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DOSSIER EUROPA/ Insieme, contro il terrorismo |
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In materia di sicurezza interna,
la lotta contro il terrorismo è necessariamente diventata, dopo l’11 settembre
2001, una delle priorità più alte dell’Unione europea, sia sul piano interno
che su quello delle relazioni esterne, con gli Stati Uniti come con altri Paesi
e regioni. Siamo stati tutti newyorkesi
l’11 settembre 2001 e madrileni l’11 marzo 2004, non soltanto sul piano
emotivo, ma anche su quello della ragione e della necessità, poiché abbiamo
capito tutti che la nostra sicurezza, in quanto Stati, in quanto europei, in
quanto individui, era ormai in gioco, ostaggio di un processo radicale di cui
nessuno conosce, al momento, le modalità, gli sviluppi, l’epilogo e tanto meno
la conclusione. Dieci giorni dopo gli attentati
di New York e Washington, l’Unione europea si è dotata di un piano di azione
che integrava tutte le dimensioni della lotta contro il terrorismo, comprese
quelle della sicurezza esterna dell’Unione attraverso la politica estera e di
sicurezza comune (Pesc) e quelle dipendenti dal primo pilastro. L’attività
svolta è stata di importanza fondamentale, anche se si può affermare, tenuto
conto della posta in gioco e delle sfide che si pongono, che i lavori non sono
sempre stati efficaci come avremmo auspicato, né condotti con la serenità
imposta dall’esigenza di garantire una maggiore sicurezza alle popolazioni dei
nostri Stati. Una seconda tappa fondamentale è
stata l’adozione, il 12 dicembre 2003, da parte del Consiglio europeo di
Bruxelles, della “strategia europea di sicurezza” proposta dall’Alto
Rappresentante e Segretario generale dell’Unione europea Javier Solana. Questo
documento insiste sul fatto che l’Europa “si trova ancora confrontata a minacce
e sfide in materia di sicurezza” e che nessun “Paese è […] in grado di
affrontare da solo i complessi problemi del nostro tempo”. Esso identifica
queste nuove minacce nel terrorismo, nel proliferare delle armi di distruzione
di massa, nei conflitti regionali e nella criminalità organizzata. Per ciò che
riguarda il terrorismo, afferma che “l’Europa costituisce per i terroristi un
bersaglio e insieme una base operativa: […]. Basi logistiche per cellule di Al
Qaeda sono state scoperte nel Regno Unito, in Italia, Germania, Spagna e
Belgio. Si rende quindi necessaria un’azione europea concertata”. Gli attentati
dell’11 marzo 2004 a Madrid hanno purtroppo confermato la veridicità di tale
analisi. Il Consiglio europeo del 17 e 18
giugno 2004 ha definito un piano di azione rinnovato dell’Unione europea,
destinato a durare, che mobilita tutte le risorse dell’Unione e quelle degli
Stati membri per quanto riguarda la sicurezza interna dell’Europa. A partire
dalla riunione tenutasi a dicembre 2004, esso procede due volte l’anno a un
esame dell’implementazione del piano di azione/tabella di marcia. Aggiungo che
questa tabella di marcia costituisce uno strumento essenziale, in quanto deve
facilitare, o meglio precisare, il lavoro legislativo dei parlamenti nazionali,
consentendo loro un dialogo più ampio con le autorità governative, sia sul
piano della definizione della strategia di lotta contro il terrorismo che su
quello delle relazioni esterne. Il Consiglio europeo ha
sottolineato gli importanti progressi già compiuti, segnatamente la conclusione
dei lavori riguardanti la direttiva relativa al risarcimento delle vittime
della criminalità, il regolamento del Consiglio relativo all’attribuzione di
nuove funzioni al Sistema di informazione Schengen, la decisione del Consiglio
riguardante la creazione di un sistema di informazione sui visti, e l’accordo
tra Europol e Eurojust. A seguito di una proposta del
Segretario Generale e Alto Rappresentante, abbiamo creato, in seno al
Segretariato del Consiglio, un centro per la raccolta delle informazioni
riguardanti tutti gli aspetti della minaccia terrorista, il SitCen (Situation
Center). Alcune delle misure adottate
possono senz’altro apparire un po’ “tecniche” alle popolazioni dei nostri
Stati, ma diverse di esse dovrebbero riguardare più direttamente i cittadini.
