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Antiche usanze per fare il bucato |
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Comodo al giorno d’oggi fare il
bucato. Si mettono i panni sporchi nella lavatrice, si seleziona il programmino
più adatto, la temperatura, si mettono il detersivo e l’ammorbidente e si
schiaccia il pulsante magico. Dopo poco, il gioco è fatto, le robe profumate e
linde, niente calli sulle mani, fatica zero e molto più tempo da dedicare a se
stessi. Povere nonne, invece. Per loro
fare il bucato rappresentava un momento di vera fatica. Tale rituale, perché
così poteva considerarsi, richiedeva ben tre giorni di tempo. La prima operazione consisteva
nel mettere a bagno i panni da lavare in un’ampia vasca con acqua e sapone a
scaglie. Si lasciavano lì per tutta la notte, affinché si ammorbidissero ben
bene. Il giorno seguente, poi, le massaie spostavano i panni zuppi d’acqua in
un recipiente di terracotta chiamato in gergo “còfinu” e li sistemavano uno
sull’altro. La disposizione dei panni seguiva alcune regole: alla base quelli
colorati e rozzi, i più pesanti, a seguire quelli bianchi e i delicati. Tale contenitore somigliava
molto alla nostra “pignata”, forma a tronco di cono con un’apertura
all’estremità superiore. Sul fondo un foro per far defluire l’acqua, chiuso da
un tappo di sughero. Il “còfinu” veniva sistemato su una panca a circa
cinquanta centimetri da terra. “Per aumentare la capienza de lu còfinu”, scrive Piero Vinsper, “oltre il suo orlo, si inseriva un cerchio
formato da un insieme di tavolette di legno ben levigate, larghe dieci ed alte
trenta centimetri, che si incastravano tra di loro”. Così facendo, si
riusciva ad avere un ulteriore bordo di forma circolare su cui si adagiava un
telo, chiamato ceneraccio, tessuto al telaio. Ricadendo all’esterno del
recipiente, tutt’intorno, formava all’interno una cavità che serviva a
contenere la cenere precedentemente pulita e passata al setaccio. Le massaie
salentine utilizzavano normalmente la cenere prodotta dal ramo secco di vigna,
probabilmente per via del suo alto contenuto di potassa e di soda. Si procedeva, così, a versare
nell’incavo la cenere e dell’acqua bollente, riscaldata a dovere sul fuoco in
una grande pentola di rame, detta “caddara”. L’acqua, poco alla volta, scendeva
nel recipiente in terracotta e detergeva i panni in esso contenuti. Un ottimo
sistema per purificare la biancheria sporca. Quando il “còfinu” era colmo
d’acqua, si toglieva il tappo di sughero e il liquido poteva defluire
all’esterno trascinando con sé tutta la sporcizia e le impurità. Quest’acqua
sporca veniva raccolta in un altro contenitore di creta chiamato “vacaturu” e
poi rimessa nella grossa pentola sul fuoco. Prima che riprendesse a bollire, si
versava quest’acqua nel “còfinu” e si ripeteva l’intera operazione diverse
volte. Solo la massaia sapeva quando era il tempo di smettere. Quest’acqua, nei vari passaggi,
cambiava il suo colore che diventava marrone scuro. Ma non veniva gettata via,
al contrario la si riutilizzava per lavarsi i capelli. Quando il “còfinu” era ben
freddo, dopo alcune ore, si metteva tutto in ordine. La biancheria veniva
nuovamente lavata con del sapone, la si sciacquava abbondantemente con acqua
nella quale erano state messe, legate in un piccolo fazzoletto, delle sfere di
blue oltremare per rendere più brillanti gli indumenti. Si poteva poi procedere
all’asciugatura e i panni venivano stesi al sole. Un lavoro certamente estenuante
per le povere massaie salentine dei tempi antichi. La forza era necessaria, non
solo di volontà, ma anche fisica, perchè non era certo una passeggiata fare
tutte queste operazioni. Ancora oggi, qualche arzilla nonnina consiglia alle proprie nipoti di usare la cenere quando qualche macchia non va via, ma forse loro storcono il muso perché di strofinare proprio non se ne parla. Meglio il pulsante magico…dopo poco, il gioco è fatto.
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