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La pietra de Santu Vitu

  
di Valentina VANTAGGIATO

LA PIETRA DE SANTU VITU

Nella chiesetta di Calimera, intitolata a San Vito, si erge un megalite, simbolo fallico femminile, legato al rito pagano del passaggio attraverso il foro, propiziatorio per la fertilità

 

 

 

 

Nella Grecìa Salentina, area del Salento che ancora conserva l’antica parlata grica, vi è una cittadina, Calimera, che, tra le altre cose, custodisce nel suo feudo una piccola chiesa intitolata a San Vito, situata nella campagna, ai margini di un bosco, eretta nel XV secolo.

Molto semplice nell’architettura e dalla forma pulita, si scorge appena nella folta vegetazione circostante, dove, immancabili, si scorgono alberi d’ulivo, contorti dal tempo e rigogliosi con i loro preziosi frutti.

Il prospetto, completamente intonacato”, scrive Antonella Perrone, “è largo pressappoco quanto l’altezza, mostrando dunque una superficie muraria quadrata, priva di decorazioni, delimitata in alto da un semplicissimo livellino di coronamento in pietra leccese”. “Al centro”, prosegue, “spicca il portale d’accesso, riquadrato da una cornice modanata in maniera estremamente lineare”.

Sull’architrave esterna si legge: “Vinculum perfectionis charitas 1684”. La linea di mezzeria è indicata da una croce in pietra leccese collocata su una cornice.

La cappella rupestre, nonostante i rimaneggiamenti fatti nel corso dei secoli, conserva ancora, sul lato sinistro, un campanile a vela, le cui campane nel passato segnalavano ai contadini che vivevano nella campagna circostante l’inizio delle funzioni religiose.

Varcata la soglia, l’interno della chiesetta è ancora più povero rispetto all’esterno. L’unico ambiente, a pianta rettangolare, originariamente doveva essere coperto da una cupola “dipinta a fresco”, mentre oggi si vede solo un solaio. In principio vi erano tre altari tutti dedicati a San Vito, dei quali, tuttavia, ne rimane solo uno, sulla parete di fondo.

Per i calimeresi, la chiesetta rappresenta una testimonianza significativa di quanto riti e tradizioni di origine pagana siano stati adottati dal Cristianesimo”, scrive ancora la Perrone.

Difatti, al centro dell’edificio, nel pavimento, come se sbucasse direttamente dal terreno sottostante, vi è un grande masso con un foro al centro, sul quale ancora si intravedono tracce di affreschi che riproducono l’effigie di San Vito Martire: è la “Pietra de Santu Vitu”.

Si tratta di un megalite preesistente alla chiesa, simbolo fallico femminile, legato al rito pagano del passaggio attraverso il foro, propiziatorio per la fertilità. Il foro ha un diametro di circa 23 centimetri. La pietra calimerese è ormai conosciuta in tutto il Salento e molta gente si reca ogni anno nella cappella, nel giorno di Pasquetta, per ammirarla e per compiere un rito antico che ancora persiste. La tradizione vuole, infatti, che chiunque passi attraverso il foro sia guarito dalle malattie e, soprattutto, ottenga la fertilità. È proprio tale ragione che spinge numerose donne giovani e meno giovani a far visita alla chiesetta. Ci si distende per terra a pancia in giù e, strisciando sul pavimento, si passa attraverso il foro.

La popolazione calimerese festeggia il Lunedì dell’Angelo recandosi all’antica cappella di San Vito e ripetendo il rito. Proprio lì, ogni anno, la Proloco organizza una manifestazione durante la quale la popolazione può riappropriarsi della propria identità culturale, riscoprendo, attraverso il compimento di questa antica consuetudine, le proprie origini etniche.

Più volte gli storici locali hanno ribadito che tale rito fosse di natura propiziatoria, portatore di rinascita e purificazione, assimilato al culto femminile della Dea Madre, risalente all’età preistorica, in un secondo momento assorbito dal Cristianesimo.

Il libro “La Pietra, il Bosco, la Chiesa di San Vito o della Pietra forata” di Silvano Palamà, presidente del circolo culturale Ghetonìa di Calimera, presenta in tal senso delle interessanti novità. Tra queste il fatto che, per la prima volta, l'autore ha documentato, grazie anche all’ausilio di una ricca galleria fotografica, la presenza di altri massi forati in Europa, di monumenti megalitici, di arcaici luoghi di culto cristiani, che presentano questo tipo di “passaggio”.

Tale presenza”, spiega Nicola De Paulis, “è infatti così diffusa nel mondo megalitico europeo che le pietre vengono denominate in bretone "menan toll"; così come "menhir", pietra lunga, e "dolmen" tavola di pietra. Così una pietra forata, esiste a Holestone in Irlanda, dove i fidanzati si promettono fedeltà dandosi la mano attraverso il foro. A Hornindal, in Norvegia, si trova una pietra simile a quella presente nella chiesa di San Vito, dove veniva svolto un rito simile. O in Francia, a Trie Chateau, in cui in un dolmen si ritrova un foro, da cui venivano fatti passare i bambini. Non mancano riferimenti a riti simili in America e in Giappone”.
In Terra d’Otranto vi sono altri esempi simili, come nella cripta medievale de “la Madonna t'u carotto” (la Madonna del buco) di Parabita, in cui si accede attraverso un foro.
Una storia affascinante, quella de “La pietra de Santu Vitu”, che attira numerosi curiosi che giungono nelle chiesetta pensando “non ci credo, ma non si sa mai”. Provate anche voi e attraversate il foro nel giorno di Pasquetta. Chissà, potreste ottenerne dei benefici.

 

 

 

 


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