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Sette chili in sette giorni |
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Con la crisi avviata e conclusa
in una sola settimana, il Presidente della Provincia di Brindisi Michele Errico
conia una nuova formula politica negativa: i “sette chili in sette giorni” di
cui la stessa essenza della democrazia è ulteriormente dimagrita. Per coloro –
ci si augura: la maggioranza – i quali trovano stucchevoli le schermaglie
allestite intorno ai centri del potere, riassumeremo in breve l’ennesimo
strappo procurato ai vertici dell’amministrazione provinciale brindisina. Era,
invero, nell’aria da tempo che i due principali partiti sostenitori della
maggioranza (DS e Margherita) avessero intenzione di sostituire gli assessori
Somma e Roma, tesserati dei rispettivi partiti ma presenti nella giunta in
quota Errico, dunque non aderentemente rispondenti ai tipici diktat ### delle segreterie. Aleggiava
inoltre il sospetto che i maggiorenti palesi o occulti di quei partiti
volessero porre le condizioni per aprire, oltre alle procedure formali di un
rimpasto, anche le vertenze per ridiscutere le convenzioni energetiche, tema di
primaria importanza anche economica, visto però come fumo negli occhi dal
Presidente Errico. Accade che, per avviare
l’apertura di un confronto sulla sostituzione dei due amministratori invisi, la
segreteria provinciale dei DS commette un vistoso errore tattico ed insieme
un’inadempienza formale: chiedendo che le deleghe assessorili venissero rimesse
nelle mani dei partiti politici di provenienza, hanno di fatto esposto il
fianco ad un attacco senza precedenti che Errico ha prontamente sferrato. Il
capo dell’amministrazione firma i decreti di revoca delle deleghe agli
assessori graditi ai partiti; informa i mass media prima che i consiglieri o i
propri collaboratori; rilascia interviste al curaro, in cui appella senza mezzi
termini gli antagonisti come “lazzaroni”; rovescia contumelie su parlamentari
ed esponenti politici talvolta più ignari che rei. Rivendicando a gran voce il
primato del diritto sulla politica, egli ha argomentato furiosamente
sull’illecito perpetrato dai partiti ai danni del popolo sovrano, evocato ad
arte ma mai interpellato dallo stesso Presidente. Il vero assente di questa
vicenda resta infatti il cittadino, il quale assiste basito alla pantomima tra
chi (le organizzazioni politiche) tutela gli interessi di una ristrettissima
elite socio-economica in nome di un presunto mandato di rappresentanza, e chi
(i demagoghi dell’antipolitica) proclama i principi della generalità e
dell’astrattezza per fare il bello e il cattivo tempo, ignorando le più
elementari norme della democrazia rappresentativa. La conclusione è che a sette
giorni sette dal disastro Errico placa la sua furia, reintegra gli assessori,
torna d’amore e d’accordo con l’oggetto dei suoi strali. Tutto sembra aver
trovato una nuova ragione di quiete, se non fosse che la Signora Democrazia,
turbata dalla situazione, sottoposta a strappi ed accelerazioni improvvise,
digiuna da una settimana di vuoto del diritto, appare consunta, lacera,
esangue.
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