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Uranio impoverito: è caccia alle streghe |
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L’uranio impoverito è, da
qualche anno, argomento di animate polemiche per le teorie di effetti
devastanti sull’uomo e sulla natura. L’U. I. è il residuo della produzione
dell’U. arricchito per esigenze civili e militari ed è un materiale a bassa
radioattività la cui inalazione o ingestione, sotto forma di polveri, può determinare contaminazione
radioattiva. Il problema è l’utilizzo dell’U.I. in armamenti. L’effetto
dell’U.I. è l’incremento del potenziale perforante ed incendiario che deriva
dalle caratteristiche del materiale e viene impiegato per armi destinate a
colpire mezzi corazzati o strutture blindate. Nel personale militare impiegato
nei Balcani, in Golfo Persico e in Afghanistan
si è riscontrata una percentuale statisticamente superiore alla media
per alcune neoplasie che vengono attribuite, anche senza una effettiva
relazione riconosciuta da studi e ricerche, al contatto con le polveri di U.I..
Le polveri sono indubbiamente tossiche e possono provocare forme tumorali a
vari organi: come il PM10 o le polveri di carbone o il cemento ed altro. È
evidente che il malato deve essere assistito e curato al meglio, che le
ricerche devono continuare per fare luce sui problemi e che chi rimane leso da
mali rilevanti deve essere aiutato e sostenuto anche per il suo futuro. Ma oggi
siamo alla caccia alle streghe, dove la strega è l’U.I.: il Ministro della
Difesa ha specificamente detto che le FF.AA. italiane NON hanno in dotazione
armi contenenti U.I. e che NON ne impiegano. Si verificano due fatti: il primo
è una commissione parlamentare di inchiesta che razzola per l’Italia cercando
prove di uso di U.I., il secondo che tutti coloro che sono stati in qualche
modo a contatto con armi e munizioni o poligoni, se colpiti (purtroppo) da
qualche forma tumorale accusano l’Uranio. La Commissione: gira per L’Italia
perdendo tempo e facendone perdere. Sono venuti recentemente ad esaminare il
poligono di Torre Veneri, sul mare in prossimità di Lecce. Orbene: questo è un
poligono “nazionale”, dove solo le nostre FF.AA. si addestrano e quindi, non
avendo munizioni all’U.I., non possono averle impiegate, inoltre nei poligoni
addestrativi come Torre Veneri si usano munizioni “da esercizio”, cioè senza
carica esplosiva, composte da bossolo, carica di lancio e proiettile (un
semplice “pezzo di ferro”) e questo per vari motivi: per il costo, l’armamento
“in guerra” costa molto di più e non si spreca per sparare contro una sagoma di
legno, un bidone di latta o una zattera trainata; per motivi di sicurezza
perché un proiettile potrebbe non esplodere e richiedere interventi di bonifica
con misure cautelative importanti. Il sopralluogo della Senatrice Menapace e
degli altri membri è una presa in giro per il Parlamento e per la popolazione:
bastava chiedere al Capo di Stato Maggiore dell’E.I. e avrebbero avuto le
stesse risposte, senza spostarsi in viaggio turistico, a spese nostre, nella
terra Salentina. Ma forse avrebbe mentito? O hanno forse prelevato campioni di
terra per darli a qualche laboratorio di loro fiducia, tipo Greenpeace o
Peacelink? Siamo al ridicolo! Molto più triste, ma immotivata, l’accusa di aver
contratto forme tumorali avendo manipolato bossoli e armi all’U.I. nei poligoni
tipo Torre Veneri, teoria assolutamente impossibile: l’U. non c’è mai stato.
Come l’ipotesi di contaminazione radioattiva per la presenza nei depositi di
eventuali armi all’U.I.: in ambito civile è usato e manipolato, come zavorra su
aerei di linea (il Boeing 747 ne ha 1.500 kg.), schermatura da radiazioni (!!)
negli studi radiologici, zavorra nei bulbi degli yacht a vela ed altri ancora. Nessun
problema rilevato. Un velo di alluminio di 0,2 millimetri o un involucro di
plastica fermano le radiazioni che emette, tanto sono basse e deboli!
Manipolarlo o starci vicino non ha provocato, statisticamente, fenomeni
rilevanti nel corso di decenni di uso. Incidenti con l’esplosione di U.I. in
centrali nucleari americane con altissima concentrazione di particelle
nell’aria respirata dai tecnici non ha provocato conseguenze rilevanti nemmeno
dopo anni. Per subirne bisogna ingerire, respirare o assorbire attraverso
ferite, dosi elevate di polveri o schegge, ma l’insorgenza del problema sarebbe
sempre su tempi medio-lunghi, non in pochi mesi, data la bassissima radioattività,
e gli organi colpiti sono quelli direttamente a contatto con esso, cioè reni,
fegato, pancreas o polmoni, ma i linfoblastomi non hanno nesso dimostrato. Il
problema U.I. appare sempre più come speculazione politica e ideologica,
destinata ad agitare animi e sentimenti. Fermo restando che è un materiale
tossico, che non fa certo bene respirarlo o ingerirlo e che è necessario
attuare tutte le misure di protezione per il personale a rischio contatto, come
si fa per l’amianto o per qualsiasi prodotto chimico, bisogna dire basta a
strumentalizzazioni e polemiche, cercando, magari, altre possibili cause,
perché se nelle aree bombardate i fenomeni di linfomi di Hodgkin o non-Hodgkin
sono praticamente inesistenti nelle popolazioni locali, che vivono da anni
nelle zone contaminate, come mai i nostri soldati, sani come pesci fino al
giorno prima, dopo solo pochi mesi di presenza in quelle terre si ammalano? Non
si può pensare ad altre cause? Ad esempio, le dosi massicce di vaccini
somministrati ai militari prima di partire potrebbero, imprevedibilmente, aver
sconvolto in alcuni di loro il sistema immunitario e provocato l’insorgenza di neoplasie
a causa non nota e che, comunque, colpiscono anche chi non è mai stato esposto
a rischi. E questo non certo per colpevolizzare medici e sistema, ma perché a
volte si scatenano reazioni impreviste ed imprevedibili. E allora curiamo e
assistiamo i poveri malati, come si devono curare tutti i malati, ma non si
vada alla caccia di streghe per motivi ideologici. Non serve a nessuno, men che
meno a chi soffre.
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