, consegno a queste poche righe alcune
riflessioni che mi vengono dal cuore, come persona che nella scuola vive e
lavora da 22 anni, prima come docente e oggi come dirigente scolastico. La cosa che non finisce di
sorprendermi, benché la stessa litania si riproduca ormai da anni, è l’assoluta
mancanza di equilibrio, senso di responsabilità, correttezza divulgativa,
obiettività in chi ha il compito di informare l’opinione pubblica. La Gelmini,
un’onesta trentacinquenne con poca esperienza politica e forse pure
professionale e di vita, è stata dipinta come una specie di strega cattiva che
vuole male ai bambini, a cui toglie una pluralità di maestri così utili alla
formazione del pargoletto. Questa è, evidentemente, una rappresentazione
falsata della realtà: si può discutere sulla valenza pedagogica del c.d.
“modulo” (tre insegnanti su due classi), ma non si può negare che
l’introduzione del suddetto fu una meravigliosa operazione di abilità
sindacale, con la quale si moltiplicarono cattedre, in vista di un già
annusabile calo demografico. I bambini che prima del 1990 frequentavano le
elementari non risultano aver sofferto particolari menomazioni per aver avuto
un singolo insegnante o un insegnante prevalente. D’altro canto, giustificare
il ritorno all’antico con motivazioni pedagogiche è un altro atto di ipocrisia,
dal momento che tutti sanno che è finito il periodo delle vacche grasse,
“Pantalone” ha pagato troppo ed ora è in cura dimagrante, che, in questo caso, non
va di moda tra le maestre, che protestano per rivendicazioni di categoria e non
per motivi didattici. Il ritorno alla valenza
giuridica del voto di condotta non è un atto contro il bullismo, come lo si è
voluto far passare. In questo ha ragione chi dice che il bullismo non si
sconfigge con le sanzioni disciplinari. Il voto di condotta è un atto di
giustizia, un premio a chi rispetta le regole, una punizione per chi non le
rispetta, come avviene in tutti i Paesi civili del mondo. Il ministro
Berlinguer, uno dei più autorevoli responsabili, a mio modo di vedere, del
degrado della scuola attuale, privò gli alunni, non proni al potere ma solo
disciplinati ed educati, di un elementare riconoscimento, danneggiando anche
gli indisciplinati, per cui nessuna forma di correzione educativa è stata più
possibile. Il grembiulino uguale per tutti
era un segno di umiltà democratica nell’Italia disastrata del dopoguerra; oggi
è un segno di ribellione verso un consumismo sfrenato, che distingue i bambini
in base al capo di abbigliamento che indossano. Questo è il decreto Gelmini, di
cui, peraltro, la Gelmini è stata solo la promotrice, dal momento che la
responsabilità della sua adozione è di tutto il Governo. Quale riforma della scuola si
intravede in questo provvedimento? Il filosofo Gentile, autore di una vera
riforma, per quei tempi rivoluzionaria,
si starà rivoltando nella tomba. Contro questo provvedimento di
piccolo cabotaggio e di buon senso “contadino” si sono occupate scuole, usate
spranghe, si è violata la legge nelle più disparate forme e si invoca
addirittura un ridicolo referendum. Invece, il buon Tremonti,
ministro dell’Economia, il vero responsabile di una serie di tagli, spesso
indiscriminati, al settore dell’istruzione (e non solo), ha subìto solo un
flebile sibilo della protesta. I risparmi sono sacrosanti, alcuni accorpamenti
pure, ma se si risparmia bisogna pure dire dove vanno a finire questi risparmi;
non si può risparmiare sulla ricerca, sui laboratori, su una spesa che è già
ridotta all’osso. Del resto, bisognerebbe dare il
tempo al Governo di spiegare come vuole utilizzare i risparmi, dal momento che
sull’università nulla è stato ancora deciso. Però, in Italia abbiamo inventato
la protesta preventiva, una specialità che non trova riscontri in Europa. C’è
poi, non nel decreto Gelmini ma in un altro decreto, un piano di
ridimensionamento anche del numero delle ore di lezione negli istituti di ogni
ordine e grado, in ossequio al risparmio ma anche, nei fatti, al principio che
non si può stare sei o sette ore nei banchi ad ascoltare una lezione frontale.
È questo il vero motivo per cui quasi tutti gli studenti scioperano, occupano,
autogestiscono: si devono prendere una salutare pausa dall’aggressione
didattica della scuola. Ma intanto, vengono usati dai docenti per sostenere le
proprie rivendicazioni di categoria (mantenere il “posto” intatto, con la
stessa materia, nella stessa scuola, con le stesse classi, con le stesse abulie
e insoddisfazioni, anche economiche, di sempre): i poveri studenti non
capiscono che meno ore, su materie più mirate, fanno solo i loro interessi. Allora, in conclusione, è giusto
dire che bisogna confrontarsi prima di prendere decisioni, ma queste decisioni
bisogna prenderle, per poi magari contestarle. Contestare ciò che non c’è è
sintomo o di malafede o di imbecillità; nell’uno e nell’altro caso non c’è
molto da stare allegri. *Preside del Liceo
Scientifico “Monticelli” di Brindisi
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