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Antiche usanze per fare il bucato

  
di Valentina VANTAGGIATO

ANTICHE USANZE PER FARE IL BUCATO

Comodo al giorno d’oggi fare il bucato. Si mettono i panni sporchi nella lavatrice, si seleziona il programmino più adatto, la temperatura, si mettono il detersivo e l’ammorbidente e si schiaccia il pulsante magico. Dopo poco, il gioco è fatto, le robe profumate e linde, niente calli sulle mani, fatica zero e molto più tempo da dedicare a se stessi.

Povere nonne, invece. Per loro fare il bucato rappresentava un momento di vera fatica. Tale rituale, perché così poteva considerarsi, richiedeva ben tre giorni di tempo.

La prima operazione consisteva nel mettere a bagno i panni da lavare in un’ampia vasca con acqua e sapone a scaglie. Si lasciavano lì per tutta la notte, affinché si ammorbidissero ben bene. Il giorno seguente, poi, le massaie spostavano i panni zuppi d’acqua in un recipiente di terracotta chiamato in gergo “còfinu” e li sistemavano uno sull’altro. La disposizione dei panni seguiva alcune regole: alla base quelli colorati e rozzi, i più pesanti, a seguire quelli bianchi e i delicati.

Tale contenitore somigliava molto alla nostra “pignata”, forma a tronco di cono con un’apertura all’estremità superiore. Sul fondo un foro per far defluire l’acqua, chiuso da un tappo di sughero. Il “còfinu” veniva sistemato su una panca a circa cinquanta centimetri da terra.

Per aumentare la capienza de lu còfinu”, scrive Piero Vinsper, “oltre il suo orlo, si inseriva un cerchio formato da un insieme di tavolette di legno ben levigate, larghe dieci ed alte trenta centimetri, che si incastravano tra di loro”. Così facendo, si riusciva ad avere un ulteriore bordo di forma circolare su cui si adagiava un telo, chiamato ceneraccio, tessuto al telaio. Ricadendo all’esterno del recipiente, tutt’intorno, formava all’interno una cavità che serviva a contenere la cenere precedentemente pulita e passata al setaccio. Le massaie salentine utilizzavano normalmente la cenere prodotta dal ramo secco di vigna, probabilmente per via del suo alto contenuto di potassa e di soda.

Si procedeva, così, a versare nell’incavo la cenere e dell’acqua bollente, riscaldata a dovere sul fuoco in una grande pentola di rame, detta “caddara”. L’acqua, poco alla volta, scendeva nel recipiente in terracotta e detergeva i panni in esso contenuti. Un ottimo sistema per purificare la biancheria sporca.

Quando il “còfinu” era colmo d’acqua, si toglieva il tappo di sughero e il liquido poteva defluire all’esterno trascinando con sé tutta la sporcizia e le impurità. Quest’acqua sporca veniva raccolta in un altro contenitore di creta chiamato “vacaturu” e poi rimessa nella grossa pentola sul fuoco. Prima che riprendesse a bollire, si versava quest’acqua nel “còfinu” e si ripeteva l’intera operazione diverse volte. Solo la massaia sapeva quando era il tempo di smettere.

Quest’acqua, nei vari passaggi, cambiava il suo colore che diventava marrone scuro. Ma non veniva gettata via, al contrario la si riutilizzava per lavarsi i capelli.

Quando il “còfinu” era ben freddo, dopo alcune ore, si metteva tutto in ordine. La biancheria veniva nuovamente lavata con del sapone, la si sciacquava abbondantemente con acqua nella quale erano state messe, legate in un piccolo fazzoletto, delle sfere di blue oltremare per rendere più brillanti gli indumenti.

Si poteva poi procedere all’asciugatura e i panni venivano stesi al sole.

Un lavoro certamente estenuante per le povere massaie salentine dei tempi antichi. La forza era necessaria, non solo di volontà, ma anche fisica, perchè non era certo una passeggiata fare tutte queste operazioni.

Ancora oggi, qualche arzilla nonnina consiglia alle proprie nipoti di usare la cenere quando qualche macchia non va via, ma forse loro storcono il muso perché di strofinare proprio non se ne parla. Meglio il pulsante magico…dopo poco, il gioco è fatto.

 

 


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