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La politica italiana si veste d’Arlecchino
  
di Loris LOLLI

Tutor

Tutor. Al solo pur lontanamente pensare che Walter Veltroni è il protettore nel mio governo, o comunque l’“uomo della provvidenza” scelto da due partiti dell’Unione per la crisi del “timone” ulivista, io qualora mi chiamassi Romano Prodi avrei già presentato le dimissioni. Se non altro per motivi di dignità. Riconducibili, quei motivi, al significato del termine latino. Perché ‘tutor’ è la persona cui è affidata la tutela di un minore o di un incapace.

D’accordo: Veltroni non è stato ufficialmente insignito di tale carica. Ma, al tirar delle somme e politicamente parlando, egli ha ottenuto addirittura la patente di “sconfessore” di Romano Prodi quale Presidente del Consiglio per conto di quella arlecchinata che la brutta storia italiana sarà costretta a ricordare nei secoli. Dico “Unione quale arlecchinata”, visto che di essa fanno parte partiti e partitini, gruppi politici da “prefisso telefonico” in termini di percentuali elettorali, ed ancora conventicole di questa e quella ideologia e sottoideologia. Tutto un insieme di umanità le più disparate e contrastanti tra loro.

Insomma: un coacervo di individui che non fanno e non faranno mai storia nel significato più emblematico e solenne. Ma che costringono chi scrive a dover chiedere scusa alla maschera per averla intrigata nelle melanconie dell’ora presente. Che fanno piangere, mentre essa era nata per farci sorridere e, magari, addirittura ridere. Sia chiaro: la sola similitudine tra l’Arlecchino di ieri e quello d’oggi è da identificarsi nel variopinto assortimento dei triangoli multicolori – rossi, versi, azzurri, gialli – su giacca e pantaloni. Inoltre l’Arlecchino dei tempi che furono era famoso per il funambolismo scenico. Questi odierni sono fumosi, perché intossicano l’aria, perché il loro acrobatismo non segue i ritmi della musica ma le stonature dei “mutar di sponda”. Sempre comunque nel solco di uno stomachevole trasformismo di tessere in tasca non disgiunto però ha un collante comune: cercare di restare in sella mezza legislatura, sei mesi ed un giorno. Il sufficiente per assicurarsi, a nostre spese, una milionaria pensione. Con “mortadella” professore o con il senza laurea “sinneco de Roma” che sia.

Con il discorso al Lingotto di Torino, osannato prima durante e dopo dai giornalisti-velina, come sono coloro che scrivono sotto dettatura di comodo, c’è da spiegare ai gonzi che si apprestano a votarlo, chi è veramente Veltroni. Meglio inteso come “Veltroni l’Africano”, visto che aveva promesso, una volta scaduto il mandato di sindaco capitolino, di volersi ritirare nel Continente nero. Cosa che più non farà, perché ha già anticipato (meglio dire: minacciato) che se diverrà Presidente del Consiglio anche manterrà il distintivo (e prebenda) di primo cittadino dell’Urbe. Premessa-rettifica: ho scritto “chi è”. Dovrò alterare il binomio con il trinomio “chi non è”.

Non è l’“uomo nuovo”, perché è il “figlio di una politica vecchia” (funzionario del PCI, poi PDS, DS, ora PD). Di più: ex vice presidente di Prodi, ex Ministro dei Beni culturali. È, senza ombra di dubbio, un abilissimo propagandista di se stesso. Pur privo di preminenti diplomi accademici è riuscito a farsi accreditare “magister” sul fronte della cultura con “Notti bianche” in chiave rockettara, “Ara pacis” protetta da cubi di cemento che gridano vendetta per l’oltraggio arrecato ad un monumento di vera civiltà. Copia il programma del Governo Berlusconi e lo spaccia quale “made Veltroni”, dice che la sua icona è Don Milani e sorvola sull’anticomunismo del religioso di Barbiana e via dicendo.

Faccio punto, imprecando alla sanità, sicurezza, viabilità, servizi pubblici e quanto altro è andato a catafascio a Roma. Le incapacità del “Valterino” destinate “motu proprio” a sostituirsi a quelle di Prodi. C’è da rabbrividire. Ma cosa vuoi aspettarti da una politica che è riuscita a farci avere persino e contemporaneamente due Comandanti Generali della Guardia di Finanza?

 

 


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