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Un sonetto natalizio inedito in vernacolo salentino

  
di Valentina VANTAGGIATO

SONETTI NATALIZI INEDITI IN VERNACOLO SALENTINO

Il Natale è ormai alle porte e il triste e silenzioso Novembre si è messo da parte per lasciar posto all’allegro e festante Dicembre. Le strade sono cariche di luci e di addobbi rossi e luccicanti e dalle finestre fanno capolino alberi, decorati da mamme e figli durante i pomeriggi trascorsi in casa ad assaporare le feste ormai vicine. Anche le vetrine dei negozi deliziano gli occhi dei passanti indaffarati a scovare il dono più bello da fare alle persone care.

La letteratura mondiale vanta numerosi componimenti più o meno efficaci che parlano del Natale e dei riti ad esso connessi che si ripetono da tempo immemore. Anche il Salento ha una sua letteratura poetica a tema natalizio e, spesse volte, i versi sono scritti in dialetto salentino che acquista sfaccettature e toni diversi a seconda del paese di provenienza. Ma sempre di vernacolo salentino si tratta. Il prof. Mario Marti, che di letteratura di Terra d’Otranto la sa lunga, avendo scritto molti testi sull’argomento, nel suo tanto errare alla ricerca di materiale sempre nuovo da proporre ai suoi lettori, ha scoperto alcuni sonetti inediti, dai contenuti natalizi, che ha poi pubblicato nel libro “Storie e memorie del mio Salento” (1999).

I componimenti dialettali risalenti a più di duecento anni fa, gli sono stati messi a disposizione da Giovanni Costa di Lecce che gli ha a sua volta ereditati da un suo antenato, l’ecclesiastico don Raffaele Cesano, vissuto tra il 1700 e il 1800.

Tra questi, ne abbiamo scelto uno per i nostri affezionati lettori, come augurio di un sereno Natale.

 


Ieu ce sta bisciu intra sta rutticedda?     

Sta bisciu na Signora e n’ecchiareddu,

ci uàrdanu nu fighiu mutu beddu,

stisu e curcatu intra la paghicedda.

Li pasturi li dàenu la cutredda,

e lu fiatu nu òi e n’asenieddu.

Ce b’ète, fuersi, quiddu Mamminieddu

ci se spetta? Ah cagna, sì. Oh cosa bedda!

(E) l’angeli de celu nu bediti

fatti comu cardilli, ‘muntunati,

ci cantanu la gloria tutti uniti?

Prestu, sciati a ddà iddu e li dunati

lu core uesciu; e poi cu ‘mie deciti

ca l’anima e lu core l’imu dati.

 

Cosa sto vedendo in questa grotticella?

Sto vedendo una Signora e un vecchietto,

che guardano un figlio molto bello,

disteso e coricato in mezzo alla paglia.

I pastori gli danno il pannolino per fasciarlo,

e il fiato di un bue e di un asinello.

E’ forse quel Bambinello

che tanto si aspetta? Ah, si. Oh è una cosa bella!

(E) non vedete gli angeli del cielo

sembrano cardellini, ammassati,

che cantano la gloria tutti uniti?

Presto, andate da lui e donategli

il vostro cuore; e poi insieme diciamo

che l’anima e il cuore gli abbiamo dato.

 

Come il prof. Marti asserisce, il sonetto presenta una lingua viva ed è di facile comprensione per un salentino. La prospettiva iconografica è palese. Colui che recita i versi si trova vicino al presepe e lo contempla rivolgendosi al suo pubblico. Il presepe viene descritto in tutte le sue parti: la grotta con la Vergine Maria, San Giuseppe e Gesù Bambino, i pastori che giungono per offrire al neonato i pannolini e, alle loro spalle, l’asinello e il bue, gli angeli osannanti in alto. Nel finale, l’invito alla sacra offerta. “La trascrizione è fedelissima”, scrive Mario Marti, “appena ammodernata in qualche particolare puramente grafico, e logicizzata nella nostra odierna punteggiatura”.

Un sonetto che ci dona un sapore arcaico di tradizioni che ancora resistono e che vengono perpetuate da molte famiglie salentine.

 

 


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