Penso, in particolare, alla clausola di solidarietà, alla protezione dei
testimoni e al programma per il risarcimento delle vittime. Anche
l’introduzione di dati biometrici nei passaporti e la creazione di un’agenzia
europea di controllo delle frontiere dovrebbero essere percepite dalle
popolazioni come decisioni che contribuiscono alla loro sicurezza in maniera
concreta e quotidiana. Vorrei porre in evidenza due
problematiche che mi stanno a cuore e che considero della massima importanza.
Si tratta rispettivamente del finanziamento del terrorismo e della qualità
degli scambi di informazioni tra Stati membri in vista di un’analisi più
approfondita della minaccia. In materia di congelamento dei
beni, spetta all’Unione quanto agli Stati membri rafforzare l’efficacia
dell’attuazione della risoluzione 1373 del Comitato di sicurezza della Nazioni
Unite. L’attenzione verrà posta in particolare su una migliore conoscenza e un
miglior controllo dei sistemi non bancari di trasferimento dei fondi nonché
delle Ong a scopo umanitario o filantropico. Il problema di un migliore
scambio di informazioni tra Stati membri resta uno dei più spinosi. Numerosi
stati membri si sono detti riluttanti a creare una sorta di agenzia europea di
informazioni che, in tutti i casi, impiegherebbe un certo numero di anni per
acquisire una reale capacità operativa, laddove l’urgenza della situazione
richiede una concretezza immediata. Distinguendo gli scambi di informazione che
mirano a definire lo stato di una minaccia da quelli che riguardano le attività
operative, è sembrato possibile e legittimo, pur badando a non creare strutture
nuove, favorire la creazione in seno all’Unione di scambi di informazioni
focalizzati su un’analisi della minaccia posta dal terrorismo islamico. In
altre parole, questa nuova unità auspicata dai capi di Stato e di governo come
dai ministri coinvolti deve limitarsi alla valutazione della minaccia a partire
da un impiego più efficace delle strutture esistenti, senza ledere la
responsabilità degli Stati membri dal momento che si tratta di scambi di
informazioni operative, ovvero che hanno per finalità la prevenzione o
l’interruzione delle attività terroristiche. È pertanto apparso indicato
realizzare nell’ambito del SitCen una capacità di analisi della minaccia
terrorista a partire dalla costituzione di un’unità composta da esperti dei
servizi di informazione e di sicurezza degli Stati membri. Per ciò che riguarda le
relazioni con gli Stati Uniti, sono già stati firmati degli accordi a livello
europeo in materia di estradizione e di assistenza reciproca, di cooperazione
tra le forze di polizia ed Europol nell’ambito dello scambio di informazioni e
di dati personali, di sicurezza dei
trasporti aerei. disponiamo inoltre di relazioni di lavoro su altri temi, quali
la biometria, il dialogo politico riguardante il controllo delle frontiere e la
sicurezza dei mezzi di trasporto. Nulla di più naturale o legittimo di questa
partnership dal momento che, nonostante alcune divergenze di fondo come la pena
di morte, gli Stati Uniti e l’Europa condividono gli stessi valori e lo stesso
obiettivo: la lotta contro il terrorismo. Il ruolo fondamentale
dell’Unione europea è di apportare un valore aggiunto nell’ambito della lotta
al terrorismo. La sua responsabilità è innanzitutto, in base al diritto che
gestisce le rispettive competenze dell’Unione e degli stati membri, di fornire
a questi ultimi una base giuridica che faciliti la loro azione nonché la
cooperazione tra Stati membri. La responsabilità della lotta operativa contro
il terrorismo spetta in effetti a questi ultimi, sia sotto il profilo della
giustizia penale che dell’azione dei servizi di informazione o di polizia.
L’azione dell’Unione, pertanto, è essenzialmente complementare a quella degli
Stati membri. Ciò vale sia per il ruolo che è ormai riservato al SitCen, sia
per l’attività di Eurojust in materia di azioni giudiziarie o di Europol
nell’ambito della formazione delle squadre comuni di inchiesta. Prima ancora di invitare il
Consiglio a studiare nuove misure, il Consiglio europeo ha ritenuto opportuno
ricordare agli Stati membri l’importanza di una più rapida implementazione
delle legislazioni dell’Unione nonché di un ricorso più sistematico alle
agenzie dell’Unione stessa. Sono stati fissati termini rigidi per la ratifica
delle convenzioni e la trasposizione delle diverse decisioni e decisioni-quadro
in materia di lotta contro il terrorismo. Da questo punto di vista, è compito del Coordinatore
coordinare i lavori del Consiglio, avere una visione d’insieme degli strumenti
a disposizione dell’Unione e garantire l’attuazione delle decisioni del
Consiglio. *Coordinatore
antiterrorismo dell’Unione europea
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