Una mostra nella città natale e
ad Ascoli Piceno a cinquant’anni dalla morte
È ormai trascorso mezzo secolo
dalla morte di Osvaldo Licini (Monte Vidon Corrado 1894 - 1958), uno dei grandi
della pittura italiana del ventesimo secolo, amico di Giorgio Morandi e Amedeo
Modigliani. Studente all’Accademia di Bologna, Osvaldo è compagno di corso di
Morandi, che ricorderà sempre con grande stima ed affetto: “Ci siamo abbeverati
al primo Cubismo e abbiamo combattuto per il Futurismo”. Nel 1914 si reca a
Firenze per continuare gli studi, ma vi rimane per poco tempo, richiamato alla
dura realtà dallo scoppio della guerra in cui è arruolato, ma due anni dopo
viene ferito e può rientrare dal fronte; è questa l’occasione che gli permette,
una volta guarito, di recarsi a Parigi, dove incontra Picasso, Cocteau,
Cendrars, Kisling e Modigliani, che gli fa un ritratto. Questo disegno è molto
amato da Licini, che lo considera l’affettuoso omaggio di un amico oltre che di
un collega, che gli scriveva: “Caro Licini, la nostalgia dell’Italia, mio primo
amore, mi avvicina a te”. L’artista marchigiano appende l’opera nel proprio
studio; nel 1920 però “una donna che mi ha amato e mi ha odiato – scriveva –
probabilmente per gelosia, sicuramente per vendetta, appicca il fuoco alla
stanza, distruggendo con essa anche il prezioso ritratto di Modì.
È un “aneddoto”, ricordato dalla bella rivista “Stile Arte” di
giugno, che ci immette nel “mondo” di questo grande artista, i cui primi
dipinti si collocano in ambito naturalista, mentre del futurismo, con cui ebbe
contatti a Modena, recano evidente traccia i Racconti di Bruto del 1917; è negli anni Trenta, poi, che si pone
la sua fondamentale esperienza astratta (del 1938 è il dipinto Memorie d’oltretomba che è conservato
alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma), arricchita dalla
frequentazione con il gruppo Abstraction-Création. Elementi distintivi del suo
registro espressivo, a partire da allora, furono una spazialità fantastica e
una vena di sottile e misterioso lirismo, in immagini che assumono talvolta
valenze surrealiste e si arricchiscono di valenze simboliche, come nelle serie Amalasunte, Olandesi volanti, Angeli
ribelli, Notturni.
Osvaldo Licini, pittore di vibrante
e visionaria poeticità che affascina come un’icona angelicata ricca di valenze
simboliche, che ha saputo ricondurre in un contesto europeo il richiamo
fortissimo delle radici locali, della sua terra natale amata e sempre centrale
nel suo percorso artistico da “errante” pittore europeo, viene ricordato in una
imponente mostra dislocata nelle due sedi di Ascoli Piceno (Polo di
Sant’Agostino) e del Centro Studi Licini di Monte Vidon Corrado, a cura di
Stefano Papetti, Elena Pontiggia e Enrica Torelli Landini; per l’occasione
Silvana Editoriale ha pubblicato uno splendido ed esaustivo catalogo in due
volumi. Con questa esposizione si intende fare il punto sulla produzione
pittorica del maestro piceno riunendo, oltre a quelli già presenti nella
galleria Licini, circa sessanta dipinti provenienti da numerosi musei italiani
e stranieri. Artista che tocca i vertici dell’arte italiana del Novecento,
Licini si è fatto portatore di una ricerca solitaria ed appartata e di
soluzioni figurative e spaziali inconsuete. Il suo ricercare l'anima della
pittura lo porta ad “errare” in diversi centri culturali, a cominciare da
Bologna e a Parigi, dove – come si diceva - frequenta i milieu culturali d’avanguardia. Qui la sua poetica pittorica trova
immediato consenso (espone in tre “Salons d’Automne” ed in altrettanti “Salons
des Indipéndants”), ma il suo spirito irrequieto lo spinge a tornare, nel 1926,
insieme alla pittrice svedese Nanny Hellström, sposata un anno prima, a Monte
Vidon Corrado dove lui decise di vivere nutrendosi della bellezza della natura
e dell'ambiente in stretto, costante, fervido scambio culturale con i più
Formatosi in ambito figurativo e successivamente affascinato
dalle battaglie futuriste, Licini giunge ad una sensibilità astratta fatta di
una figuratività del tutto lirica e pura, mediata ed arricchita dal costante
riferimento alle sue radici. A queste si rifà nell’essenzialità del colore e
del segno, culminata poi nella scarnificazione totale delle forme, come in una
sorta di purificazione avvenuta alla luce del suo ritorno al natio borgo
selvaggio dove ha sostanzialmente vissuto la sua esperienza esistenziale ed
artistica mantenendo una fitta rete di contatti epistolari con intellettuali
dell'epoca, aggiornandosi e rielaborando secondo il suo temperamento forte le
istanze artistiche contemporanee. La malinconia metafisica incrociata con
quella storica lo fa sentire vicino, dal punto di vista pittorico, a Paul Klee
mentre, da quello della produzione letteraria e poetica, nella quale fu anche
prolifico, lo conduce nella direzione di Baudelaire e Rimbaud, mediando con un
linguaggio spesso gergale l’attitudine trasgressiva del nichilismo futurista
verso la linea delle avanguardie più libere.
Così, per rendere omaggio ad un
artista che ha saputo portare il sentimento della propria terra ben oltre i
confini regionali e nazionali, l’Amministrazione Comunale di Ascoli Piceno, sin
dal 2000, si è impegnata nell’acquisizione di circa settanta opere di Osvaldo
Licini, comprendenti dipinti di varie epoche, disegni e studi preparatori che
hanno trovato una loro sistemazione nella Galleria d’Arte Contemporanea
intitolata al pittore marchigiano, l’unico museo pubblico a lui interamente
dedicato. E d’altro canto, l’Amministrazione di Monte Vidon Corrado si è
impegnata ad acquistare la casa natale dell'artista che è diventata un Centro
Studi liciniani dove sono permanentemente esposti oltre sessanta disegni donati
al Comune dalla Collezione Hellström. I disegni sono particolarmente importanti
nel corpus liciniano, “il sismografo, per così dire, delle idee immediate”,
come scrive Giuseppe Marchiori: quelli conservati preso il Centro Studi offrono
diacronicamente un percorso in tutte e tre le fasi, quella figurativa degli
anni Venti, quella geometrico-astratta degli anni Trenta e quella del
figurativismo fantastico degli anni Quaranta e Cinquanta.
In mostra ad Ascoli anche i
risultati relativi al suo modus operandi
che hanno rivelato l'utilizzo da parte di Licini, che spesso nel tempo
rielaborava i suoi dipinti, di tele del periodo figurativo per comporre opere
più tarde. Grazie alle indagini diagnostiche è stato così possibile evidenziare
la complessa elaborazione dei suoi dipinti e giungere ad una più attenta
definizione cronologica della produzione liciniana portando un grande
contributo di novità a quanto finora asserito dagli studiosi in merito alla
datazione dei suoi dipinti. La seconda mostra, al Centro Studi Licini, porta l’attenzione
soprattutto sul primo Licini e per la prima volta approfondisce anche temi
affettivi e più privati che ebbero un riflesso culturale importante sulla sua
opera. Si tratta di un’esposizione documentaria, fotografica e pittorica
incentrata sulle opere di paesaggio, naturale e umano, realizzate dal Maestro
soprattutto nel primo periodo figurativo della sua intensa attività artistica.