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Obiettivo: modernizzare il Paese. A colloquio con la senatrice Adriana Poli Bortone |
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Il complesso e intricato presente della politica e dell’economia
italiana secondo la Senatrice Adriana Poli Bortone In questo periodo l’economia e
la politica italiana sembrano essere precipitate nel caos: eventi come la crisi
di Alitalia, l’evoluzione dei partiti politici tradizionali e la possibilità di
incisive riforme degli enti territoriali rischiano, a loro volta, di confondere
l’opinione pubblica, alimentando un generale e diffuso senso di smarrimento. In una fase così delicata,
carica di tensioni e contraddizioni, compito della politica dovrebbe essere
anche quello di fare chiarezza. A tal fine abbiamo chiesto ad una delle figure
più autorevoli e competenti del panorama politico italiano ed europeo, la
Senatrice Adriana Poli Bortone, di analizzare alcuni degli avvenimenti che
incideranno profondamente sul nostro sistema politico ed economico. Senatrice, l’accordo su Alitalia tra sindacato e CAI, è, a suo parere,
frutto della mediazione di Gianni Letta o piuttosto della debolezza della CGIL? Un vero e proprio evento, oltre
che un fatto di natura semplicemente politica o economica, per la grandissima
capacità del Presidente del Consiglio di mantenere una promessa che aveva fatto
durante la campagna elettorale, dimostrando che quella promessa non era “da
campagna elettorale” ma rappresentava una realtà. La mediazione di Gianni Letta
ritengo che sia stata determinante alla fine. Letta, che può vantare una lunga
esperienza politica, è sempre stato un grandissimo mediatore. Il suo intervento
è assolutamente in linea con i principi
dettati dal Presidente Berlusconi e quindi, in coerenza con tali principi,
Letta ha portato avanti una trattativa indubbiamente non facile perché
bisognava scardinare quella che è una forma di sindacalismo, io credo, ormai
anacronistica. Dell’intera operazione, l’aspetto più interessante e innovativo,
in termini di cultura politica e sindacale, mi è parso essere la posizione di
CGIL, rimasta pressoché isolata rispetto agli altri sindacati e all’UGL, la
quale, oggi, siede a pieno titolo al tavolo delle trattative e che, da questo
momento in poi, siederà a pieno titolo a tutti quanti i tavoli delle
trattative. UIL, CISL e UGL hanno dimostrato di essere molto più moderne in
termini di concezione del lavoro e del rapporto tra lavoratori e datori di
lavoro. Voglio dire che mentre CGIL ha insistito sull’antica conflittualità,
gli altri hanno insistito, invece, molto più sul moderno concetto di assunzione
di responsabilità e di compartecipazione. Quali le sensazioni di un leader storico di AN come Adriana Poli
Bortone a pochi mesi dalla
fusione del suo partito con il PDL? Non solo ho il dovere, come
membro, tra l’altro, dei cento costituenti a livello nazionale, ma anche la
voglia di partecipare. La partecipazione al processo di fusione con il PDL
rappresenta un passo in avanti ulteriore rispetto a quello compiuto attraverso
le liste bloccate e l’attuale legge elettorale per una maggiore governabilità,
perché l’Italia non voleva più vivere nell’incertezza del Governo a livello
nazionale. Sotto questo aspetto, l’esperienza del governo Prodi è stata
emblematica. Il processo è dettato dai tempi,
dalla modernità, dalla voglia dei cittadini di sentirsi, per l’appunto,
governati. AN, considerata “la destra” in Italia, era di fronte ad una scelta:
quella di rimanere come antica testimonianza di un passato, oppure partecipare
alla modernizzazione dello Stato. Abbiamo scelto, così come dal ’94 in poi,
questa seconda strada e quindi il PDL non è che lo sbocco necessario di un
percorso lungo ormai quindici anni. Certo, non sarei intellettualmente onesta
se non dicessi che all’interno del partito ci sono delle perplessità ma,
ovviamente, ci sono tutte le volte che gli spazi di rappresentanza si riducono
e per AN si ridurranno notevolmente. La necessità di dover fare dei sacrifici
di carattere personale in nome e per conto di un percorso politico di modernità
non è facilissimo da fare comprendere, soprattutto in “periferia”. Credo che
daremo molto spazio ai circoli culturali come momento d’aggregazione di una
comunità umana che comunque non vuole perdere i suoi valori di riferimento. Nel corso di un recente talk show televisivo, Gianni Alemanno avrebbe
indicato le Province come fonti di spreco: da “amministratore locale” cosa ne
pensa? Esistono realtà virtuose? Penso che Alemanno non volesse
dire “fonti di spreco”. Ai fini della riforma fiscale, intesa come
bilanciamento tra federalismo fiscale e federalismo istituzionale, dovrebbero
rivedersi le istituzioni che effettivamente sono utili al territorio.
Continuare ad investire in un’istituzione che oggi non è più necessaria, in
quanto ha delle funzioni e delle competenze che sono duplicate rispetto a
quelle dei Comuni da una parte e delle Regioni dall’altra, è senz’altro da considerare
uno spreco. Oltretutto esistono sul territorio delle forme associative che non
coincidono con le Province e che, tuttavia, rappresentano anch’esse costi e
sprechi notevolissimi. Se è vero che nella riforma del Titolo V della
Costituzione i Comuni sono messi allo stesso livello dello Stato e delle
Regioni, è evidente che il Comune deve avere una sua forza, una sua autonomia,
una sua dignità “istituzionale” e anche una capacità di programmazione sul
territorio: dunque un ruolo molto forte con delle funzioni e delle competenze
che debbono essere riconosciute e finanziate in modo chiaro. I Comuni possono aggregarsi in
“Unioni di Comuni”, ma non possono determinare una duplicazione del Sindaco o
dei Consigli comunali, che diventino anche Sindaco dell’Unione o Consigli
dell’Unione. Io immagino, tanto per fare un esempio, che dei piccoli Comuni di
tre, quattro, cinquemila abitanti, si mettano insieme sul territorio e che
abbiano la loro rappresentanza, i loro servizi ed esplichino le loro funzioni
in termini di Unione. Allora, se queste sono le nuove forme aggregative è
chiaro come la Provincia, che dovrebbe avere un ruolo di raccordo e di
programmazione territoriale sovracomunale, stia perdendo la sua funzione
originaria e quindi, da tempo, si dice che può agevolmente essere soppressa.
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